sabato 12 novembre 2011

Il significato della morte di Gheddafi per la Russia e la sfida della Siria.

Valerij Rashkin è segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa e deputato alla Duma di Stato. Antonio Grego lo ha intervistato per noi in esclusiva l’8 novembre scorso, a margine di una tavola rotonda sul tema “La personalità e l’eredità politica di Muammar Gheddafi” svoltasi a Mosca. Rashkin ha parlato di come la guerra in Libia, la morte di Gheddafi e le minacce alla Siria pesino sulla strategia internazionale della Russia.

Valerij Rashkin
                                                                                                                

Antonio Grego – Quanto è importante la morte di Gheddafi per il vostro partito e per la Russia in generale?

Valerij Rashkin – In primo luogo penso che questa sia una tragedia. Una tragedia non solo per il popolo libico, ma una tragedia di carattere globale. Leader come Gheddafi, credo che è necessario proteggere ovunque, nell’intero globo. Bisogna studiare la sua storia, leggere i suoi scritti e maledire tutti quelli che hanno commesso questa sconsiderata aggressione e avventura. In secondo luogo si deve imparare la lezione che viene da questa esperienza ovvero che la NATO e gli Stati Uniti non amano i Paesi con una forte politica sociale e una forte rete di sicurezza sociale per i deboli e la popolazione. E in terzo luogo che tutti coloro che hanno stima di sé, un sentimento di indipendenza politica per la loro Nazione, non hanno alcun diritto di rimanere in silenzio, hanno come esempio la lotta di Gheddafi e del suo popolo per trarre le dovute conclusioni e per prevenire tali avvenimenti nei loro Paesi, in ogni caso.

A.G. – Perché, secondo lei, l’Occidente ha deciso di invadere la Libia ed eliminare Gheddafi? Quale esempio rappresentava la Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare per il mondo?

V.R. – Credo che il golpe militare, che è stato organizzato in Libia, abbia portato il Paese ad una situazione di schiavitù. Gli Stati Uniti ed il loro blocco NATO oggi sono i poliziotti internazionali. Di ciò ne parla tutto il mondo. Questo gendarme usa il suo potere di intervento ovunque a piacimento. Ecco alcuni esempi: Afghanistan. Fanno entrare le loro truppe, e rimpiazzano la Russia e altri Paesi. L’esercito americano ha preso in custodia i campi dove cresce l’oppio. Adesso l’80% della droga coltivata su questi campi finisce nel nostro Paese, in Russia. E avvelena i nostri giovani. E stiamo perdendo ogni anno 226 mila giovani di età inferiore ai 25 anni, solo a causa del consumo di droghe. L’Iraq. Gli Stati Uniti avevano bisogno per se stessi delle risorse petrolifere di questo Paese e sono andati in guerra. Con la Yugoslavia hanno usato lo stesso schema. Lo stesso metodo da gendarmi. Gli stessi bombardamenti, la stessa guerra, persino gli stessi aerei.
L’assassinio di Gheddafi lo considero certamente un atto blasfemo e un crimine assoluto contro la comunità internazionale. Il leone ferito può essere preso a calci da uno sciacallo qualsiasi. E così è successo con Gheddafi. Quando è iniziato l’intervento armato, i bombardamenti, è rimasto ferito. Poi hanno iniziato a prendersi gioco di lui. Questo non è degno di esseri umani, è inumano. Questo gesto non rientra nella tradizione di questo Paese. Ma lo hanno fatto. In tutti i regolamenti internazionali, i leader di questo livello devono essere protetti e difesi, e poi essere condotti in vita davanti ad un tribunale. Questo era un uomo di tale grandezza ed è stato ucciso in modo vile e disgustoso. Quel sistema, che era stato costruito e tenuto in vita per più di 40 anni in quel Paese, era giudicato legittimo dalle popolazioni tribali che lì vivono. Perché? Vediamo in che consiste questo sistema e perché hanno ucciso Gheddafi e distrutto il sistema di governo che aveva creato.
Facciamo un parallelo con la Russia. In Libia, l’indennità di disoccupazione era di 730 dollari a persona. Se trasferiamo nella nostra valuta, si ottiene 22 mila rubli. A chi poteva piacere questo fra coloro che odiavano Gheddafi? Andiamo al salario medio, e questo per noi è esemplare. Lo stipendio di una infermiera in Libia era di almeno 1000 dollari. In Russia, un’infermiera riceve 7.000 rubli (circa 170 euro, n.d.r.). Potete immaginare? Gheddafi ha inoltre dato le seguenti disposizioni: per i nuovi sposi che vogliono comprare un appartamento lo Stato dava 64.000 dollari, che è pari a 1,9 milioni di rubli. Se si vuole intraprendere un’attività in proprio lo Stato regalava subito 20.000 dollari per lo sviluppo del proprio business. L’istruzione e la sanità in Libia erano gratuite. Oggi, se in Russia andate in qualsiasi ospedale vi chiedono soldi.
Le famiglie con molti figli in Libia potevano comprare i generi alimentari in apposite reti di negozi. Per loro si applicava un prezzo simbolico per l’abbigliamento dei bambini e per il cibo. Qui in Russia, in un qualsiasi negozio per bambini a volte le scarpe per bambini costano più di un intero vestito di un adulto. In Libia, si forniva supporto per la crescita della popolazione e ci si preoccupava per il futuro della nazione e il futuro del Paese. Gheddafi odiava i ladri e i truffatori. Per la contraffazione di medicinali c’era la pena di morte. È una cosa rude, crudele? Se ci fosse in Russia, chi dovrebbe per primo essere fucilato per contraffazione? Ne abbiamo un sacco di gente così. In Libia, non esisteva l’affitto. A chi in Occidente piace questo ordine di cose? Qui abbiamo fino al 50% del reddito familiare che viene usato per pagare le utenze e gli alloggi. In Libia l’energia elettrica era gratuita. E bisogna considerare che in Libia non c’è l’abbondanza di fiumi e impianti idroelettrici come in Russia, ma c’era l’elettricità gratuita. I prestiti per l’acquisto di auto e casa, in Libia, erano senza interessi. In qualsiasi banca in Russia, in USA e in Occidente, non troverete prestiti senza interessi per comprare un appartamento o una macchina. Da noi il mutuo ha un tasso che va dal 13 al 24 per cento, per non parlare delle percentuali per l’acquisto dell’auto. Gheddafi riteneva che in Libia dovessero essere vietati gli agenti immobiliari, e li proibiva. Odiava gli speculatori, e questa è proprio la teoria degli speculatori, la teoria dell’Occidente, la teoria degli imbroglioni e ladri che vivono su questo.
Naturalmente, credo che chiamare Gheddafi un tiranno è una questione inutile, l’Occidente e l’America, e tutta la NATO lo hanno chiamato tiranno. Credo che i tiranni siano coloro che siedono sul gas, sul petrolio e sulle risorse naturali che vengono sottratte al popolo e date in mani private. Io credo che Gheddafi debba essere considerato un eroe per come ha gestito il suo Paese. Il Paese era tranquillo, stabile, senza guerre, e questo non piaceva agli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’America, essa si inserisce ovunque. Ovunque ci sono divisioni, vi si trova necessariamente l’America. Siano esse in Europa, in Africa o in Asia. E la causa principale di questo sono le risorse naturali, il petrolio, il gas e i metalli. Il fatto è che gli statunitensi pensano che le risorse naturali del mondo siano di loro proprietà. E se vi ricordate di Cesare, anche lui era chiamato tiranno. Ma per una sola ragione: non permetteva che i senatori rubassero.
Molti Stati hanno debiti enormi con la Libia. Gheddafi ha introdotto una tale politica cioè quella di dare in prestito denaro e petrolio. Sia la Gran Bretagna che la Francia hanno accumulato enormi debiti con la Libia. Capisco perché sono stati eliminati quelli con i quali sono stati contratti i debiti e non quelli che sono in debito. Perché? Se Gheddafi e la Libia hanno prestato soldi all’Inghilterra e all’Occidente eliminando Gheddafi e il suo Paese non c’è più bisogno di onorare il debito. Quindi il blocco NATO ha preso di mira e distrutto questo Paese e tutti i loro debiti sono stati dimenticati. Questo è uno dei motivi per cui hanno distrutto la struttura della società che era sotto Gheddafi.

A.G. – Come dovrebbe comportarsi la Russia con la Siria e l’Iran, a suo parere, affinché non si ripeta lo stesso scenario visto in Libia?

V.R. – A mio parere, in Russia (e sotto il regime attuale, del capitale oligarchico, che oggi è uno dei fondamenti del tessuto della nostra società) questo scenario non è possibile che si ripeta.
Per questo motivo la Russia deve essere il successore della grande potenza – l’Unione Sovietica – non a parole ma nei fatti. Deve essere assolutamente non sensibile alla politica, ma questo può avvenire solo con una Russia forte, con un forte esercito, in un sistema dove la gente sostiene il suo governo, vero e da lei scelto. Dopo di che, la Russia si rimetterà molto rapidamente in piedi, se il popolo ha fiducia nel governo che ha eletto, lei si alzerà immediatamente in piedi, sarà una grande potenza, e la sua parola sarà ascoltata. E quello che è successo con la Libia, non succederà con nessun altro Paese.
Per quanto riguarda l’Unione Sovietica. Se l’Unione Sovietica fosse ancora in vita, quello che è successo in Libia non sarebbe accaduto. In generale, era una grande potenza e una potenza alternativa al sistema di vita degli altri Paesi, ed era un’alternativa alla classe e al capitale. Se l’Unione Sovietica non si fosse sciolta e non ci fosse stato il golpe del 1991, la Libia avrebbe vissuto in amicizia con il popolo sovietico, e il popolo avrebbe ricevuto questi benefici. Purtroppo, la Russia non ha adempiuto alla sua missione come Stato successore dell’Unione Sovietica.
La Russia in questo caso ha svolto un ruolo negativo. Avevamo stipulato un contratto per un’enorme fornitura di armamenti. Abbiamo perso un partner di fiducia come non ce n’erano altri al mondo. Siamo ora esclusi dalle decisioni che riguardano il futuro della Libia. Avevamo il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza e non lo abbiamo sfruttato. Ed è stato un errore madornale. La Russia si mostra debole al cospetto della classe dominante colpevole della situazione che ora c’è in Libia. Credo che la Russia sia la prossima nella lista. La Libia e la NATO non sono cose a sé stanti, tutto è interconnesso. La politica internazionale sul globo, che è rotondo e piccolo, non è fatta di fenomeni che possono essere isolati. Tutti noi abbiamo risorse enormi, e questo è un bocconcino succulento per la NATO e gli Stati Uniti. Abbiamo enormi riserve di petrolio, gas, metalli, minerali, abbiamo le risorse naturali rinnovabili come legname e pesce. Il 60% dell’acqua dolce è sui nostri territori.
Oggi in Russia quello che trattiene il blocco NATO dall’aggressione è solo lo scudo nucleare che si trova sul nostro territorio, compreso dentro e intorno a Mosca. Senza di questo, quelle risorse e quelle riserve, che sono bramate dalla classe capitalistica mondiale, sarebbero prelevate dalla Russia a prezzi stracciati. Lenin aveva assolutamente ragione quando diceva che finché sulla Terra ci sarà il capitalismo, la guerra non si fermerà. E noi sappiamo dalla storia della statistica, che mentre era in vita l’Unione Sovietica, la guerra nel mondo era molto più ridotta. Perché era preso in considerazione il punto di vista del Cremlino. Avevamo il più forte esercito del mondo, con il quale doveva fare i conti il mondo intero. Per non parlare del fatto che abbiamo vinto la seconda guerra mondiale. E un contributo significativo e importante a questa vittoria lo ha portato l’Armata Rossa e il popolo sovietico. E dopo la Grande Guerra Patriottica nessun accordo, nessuna provocazione non deve essere avviato senza l’approvazione dell’Unione Sovietica. Oggi, l’opinione – che è questa Russia? È corretto dire che se vuoi la pace devi prepararti alla guerra.
Un’altra conferma che noi siamo un bocconcino succulento e che ci spetta il compito di decidere come evitare il saccheggio delle nostre risorse. Madeleine Albright ha parlato in modo chiaro, ripetendo le parole di Churchill: «Non è affatto vero che le ricchezze della Siberia debbano appartenere ad un solo Paese (cioè la Russia). Esse devono essere di proprietà di tutto il mondo». Saranno loro a decidere dove andranno le ricchezze del Kuzbass e di Novosibirsk. A chi andranno tutte le ricchezze della Siberia e dell’Estremo Oriente. Io non sono assolutamente d’accordo con loro.
Pertanto, ecco le conclusioni che si possono trarre da quanto accaduto in Libia, dove hanno scatenato una guerra, uccidendo il suo leader Gheddafi, che tra l’altro aveva più volte visitato l’Unione Sovetica e ha costantemente perseguito una politica di sicurezza sociale per il suo Paese: Gheddafi è stato un combattente indomito per la giustizia sociale e per il bene del suo popolo. Io lo rispetto profondamente, e credo che la sua morte abbia fatto risvegliare schiere di politici in questo Paese e in tutto il mondo. La sua morte ha sollevato la questione del patriottismo e il mondo oggi guarda con occhi diversi la NATO, questi gendarmi, e quello che stanno facendo in tutto il mondo.

Intervista dell'8 Novembre 2011 in esclusiva per la Rivista di Geopolitica Eurasia rilasciata al Prof. Antonio Grego. Pubblicata www.eurasia-rivista.org 

giovedì 3 novembre 2011

TAWERGHA LIBIA - ORA DISABITATA

Neri catturati in Tawergha
Fonte: “Nena News”                                                           

Denunce inascoltate fin da giugno. Gli ex “ribelli” di Misurata hanno espulso, derubato (con molte uccisioni) gli abitanti di un’intera città nera vicino Misrata. E a metà settembre Jibril aveva dato via libera

Roma, 01 novembre 2011, Nena News – Insieme a Sirte assediata e distrutta, Tawergha, la città dei neri libici, diventa il simbolo della Libia “liberata” grazie alla Nato. Situata a qualche decina di chilometri da Misurata, Tawergha contava circa 30mila abitanti, in gran parte libici di pelle nera: nacque nel XIX secolo come città di transito nel traffico degli schiavi. E “schiavi” (abeed) è l’insulto che più ricorre sui muri della città dopo la conquista in agosto da parte delle truppe dei “ribelli della Nato” provenienti da Misurata. Il suo nome è stato cancellato sul cartello stradale e sostituito da “Nuova Misurata”.
Tawergha è ora disabitata (e molte case incendiate e saccheggiate): i suoi abitanti sono scappati altrove all’avvicinarsi delle forze anti-Gheddafi due mesi fa; le ultime centinaia sono state espulsi in seguito dalle milizie. A decine di migliaia sono adesso sparsi presso parenti e soprattutto in campi profughi improvvisati; di tanti si sono perse le tracce. In molti sono stati arrestati ai check-point o addirittura prelevati dagli ospedali e scomparsi. Non si contano gli assassinati in questa pulizia etnica nella quale l’odio razziale si è mescolato all’accusa ai tawerghani di essere stati pro-Gheddafi e suoi “mercenari” (ma sono libici), perché da quella zona l’esercito libico lanciava gli attacchi contro Misurata.



Risale agli inizi del conflitto la demonizzazione (e molte uccisioni anche con decapitazioni) dei neri libici, combattenti e non, accusati senza prove di crimini e stupri. Tawergha è il genocidio di un’intera città. Il primo a lanciare l’allarme, inascoltato, era stato il…IbrahWall Street Journal il 21 giugno (“Libyan City Thorn by Tribal Feud”; http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304887904576395143328336026.html): uno suo reporter, Sam Dagher, aveva intervistato i comandanti militari di Misrata (schierati con i “ribelli” e la Nato): im al-Halbous, per esempio, diceva con chiarezza che una volta conquistata la cittadina, i suoi abitanti avrebbero dovuto fare fagotto, perché “Tawergha non esiste più, c’è solo Misrata”. Altri “ribelli” raccomandavano di impedire ai tawerghani di lavorare e mandare i bambini a scuola a Misrata. Dagher parlava dell’esplodere di un “razzismo che prima del conflitto era latente”. Fra le due città, sui muri le scritte pro-Gheddafi erano state sostituite da moniti tipo “siamo la brigata che ripulirà la Libia dagli schiavi neri”. Allarmato, il reverendo nero statunitense Jesse Jackson a giugno chiese – ovviamente invano – un’indagine della Corte penale internazionale.
La situazione di Tawergha precipita in agosto. Ricostruiva la vicenda l’inchiesta “Ethnic Cleansing, Genocide and the Tawergha”, di Human Rights Investigation (http://humanrightsinvestigations.org/2011/09/26/libya-ethnic-cleansing-tawargha-genocide/), un piccolo gruppo di ricercatori indipendenti nel campo dei diritti umani, da non confondere con la ben più nota Human Rights Watch – il cui rapporto su Tawergha è del 30 settembre, v. oltre). Grazie ai bombardamenti aerei della Nato e ai missili Grad degli alleati “ribelli”, Tawergha viene presa il 13 agosto (e la Bbc intervista il solito comandante al-Halbous ma “dimentica” di parlare del colore della pelle degli tawerghani). Al Jazeera stessa mostra case distrutte, prigionieri messi in un container di ferro (ma viene impedito di filmarli), un ferito in abiti civili portato via chissà dove e armati che obbligano gli ultimi abitanti a partire. Quando Telesur si reca sul posto “non c’è più nessuno, salvo nella parte antica dove i ‘ribelli’ non ci hanno lasciati entrare; pare che là ci sia ancora qualcuno, e quando escono in cerca di cibo o acqua li catturano”.
HRI richiama la convenzione Onu per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio: all’art. 2 definisce genocidio uno dei seguenti atti commessi nell’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, uccidendone membri, danneggiandoli fisicamente o psicologicamente, infliggendo loro condizioni di vita distruttive (…).
A fine agosto Amnesty International (http://www.amnesty.org.uk/news_details.asp?NewsID=19674) denuncia il fatto che decine di migliaia di tawerghani non possono tornare a casa per paura di essere arrestati come è successo a molti, perfino prelevati negli ospedali e poi scomparsi. Anche nei campi dove sono ospitati, si susseguono arresti e sparizioni. Denunce credibili anche di stupri ai danni di donne di Tawergha e di esecuzioni di soldati e volontari arrestati. L’organizzazione indica nei Tawergha un gruppo particolarmente vulnerabile che abbisogna di protezione. Chiede anche ai nuovi governanti di farla finita con l’impunità. Questi ultimi fanno orecchio da mercante su Tawergha.

Il CNT APPROVA LA PULIZIA ETNICA

Intanto, sempre il Wsj riferisce che l’autonominato Primo Ministro Mahmoud Jibril il 18 settembre in un incontro pubblico a Misurata dà il via libera alla cancellazione della città: “Su Tawergha, ritengo che nessuno debba interferire, salvo la popolazione di Misurata. Non possiamo riferirci alle teorie della riconciliazione nazionale usate in Sudafrica, Irlanda o Europa dell’Est”. Grandi applausi e urla “Allah u Akbar”. In quei giorni molte case della cittadina venivano incendiate, “per evitare che ritornino”, spiegava un “ribelle”.
Il 30 ottobre Human Rights Watch (Hrw) riepiloga la tragedia della città nel suo rapporto “Beatings, Shootings, Deaths in Detention of Tawerghans [ 82710 ]” (http://www.hrw.org/news/2011/10/30/libya-militias-terrorizing-residents-loyalist-town). “Le milizie di Misurata terrorizzano gli sfollati da Tawergha –abbandonata, saccheggiata e in parte bruciata – e assicurano che quelli non ritorneranno mai”. Hwr ha intervistato decine di sfollati in tutto il paese, e fra questi 26 detenuti a Misrata e nei dintorni e 35 sfollati a Tripoli, Heisha e Hun. Le denunce, “credibili”, parlano di ferimenti o esecuzioni di persone disarmate, arresti arbitrari e torture su detenuti, fino alla morte in alcuni casi. Secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, i 15mila tawerghani sono fuggiti in gran parte nella regione Jufra. Nella città di Hun erano arrivate agli inizi di ottobre quattromila persone, ospitate in tre campi, e molte altre nella città di Sokna e nelle campagne circostanti. In seguito circa 5mila persone si sarebbero spostate verso Bengasi o Tripoli, altre a Tarhouna, Khoms o nel Sud.
Il 25 ottobre Hrw è stata testimone, nella Tawergha spopolata, di un saccheggio totale e il giorno dopo ha visto diverse case date alle fiamme, sotto gli occhi delle brigate di armati di Misurata.
Muhammad Grarya Tawergi, un ex coltivatore di datteri, ottant’anni, ha detto a Hrw che i “ribelli” arrivati a Tawergha in agosto hanno obbligato anche le persone non armate a lasciare la casa.
Molti abitanti di Tawergha sostenevano Gheddafi, e centinaia di loro si erano arruolati fra marzo e maggio, durante l’assedio a Misurata. Dopo il cambio di regime è stato un susseguirsi di abusi, arresti arbitrari e persecuzione dell’intera comunità. Il 20 agosto, è stato riferito a Hrw, nella prigione di Misurata un conducente del camion dell’immondizia, Amhamid Muhammad Shtaywey, è stato torturato perché confessasse di aver commesso stupri e alla fine è morto per le torture. Nena NEWS





mercoledì 26 ottobre 2011

Il linciaggio di Gheddafi e l’etica tribale dell’Occidente



Scritto sulla Libia di:
Claudio Moffa :::: 26 ottobre, 2011 ::::                                    

«Non c’è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona l’opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano i loro guadagni da ogni nuova spesa forzosa e da ogni improvviso disturbo del credito pubblico. Per i finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo molto vantaggioso, come si può accertare da un confronto dei titoli tenuti….»

John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902





Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo, ma simbolicamente rappresentativo della doppia morte del Diritto Internazionale
La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato da un gruppo di ribelli-fantocci (1) imbeccati dall’ “ultimo” e risolutivo bombardamento NATO del convoglio in fuga da Sirte, Gheddafi è stato linciato giorno dopo giorno dai mass media che hanno condotto per mesi una accurata campagna di disinformazione e destabilizzazione della Jamahiriya libica: nessuno è sfuggito a questa regola, nemmeno la stampa pro-Berlusconi, artefice dell’accordo del 2008 e ospite di Gheddafi a Roma appena un anno fa. Non basta certo la pubblicazione di un articolo postmortem sull’ “onore delle armi” alla Guida, o un “cosiddetti ribelli” colto al pur migliore TG 1, o la distribuzione da parte de il Giornale del Libro Verde di Gheddafi – l’estate scorsa – a rendere questo frontemigliore dell’altro.
La specifica contraddizione, plateale e primaria, di tutta la stampa di centrodestra non è solo quella pur sussistente del “tradimento”, ma alla radice, da un punto di vista fattuale e logico, il non aver mai ragionato e fatto ragionare i lettori – già bombardati dal veleno fallaciano profuso per anni dall’ala antislamica-per-principio del suo giornalismo – in termini di garantismo giuridico-internazionalista. Sacrosanta la protesta contro i difetti e le parzialità del sistema giudiziario italiano, e verità incontrovertibile la spudorata “attenzione” di certi PM contro il premier: autolesionista e schizofrenico il silenzio sui “difetti” del sistema giudiziario e ONU sul piano delle relazioni internazionali, mai rotto nemmeno per contrastare intelligentemente la concorrenza quotidiana e a tutto campo (oltre cioè lo specifico capitolo Gheddafi) del Presidente Napolitano. La guerra di Libia – dalla rapina dei beni statali alla delega del comando militare a una organizzazione di parte; dalla no-fly-zone in difesa di una rivolta armata, ai bombardamenti NATO sulle popolazioni civili (2)- non ha avuto nemmeno un barlume di legittimità: è stata un atto di banditismo internazionale malcelato dal silenzio omertoso della stragrande maggioranza dei giuristi internazionalisti, e di cui si deve essere probabilmente accorto anche Antonio Cassese, in punto di sua morte avvenuta poche ore dopo la diffusione planetaria del video-horror della Sirte.Né possono oggi – a assassinio compiuto – farsi vanto di “proteste” e puntualizzazioni fittizie, Ban Ki Moon e la Corte Penale Internazionale: al primo Gheddafi aveva ripetutamente richiesto una commissione di inchiesta per verificare la situazione sul terreno: la risposta fu il silenzio (3) . La seconda (denunciata da Gheddafinel 2009 per la sua parzialità in Africa: sostanziale inazione di fronte alle stragi degli invasori tutsi di Paul Kagame ai danni di centinaia di migliaia di Hutu e alleati “etnici” del Congo orientale; e dall’altra parte, il mandato di cattura per Al Bashir, per una guerra civile nel Darfur sostenuta da Israele) è stata attiva solo nel richiedere un altro mandato di cattura internazionale contro il leader libico, già nel giugno scorso, e sulla base dei “de relata” mediatici (4): pazzesco, i magistrati della giustizia internazionale che rinunciano a una indagine cognitiva autonoma e si affidano alle patacche del New York Times, dell’Economist e di Al Jazira (5).

Il segno sionista della guerra di Libia, dal colpo di mano Sarkozy al linciaggio di Gheddafi

Questo detto, una sommaria puntualizzazione sul prima e dopo la fine di Gheddafi è opportuna: come è stato ripetuto da più parti, la guerra di Libia è scoppiata e il regime di Tripoli rovesciato, non perché il reddito della popolazione fosse mediamente basso, come nel caso di altri paesi sconvolti dalla “primavera araba”, ma al contrario perché la Jamahiriya era un paese mediamente benestante, ricco di petrolio da esportazione, caratterizzato da una struttura economica satisfattiva delle esigenze di base dei suoi cittadini – dai servizi alla proprietà della casa, ai redditi più che sufficienti (6) –sorretta dal gigantismo degli interventi strutturali messi in opera dalla genialità del rais – primo fra tutti il grandioso acquedotto “manmade-river” (7) – e capace di una politica estera sia politica che economico-commerciale dinamica e per molti versi vincente. In Africa innanzitutto – attenzionata e coltivata da Gheddafi dopo la sua rottura con i “fratelli arabi”: fu lui a fondarel’Unione Africana (8) – ma anche in Europa, con massicci investimenti probabilmente mirati. Una presenza libica che in Italia risale addirittura al 1978 – le azioni della Fiat, una Fiat in cui non si era ancora risolto, o forse non era ancora emerso, il conflitto tra pro-cattolici, pro-musulmani (Edoardo Agnelli e la sua oscura morte (9) ) e pro-ebrei , oggi stravincenti – e che sicuramente ha dato molto fastidio ai soliti poteri forti occidentali.
Per questo la Jamahiriya è stata aggredita, facendo leva come da classica guerra imperialista sull’antica contrapposizione – di cui parlava già Erodoto (10) – tra Cirenaica e Tripolitania, megaregioni di un paese nel quale, sotto la bandiera verde della rivoluzione pan-nazionale gheddafista permanevano peraltro anche altre sedimentate divisioni etno-regionali, quelle oggi sempre più evidenti.La struttura bancaria statale libica, in una fase di scatenamento selvaggio della finanza “laica” mondiale e di sopravvivenza di una finanza islamica ancora in parte memore dei versetti del Corano di condanna dell’usura; la politica di (media) potenza di Tripoli tale da dar fastidio persino alla Cina in terra d’Africa; e il risveglio antisionista di Gheddafi dopo il lungo tunnel del caso Lockerbie, con le dichiarazioni di fuoco contro Israele e la “sua” CPI dell’agosto del 2009, di fronte agli ospiti stranieri riuniti per festeggiare il quarantennale della rivoluzione: questi sono i tre momenti simbolo che spiegano più di ogni altra cosa – più del petrolio, fattore logicamente e “cronologicamente” secondario- l’aggressione alla Libia. Una guerra, dunque,in cui il sionismo internazionale – quello a-territoriale, la grande finanza mondialista; e quello territoriale, lo stato ebraico “offeso” dalle parole “antisemite” del rais, e alla ricerca di una rivalsa dopo le sconfitte della guerra del Libano del 2006 e della invasione di Gaza due anni dopo – ha avuto sicuramente un ruolo centrale, tanto centrale quanto occultato dal mainstream mediatico, “autorevoli “siti in rete compresi.Sìsì, è vero, non c’è il solo sionismo a opprimere i popoli del mondo: i finanzieri e i razzisti sono anche sauditi, indiani, cristiani, musulmani, americani wasp e francesi doc.E poi ci sono i padroncini di Barletta a 3 e 95 euro l’ora, lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” è binario.
Ma la centralità e la supremazia della capacità di fuoco sionista rimane: trovate una altra combinazione-convergenza dentro uno stesso gruppo di potere lobbistico di finanza, mass media, comunità diasporiche. Non c’è: non esistono direttori di giornali sauditi in Occidente o se esistono sono rari come le mosche bianche. Al massimo ti infilano un bravo e simpatico professionista nero in qualche TG, uno solo per piazzarne altri dieci di affiliazione diversa e più affine. Il potere delle lobbies islamiche in Europa o nel mondo è poi minore, anche laddove esistono forti comunità di immigrazione: di immigrazione recente, non plurisecolare e plurimillenaria, con i suoi effetti a cascata grazie alla capacità, capillare, sorretta da una “base di massa” , di insinuarsi in ogni dove se vuole, persino in rete, persino tra i cosiddetti “rivoluzionari” di destra, di sinistra e rossobruni; persino tra i siti di “analisi” geopolitica, che abdicano all’abc della professionalità occultando sistematicamente il fenomeno e nel caso specifico – la Libia – il segno sionista dell’aggressione della NATO e dei suoi ribelli-fantoccio.
Segno dimostrato per finire – anche questo aspetto è stato taciuto da quasi tutti, fino all’invenzione-patacca di una preminenza degli USA nella guerra a Gheddafi da parte della solita coglioneria marxista e postmarxista – dal ruolo trainante e centrale nel conflitto dei due leader più sionisti dell’Unione Europea: Sarkozy, il “primo presidente ebreo della Repubblica francese” (11), e Cameron, anche lui scopritore di vere o presunte sue radici ebraiche e protagonista di una campagna elettorale all’insegna della fedeltà a Israele (12). L’inizio della guerra di Libia è stato il colpo di mano del presidente francese del 19 marzo, il via libera ai bombardamenti mentre ancora era in corso il vertice di Parigi incaricato (da lui stesso) di implementare la risoluzione dì ONU di due giorni prima. La conclusione è stata il linciaggio di Gheddafi, che stando alle cronache di stampa, sarebbe stato opera della “tribù di Misurata” “discendente dagli ebrei turchi” (13) : di Salonicco cioè, la stessa città di origine della famiglia di Sarkozy? (14) Ed è questo il motivo vero, talmudista, della violenza bestiale e criminale dei linciatori, che solo a crimine compiuto hanno attribuito a due neri-un giovane in un filmato, un adulto in un’altro: quest’ultimo sembrerebbe essere quasi stato minacciato – del crimine compiuto ai danni del legittimo Capo di stato libico? Il tutto comunque il 20 ottobre scorso, data fortunata per il marito di Carlà, sfortunata per i suoi molteplici nemici e le loro memorie storiche: nascite e stragi di bambini, sempre tutti innocenti per tutta l’umanità, tranne che per certi razzisti. Canaglie. Vera o non vera la storia degli “ebrei turchi”, la sua esternazione mediatica è la firma finale sulla guerra, qualcosa che ricorda la visita improvvisa- anch’essa dubbia, e a cui venne dedicato solo qualche trafiletto – di Sharon a Saddam in carcere , nel 2004 …

Il futuro della Libia e le sue incognite

Del resto, di segno sionista rischia di essere anche la prospettiva che si intravvede in questi primi giorni postgheddafiani: la paventata balcanizzazione del paese di cui si parla con tanto di richiamo al tentativo postbellico degli anglo-francesi di dividere l’ex colonia italiana in Fezzan, Cirenaica e Tripolitania – tentativo fallito grazie all’Italia democristiana di De Gasperi – è assolutamente coerente con l’ideologia sionista, tendenzialmente di acciaio al suo interno, ma ultradifferenzialista nei confronti dei popoli gentili. Le nazioni in pace invase dall’immigrazione selvaggia, se non violi i “diritti umani” (Louise Arbour, all’indomani dell’accordo italo-libico del 2008. Per inciso, la Arbour è la stessa che persegui’, anzi perseguitò Milosevic fino al suo assassinio in carcere: di nuovo emerge l’assenza di coerenza nel garantismo giuridico del centrodestra) e le guerre e le “autodeterminazioni” altrettanto selvagge per distruggere paesi uniti e sedimentare odi interetnici di lunga durata. Il modello è quello di Oded Ynon, sulla rivista Kivunim dell’Organizzazione Sionista Mondiale nel 1982 (15) : la divisione del Medio Oriente secondo linee etno-religiose, come nel caso del federalismo economico in Iraq, come è stato ripetutamente tentato in Libano, come si tenta in questi mesi in Siria, e come sta emergendo con gli attentati oscuri in Egitto che scatenano l’odio tra copti e musulmani. Un dejavu, vedi l’attentato al mercato di Serajevo in Bosnia, falsamente attribuito ai Serbi e prodromo della disgregazione finale della vecchia Federazione jugoslava di Tito .
Si dirà: ma che giovamento può trarre l’Occidente dalla balcanizzazione della Libia, e dal perdurare degli odi interetnici scatenati dal conflitto? La risposta è: dipende, c’è Occidente e Occidente, come nel caso dell’Iraq. Per George Bush – proclamatosi ridicolmente vincitore ai primi di aprile del 2003 nel suo discorso “storico” sulla portaerei USA – la guerra contro Saddam si è tradotta in un disastro – circa cinquemila soldati americani morti durante l’occupazione del paese – ma per Israele, il paese che ha spinto in tutti i sensi la Casa Bianca dello psicolabile figlio di Bush senior, verso la “guerra infinita”, sfruttando l’attentato dell’11 settembre, facendo leva sui neocons ben inseriti nell’Amministrazione, e su Cheney e Rumsfeld, la questione si pone in modo diverso. Il sionismo e il suo retroterra finanziario hanno bisogno del caos altrui – di qualsiasi segno, dalle BR “comuniste” a Al Qaeda “islamica” – per sopravvivere e rafforzarsi. Non soltanto perché così indebolisce e sconfigge i suoi nemici (e l’Iraq baathista e la Libia gheddafista , lo erano), non soltanto perché dalle guerre può trarre – come ricordava già Hobson, L’imperialismo, 1902 – lauti profitti di borsa, ma anche perché grazie al caos permanente in Medio Oriente e nel mondo, lo Stato ebraico può continuare a fare quello che gli pare e piace in Palestina, all’insegna del diritto biblico e in violazione costante delle più elementari norme di Diritto internazionale, lo jus gentium, il diritto dei popoli gentili. Più si creano nuovi terreni di attenzione operativa della “diplomazia internazionale”, più il rischio di dover alla fine cedere (ma quando mai?) alle “pretese” della comunità internazionale si allontana. Forse non ha sempre funzionato così, ma negli ultimi anni la cronologia parla chiaro: nel 2006 Hezbollah riesce ad infliggere una storica sconfitta allo esercito israeliano; due anni dopo, l’obbiettivo dell’ “annientamento” di Hamas non viene raggiunto; per intanto, fin dal 2004-2005, falliscono tutti i tentativi israeliani di trascinare gli Stati Uniti in un attacco contro l’Iran. L’assedio di Gaza suscita tra l’altro l’indignazione internazionale, e ancora più l’assalto armato alla flottilla turca. Si profila dunque il pericolo di un accerchiamento diplomatico dello Stato ebraico, soprattutto grazie a Putin (discorso di Monaco del 2008 pro-multilateralismo) e ai suoi alleati e interlocutori primari nel mondo mediorientale e in Occidente. Si paventa in particolare, a Tel Aviv, il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, a favore del quale erano già stati in procinto di pronunciarsi, esattamente l’11 settembre 2001 , gli Stati Uniti, con un già programmato discorso al’ONU di Colin Powell, poi saltato a causa dell’attentato “islamico” alle Torri. Dieci anni dopo, il pericolo si ripresenta, ed ecco la reazione israeliana su due piani: l’uso delle primavere arabe per colpire mortalmente i suoi nemici dall’interno, a cominciare dall’anello più debole, il paese più isolato di tutti nella Lega regionale, la Libia; e l’attentato di Oslo, contro eventuali impennate di una Unione europea ormai ingranditasi rispetto al vecchio nucleo storico occidentale, a rischio dunque di cosiddetto “antisemitismo”, e al cui interno la Norvegia laburista era  diventata la punta di diamante della battaglia per la difesa dei diritti del popolo palestinese.

Primo dovere, il parlar chiaro

Tutto questo non vuol dire che la tendenza messa in moto dalla guerra di Libia sia irreversibile: in Libia, la manifestazione di ieri di “gioia popolare” sulla Piazza verde e l’annuncio della  svolta “democratica” ha palesato sullo schermo televisivo molti spazi vuoti, una folla ogni tanto rada e chissà se di veri tripolini e veri libici, oppure anche e soprattutto di falsi arabi dei servizi anglo-francesi e di libici di altre regioni. Sul piano internazionale, i paesi che ostacolano la peraltro impossibile normalizzazione sionista sono ancora molti, e non c’è bisogno di elencarli. Anche coloro che hanno taciuto e hanno tradito Gheddafi. La partita è dunque ancora aperta, i diritti del popolo palestinese e di tutti i paesi del mondo a sviluppare le loro economie, industria nucleare a scopi civili inclusa, ancora sul terreno di battaglia. Così come, a fronte dell’aggressione finanziaria ai paesi europei, un nodo su cui riflettere è quello dell’ autonomia della Politica dai poteri bancari e monetari, che coinvolge tutte le tendenze e che non dovrebbe risolversi però in un anatema contro tutto e tutti.
Nella difficile fase segnata da forti incertezze, quel che è sicuro è che chi segue solo dall’esterno, come osservatore, giornalista o politologo o storico che sia, gli sviluppi geopolitici dello scacchiere mediorientale e delle sue proiezioni nelle altre regioni del mondo, dovrebbe mantenere un profilo di professionalità il più alto possibile: non si tratta di pretendere ovviamente l’ “infallibilità” – tutti possono sbagliare nelle valutazioni, a partire il sottoscritto – ma di esigere l’onestà nel parlar chiaro sul chi è contro chi nelle guerre e nelle crisi internazionali, battendosi contro l’ “occultamento della storia” e abbandonando schemini consunti e auto gratificanti – a cominciare dall’americocentrismo: Wall Street ha aggredito anche Obama – che non possono che produrre danno e confusione. Su questo terreno, il tatticismo è solo autolesionista, e solo la scelta della chiarezza è all’altezza della fase storica che stiamo attraversando.

* Claudio Moffa, africanista, è docente all’Università degli Studi di Teramo




1) Secondo dottrina, gli Stati-fantoccio – così definiti per essere totalmente dipendenti da un altro Stato al momento della loro presa in considerazione – non possono godere di uno status internazionale. Credo che analogo attributo sia applicabile, nell’ambito della giuridico-internazionalista teoria degli insorti, anche ai ribelli libici, insorti vincitori della guerra civile senza alcuna autonomia dalla NATO e da questa – come dai servizi segreti francesi e britannici – completamente dipendente. Ovviamente, quanto appena detto, riguarda gli otto mesi di guerra di Libia e non, per forza di cose, il futuro. Nella lunga duyrata della storia, il diritto è sempre espressione di rapporti di forza, come ricordava Marx, e finisce per negare se stesso riesumandosi come legge della giungla, edulcorata e rappresentata dai cortigiani farisei dei nuovi potere come nuovo, appunto “diritto”.

2) Le violazioni specifiche del Diritto internazionale nella guerra di Libia riguardano principalmente1) l’interferenza negli affari interni di uno Stato – vietata dalla Carta dell’ONU, art. 2 – ovvero l’uso della forza dell’ONU come forza di interposizione in guerre tra Stati e non tra parti di uno stesso Stato (come avviene ad es. in Libano); 2) la non gestione diretta dell’azione militare da parte del Consiglio di Sicurezza e dei Caschi Blu, con tanto di delega addirittura a una organizzazione per statuto di parte come la NATO (Capitolo VII della Carta). Il fatto che la guerra di Libia abbia avuto in questo senso dei significativi precedenti nell’ultimo ventennio posibipolare non cambia la sua antiteticità rispetto ai principi codificati dall’ONU nel 1945. Di più, la stessa no-fly-zone – misura ultronea rispetto al diritto internazionale quale praticato dalle Nazioni Unite dal 1945 al 1990 – è innovativa e illegittima anche rispetto a quella inventata per la prima volta dagli anglo-americani per l’Iraq postguerra del 1991, alle prese con le insorgenze curde e sciite contro il governo centrale: lì, in Iraq, la no fly-zone riguardò infatti solo le zone di effettiva insorgenza – dunque non la regione centrale di Bagdad, saldamente sotto controllo del regime baathista. In Libia invece è stata estesa fin da subito anche alla Tripolitania e alla capitale, nonostante il consenso della popolazione locale a Gheddafi. Una “protezione di civili” che mirava fin da subito e direttamente – non indirettamente come nel caso iracheno del 1991-2 -alla destabilizzazione e all’aggressione diretta del governo legittimo libico. 3) il bombardamento anche di civili, che rende teoricamente imputabili di crimini di guerra la NATO e il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon.

3) Già il 7 marzo 2011: http://www.tradingonlinefree.it/crisi-libica-gheddafi-favorevole-ad-una-commissione-dinchiesta-delle-nazioni-unite-1355.html. Diverse anche successivamente le profferte di dialogo da parte di Gheddafi stando alle cronache: http://www.asianews.it/notizie-it/Gheddafi-accetta-il-piano-di-pace-





5) La più grande patacca mediatica della guerra di Libia è forse quella della manifestazione di un partito indiano rubricata da Al Jazira del 20 o 21 agosto 2011 come “Tripoli” – il popolo festeggia la liberazione di Tripoli. Vedi http://www.iemasvo.it/.,  l’intervento di Pino Cabras al convegno “La Libia allo scanner. Economia, mass media, legittimità dell’intervento”, Assisi, 12 ottobre 2011.ì



6) Tra i tanti interventi, ricordo quello recente di Bruno Amoroso al già citato convegno di Assisi “La Libia allo scanner …” del 12 ottobre 2011, E prima ancora, dello stesso Professore emerito dell’Università di Roskilde, Capitali congelati, un furto «umanitario», su il manifesto 26/3/11



7) http://www.iemasvo.it/index_iemasvo/index%20-%20libia_allo_scanner.html, fornisce una sommaria visione delle caratteristiche e delle strutture dell’opera.



8)Istituita formalmente nel 2002, l’Unione africana nacque con la Dichiarazione di Sirte in Libia, il 9 settembre 1999. Gheddafi ebbe un ruolo centrale, ma su Wikipedia italiana nemmeno viene citato e la fondazione a Sirte dell’Unione Africana viene relegata in secondordine rispetto alla fondazione ufficiale dell’UA nel 2002.

9) Ho appreso di questa lotta intestina alla Fiat, e del caso Agnelli in particolare, in Iran, durante un colloquio con un iraniano all’epoca – inizi anni Ottanta – studente a Roma


10) In Sallustio, De bello Iugurthino, 19, 79, il racconto della gara dei Fileni, due fratelli che parteciparono alla corsa per stabilire il confine tra la regione orbitante attorno a Cartagine, e quella posseduta da Cirene.



11) Così il presidente dell’Alliance franco-israélienne Georges Frêche,all’indomani dell’elezione di Sarkozy alla Presidenza della Repubblica : « je suis ravi que les Français aient élu un juif président de la République au suffrage universel direct. […] On avait déjà eu Léon Blum et Mendès France premiers ministres, mais on n’avait jamais eu un juif élu au suffrage universel. Et en plus, avec Kouchner comme ministre des Affaires étrangères, qu’est-ce qu’on veut de plus ?”« Et je vais dire à mon ami Kouchner : et quand c’est que tu reconnais Jérusalem, capitale d’Israël ? » Discorso tenuto a Montpellier il 24 giugno 2007, in occasione della « Journée de Jérusalem », nel quadro del gemellaggio tra la sua città e Tiberiade. Sulla collocazione di Sarkozy, Le Figaro avrebbe scritto che il presidente francese era stato “un espion du Mossad!: Press TV, citée par Salem-News.com, 17 mars 2011 Sarkozy Was a Mossad Agent? Le Figaro prétend que les fonctionnaires français de police ont réussi à garder secrète une lettre qui exposait les activités d’espionnage pour le Mossad de Sarkozy

12) Rimando ai miei precedenti scritti in rete e sui miei siti, sulla guerra di Libia.

13)http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=118&ID_sezione=693:  “Gheddafi ucciso dalla trubù di Misurata”: 





14) Sulla biografia e carriera politica di Sarkozy, vedi Eric Blanrue, Sarkozy, les Juifs, Israel, Paris 2009

15) Il saggio di Oded Ynon è citato tra l’altro in Claudio Moffa (a cura di), Quaderni Internazionali, 3, La questione nazionale dopo la decolonizzazione. Per una rilettura del ‘principio di autodecisione dei popoli’, Quaderni Internazionali, 2-3, 1988. [6] In realtà l’articolo non conteneva riferimenti alla Libia, ma lo schema era lo stesso: dividere gli stati esistenti secondo linee etniche, regionali, religiose.



Altri articoli sulla morte del colonnello M. Gheddafi:



Le ultime volontà di Mu’ammar Gheddafi (Redazione)

L’ultimo messaggio di Gheddafi all’Italia (Redazione)

Il prossimo Nobel per la pace (Daniele Scalea)

Il “prezzo del sangue”: perché Gheddafi è stato ucciso (ma la guerra non finirà lo stesso) (Matteo Finotto)

Brevi considerazioni dopo la morte di Muammar Gheddafi (Costanzo Preve)

Il linciaggio di Muammar Gheddafi (Thierry Meyssan)

Per approfondire (dalla rivista “Eurasia”):

Geopolitica dell’energia: l’Italia nello scacchiere euro-mediterraneo (Dario Giardi)

La politica estera italiana nel Vicino Oriente (Pietro Longo)

La nostra Africa (Fabio Mini)

Il ruolo della Libia nel Nordafrica e nel Mediterraneo (Claudio Mutti)

L’Africa nella politica estera italiana (Daniele Scalea)

L’Italia tra l’Europa e il Mediterraneo (Daniele Scalea)

Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente (Alberto B. Mariantoni)

L’Europa e l’area euro-mediterranea (Costanzo Preve )                   












































lunedì 24 ottobre 2011

Sunday 23 october 2011 7 23 /10 /Ott /2011 16:14 Il testamento di Gheddafi

In nome di Dio Clemente e misericordioso                              

Questo è il mio testamento, di Mouammar Bin Mohammed Bin Abdessalam Bin Humaïd Bin Aboumeniar Bin du Naïl Al Fohsi Al Kadhafi.

Io testimonio che non vi è altro Dio che Allah e che Maometto è il suo Profeta

Le mie ultime volontà sono:
•Che io non sia lavato alla mia morte e che sia interrato secondo il rito Islamico ed i suoi insegnamenti, con i vestiti che portavo al momento della mia morte.
•Che sia interrato nel cimitero di Sirte, a lato della mia Famiglia e della mia Tribù
- Che i miei familiari siano ben trattati, soprattutto le donne ed i bambini.
- Che il Popolo Libico salvaguardi la propria identità, le sue realizzazioni, la sua storia e l’immagine degli antenati e dei suoi eroi, e che non sia attaccato in nell’essenza di Uomini Liberi.
•Che continui la resistenza a tutte le aggressioni straniere subite dalla Jamahiriya, oggi, domani e sempre.
•Che si convincano gli uomini liberi della Jamahiriya che noi avremo potuto realizzare, con la nostra causa, una vita migliore, stabile e sicura. Noi abbiamo avuto tante proposte in merito, ma noi abbiamo scelto d’essere al fronte per dovere ed onore.E anche se noi non vinciamo oggi, noi offriamo una lezione alle generazioni future perché esse possano vincere, poiché la Nazione ha scelto l’onore ed il vendersi sarebbe stato un tradimento che la Storia testimonierà e giudicherà
Che sia trasmesso il mio saluto ad ogni membro della mia famiglia ed ai fedeli della Jamahiriya, nonché ai fedeli che ovunque nel mondo ci hanno sostenuti con il loro cuore.
Che la pace sia con voi tutti.


Mouammar El Kadhafi
Sirte, 17/10/2011    Sirte                                                               


SIRTE
                                                                                  

sabato 22 ottobre 2011

GIAMAHIRIA



pubblicata da Fabio Falchi il giorno venerdì 21 ottobre 2011 alle ore 17.51.

Per una analisi storica e politica della Giamahiria vi sarà tempo. Quel che è certo è che nulla di simile ci si deve aspettare dalla stampa italiana: nessun tentativo di capire per quale motivo le "forze occidentali" abbiano aggredito uno Stato sovrano o perché gran parte del popolo libico non abbia appoggiato i cosiddetti "ribelli". Attenti ai particolari personali e pronti a diffondere qualsiasi bufala pur di fare notizia, ma senza disturbare il manovratore, per i gazzettieri non c'è colore che non sia una sfumatara di grigio : Gheddafi come Saddam o addirittura come Mussolini. La retorica della libertà, si sa, è una macchina semplificatrice, benché potente. D'altronde, quel che conta è che la libertà e la democrazia made in Hollywood facciano un buon incasso. Insomma, che la "fiction " sia produttiva. E che i "semplici" ci credano.
Nondimeno, è lecito e perfino necessario fare una - sia pur brevissima - considerazione sulla fine della "Repubblica delle masse" (che non necessiamente significa la fine della resistenza del popolo libico contro i "collaborazionisti di Bengasi"). Indipendentemente dal fatto che la Libia è uno Stato tribale, che presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da qualsiasi Paese europeo, è evidente che per giudicare la Giamahiria si deve tener conto che Gheddafi, allorché prese il potere nel lontano settembre 1969, si trovò di fronte al calssico problema di chi, per difendere i diritti del proprio popolo, deve combattere sia contro nemici interni, sia contro nemici esterni. Ovvero contro gli "agenti" del grande capitale e della potenza capitalistica predominante. Ed è ben difficile che si possano mutare i rapporti di potere esistenti con il "mercato democratico". La stessa socialdemocrazia scandinava, che pure pareva poggiare su basi storiche e culturali solidissime, appena cambiato il vento della storia è stata spazzata via come un castello di carte. Quindi, anche Gheddafi , a cui ovviamente si possono muovere non poche critiche, è logico che si sia dovuto confrontare con tale questione ed abbia cercato di risoverla secondo la tradizione culturale del suo popolo; ma è comunque indubbio che progressi sociali ed economici ci siano stati. Quanto alla accusa di aver finanziato il "terrorismo internazionale" , molto dipende da che cosa si intende per terrorismo, dato che gli angloamericani e gli israeliani, che pure praticano il terrorismo su scala globale, sembrano considerare terroristi tutti coloro che contrastano la loro politica di potenza. Paradossalmente, ma è un paradosso solo in apparenza, l'errore più grave di Gheddafi, come è stato osservato, è stato di aprire, in questi ultimi anni, il Paese all'Occidente, senza avere la capacità politica e militare per difendersi da un attacco degli "occidentali", tanto più previdibile, considerando anche il forte impegno della Libia in Africa, proprio quando il continente africano, anche a causa della presenza cinese, ha acquisito un ruolo geostrategico del tutto nuovo e di estrema inportanza, e quando il Leviatano, proprio perché ferito, è più che mai pericoloso e sembra puntare tutto sulla "geopolitica caos". Al riguardo, Giuseppe Germinaro, collaboratore del blog "Conflitti e strategie" ha scritto: "Resta una grande amarezza, ma la quasi certezza che l'attuale strategia americana sia molto rischiosa; troppi fronti aperti. Dovessero crearsi due/tre intoppi il castello vacillerebbe pericolosamente. Stiamo attenti all'Italia". E' un giudizio che non si può non condividere . E il riferimento al nostro Paese non è affatto retorico o esagerato. Vero che, se il lupo perde il pelo ma non il vizio, allora non può destare meraviglia che i nostri governanti, pur di salvare sé stessi, non abbiano esitato a stracciare il Trattato di Bengasi e a mordere la mano che avevano addirittura baciato. Ma a pagarne le conseguenze sarà il popolo italiano. Anzi, le sta già pagando. E si è solo all'inizio.
In ogni caso, non è possibile non provare nausea per gli articoli di coloro che ficcano le dita nel corpo insanguinato di Gheddafi e nei corpi della centinaia di migliaia di civili massacrati dagli americani e dai loro sicari in questi ultimi 20 anni. Ma sono proprio loro, i gazzettieri occidentali, a essere in una buca. E gli occhi dei bambini iracheni, dei bambini afghani, dei bambini palestinesi , dei bambini libici e di tutte le altre vittime del terrorismo occidentale, di cui sono complici, li guardano e continueranno a guardarli. Questa è la loro condanna. Non quella di Gheddafi, che nel momento più drammatico della storia del suo Paese era tornato ad essere il giovane ufficiale nasseriano che aveva messo fine alla monarchia di re Idris, ovvero ad un protettorato angloamericano, e che aveva saputo dar vita alla Giamahiria. Oggi invece la canaglia al servizio della "North Atalantic Terrorist Organization" festeggia. Tuttavia, il seme, se cade in terra buona, porta frutto e nulla è perduto, finché non tutto è perduto.

Fabio Falchi, http://www.cpeurasia.eu/