domenica 14 novembre 2010

L'eurasiatista a cavallo

Baron Ungern-Sternberg
Articolo di Claudio Mutti                                                    
In un discorso tenuto ad Amburgo il 28 aprile 1924, Oswald Spengler rievocò la figura del barone von Ungern-Sternberg, che quattro anni prima aveva allestito un esercito “con il quale in breve tempo avrebbe avuto saldamente in pugno l’Asia centrale. Quest’uomo – disse Spengler - aveva legato incondizionatamente a sé la popolazione di vaste regioni, e se avesse voluto prendere l’iniziativa e la sua eliminazione non fosse riuscita ai bolscevichi, non ci si può figurare come risulterebbe già oggi l’immagine dell’Asia” (1). Il barone Ungern-Sternberg era già passato alla storia. E alla leggenda.
Dal noto libro di Ferdinand Ossendowski Bestie, uomini e dèi (2) alle biografie romanzate di Vladimir Pozner (3) e Berndt Krauthoff (4), che attrassero rispettivamente l'attenzione di René Guénon (5) e di Julius Evola (6); dal film sovietico Ego zovut Suche Batur, diretto nel 1942 da Aleksandr Zarchi e Josif Chejfiz (con Nikolaj Cerkasov nei panni dell'eroe negativo Ungern) ai fumetti di Hugo Pratt (7) della serie “Corto Maltese”; dai romanzi di Jean Mabire (8) e di Renato Monteleone (9) fino alla pittura dell'artista siberiano Evgenij Vigiljanskij, la leggenda del "barone sanguinario" ha continuato ad esercitare il suo fascino. Nella Russia di oggi, dove Leonid Juzefovich (10) ha pubblicato la più recente biografia del Barone, il mito di Ungern è particolarmente vivo presso le correnti eurasiatiste e neoimperiali, che guardano a questo personaggio come ad un loro precursore (11).
Secondo la Grande Enciclopedia Sovietica, Roman Fedorovic Ungern von Sternberg nacque il 10 (22) gennaio 1886 nell’isola di Dago (oggi Hiiumaa Saar, in Estonia) e morì il 15 settembre 1921 a Novonikolaevsk (oggi Novosibirsk). Alcune fonti “occidentali”, invece, lo fanno nascere il 29 dicembre 1885 in Austria, a Graz; per quanto riguarda la morte, oscillano tra il 17 settembre e il 12 dicembre del 1921 e propongono ora Novonikolaevsk ora Verkhne-Udinsk (Ulan Ude, tra la riva sudorientale del Baikal e il confine mongolo).
In ogni caso, la famiglia del barone Roman Fedorovic (imparentata tra l’altro con quella del conte Hermann Keyserling) apparteneva alla nobiltà baltica di lingua tedesca ed era presente sia in Estonia sia in Lettonia: nel 1929 un esponente della famiglia rievocava le sue vicissitudini a Riga, nel periodo dell’invasione bolscevica (12). Il Genealogisches Handbuch des Adels si occupa estesamente degli Ungern-Sternberg (13), individuandone il capostipite in un Johannes de Ungaria (“Her Hanss v. Ungernn”), la cui esistenza è attestata in un documento del 1232. Sul dato dell’origine magiara si innestarono alcune leggende: una ricollegava gli Ungern agli Unni, un’altra li faceva discendere da un nipote di Gengis Khan che nel XIII secolo aveva cinto d’assedio Buda.
E appunto dal fondatore dell’impero mongolo Roman Fedorovic avrebbe ereditato un anello di rubino con la svastica, mentre, stando ad un’altra versione, glielo avrebbe consegnato il Qutuqtu, il Buddha Vivente di Urga, terza autorità nella gerarchia lamaista dopo il Dalai Lama di Lhasa e il Panc’en Lama di Tashi-lhumpo.
Compiuti gli studi al Ginnasio di Reval, il Barone frequentò la scuola dei cadetti di San Pietroburgo; nel 1909 trascorse un breve periodo con un reggimento di cosacchi di stanza a Cita, in Transbaikalia, poi si diresse verso la Mongolia. Qui, grazie all'affiliazione buddhista che gli era stata trasmessa dall'avo paterno, Roman Fedorovic poté entrare in rapporto col Buddha Vivente. Nel 1911, quando i Cinesi vengono cacciati dalla Mongolia e il Buddha Vivente diventa il sovrano del paese, il Barone riceve un posto di comando nella cavalleria mongola. In quel periodo, un oracolo sciamanico gli rivela che in lui si dovrà manifestare una divina potenza guerriera.
Nel 1912 Roman Fedorovic è in Europa. Allo scoppio del conflitto, abbandonando Parigi per accorrere sotto i vessilli dello Zar, il Barone conduce con sé una fanciulla di nome Danielle, la quale perirà in un naufragio sul Baltico. Nel 1915 combatte in Galizia e in Volinia, riportando quattro ferite e guadagnando due altissime onorificenze: la Croce di San Giorgio e la Spada d'Onore. Nel 1916 è sul fronte armeno, dove ritrova l'Atamano Semenov, che aveva conosciuto in Mongolia. Nell'agosto del 1917, dopo essere andato a Reval per organizzarvi alcuni distaccamenti di Buriati da impiegare contro i bolscevichi, Ungern raggiunge Semenov in Transbaikalia; qui diventa il capo di Stato Maggiore del primo esercito "bianco" e organizza una Divisione Asiatica di Cavalleria (Aziatskaja konaja divizija) in cui confluiscono mongoli, buriati, russi, cosacchi, caucasici, perfino tibetani, coreani, giapponesi e cinesi. La Divisione Asiatica di Cavalleria opera per tutto il 1918 nei territori orientali della Siberia, tra il Baikal e la Manciuria.
Dopo l'evacuazione giapponese della Transbaikalia, la successiva occupazione cinese della Mongolia e l'instaurazione di un soviet "mongolo" sotto la direzione di un ebreo di nome Scheinemann e di un pope rinnegato di nome Parnikov, il generale Ungern si dirige verso la Mongolia alla testa dei suoi cavalieri. Il 3 febbraio 1921 investe Urga, costringendo alla fuga la guarnigione cinese, facendo a pezzi un rinforzo nemico di seimila uomini e spazzando via il soviet locale. Il Buddha Vivente Jebtsu Damba, liberato dalla prigionia e reintegrato nel suo regno, conferisce a Ungern, che d'ora in poi sarà Ungern Khan, il titolo di "Primo Signore della Mongolia e Rappresentante del Sacro Monarca". Il terzo gerarca del Buddhismo lamaista riconosce in Ungern una cratofania procedente dal suo medesimo principio spirituale.
Ungern aveva dichiarato fin dal 25 febbraio 1919, alla Conferenza Panmongola di Cita, la propria intenzione di restaurare la teocrazia lamaista, creando una Grande Mongolia dal Baikal al Tibet e facendone la base di partenza per una grandiosa cavalcata verso occidente, sulle orme di Gengis Khan. Il vero scopo di Ungern Khan non era infatti una pura e semplice distruzione del potere sovietico, ma una lotta generale contro il mondo nato dalla Rivoluzione Francese, fino all'instaurazione di un ordine teocratico e tradizionale in tutta l'Eurasia. Ciò spiega da un lato la scarsa simpatia di cui Ungern godette presso gli ambienti "bianchi", dall'altro, il vivo interesse che il suo progetto suscitò anche al di fuori delle cerchie lamaiste, in particolare presso gli ambienti musulmani dell'Asia centrale.
La cattura del Barone
Rivestendo la tunica gialla sotto il mantello di ufficiale imperiale, alla testa di un'armata a cavallo che innalza come propria insegna il vessillo con lo zoccolo e lo svastica, il 20 maggio del 1921 Ungern Khan lascia Urga e penetra in territorio sovietico presso Troitskosavsk (Kiakhta), travolgendo le difese bolsceviche. Quindi impartisce l'ordine apparentemente insensato di eseguire una conversione verso occidente e poi verso sud, in direzione dell'Altai e della Zungaria. La sua intenzione, secondo quanto lui stesso dichiara al suo unico amico, il generale Boris Rjesusin, è di attraversare il Hsin Kiang per raggiungere la fortezza spirituale tibetana. "Egli -scrive Pio Filippani Ronconi- mosse solitario verso una direzione che non aveva più rapporto con la realtà geografica del luogo e militare della situazione, nel postremo tentativo, non di salvare la vita, bensì di ricollegarsi, prima di morire, con il proprio principio metafisico: il Re del Mondo"(14).
Il 21 agosto il predone calmucco Ja lama, dopo avere ospitato Ungern nella propria yurta, lo consegna ai "partigiani dello Jenisej" di P.E. Shcetinkin. Il generale Bljucher, comandante dell'esercito rivoluzionario del popolo della repubblica dell'Estremo Oriente e futuro Maresciallo dell'URSS, cerca invano di convincerlo ad entrare nell'esercito sovietico. Il 15 settembre Ungern viene processato a Novonikolaevsk dal tribunale straordinario della Siberia. Riconosciuto colpevole di aver voluto creare uno Stato asiatico vassallo dell'Impero nipponico e di aver preparato il rovesciamento del potere sovietico per restaurare la monarchia dei Romanov, è condannato a morte per fucilazione.
L'anello con la svastica sarebbe entrato in possesso di Bljucher. Si dice che, dopo la fucilazione di quest'ultimo, avvenuta nel 1936, esso sia passato nelle mani del Maresciallo Zhukov.

1 O. Spengler, Forme della politica mondiale, Ar, Padova 1994, p. 63.
2 F. Ossendowski, Bêtes, Hommes et Dieux, Plon, Paris 1924.
3 V. Pozner, Le mors aux dents, Denoël, Paris 1937.
4 B. Krauthoff, Ich befehle. Kampf und Tragödie des Barons Ungern-Sternberg, Carl Schünemann Verlag, Bremen 1938. Questo libro, come pure quello di Pozner, rielabora i dati forniti da un testimone: Essaul Makejev, Bog voiny, Baron Ungern (Il dio della guerra, il Barone Ungern), Shangai 1926.
5 R. Guénon, Rec. in Le Théosophisme, Éditions Traditionnelles, Paris 1978, pp. 411-414.
6 J. Evola, Rec. in Esplorazioni e disamine. Gli scritti di "Bibliografia Fascista", vol. I, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1994, pp. 249-253.
7 Il Barone Ungern è anche uno dei personaggi principali del romanzo di Hugo Pratt Corte Maltese. Corte Sconta detta Arcana, Einaudi, Torino 1996.
8 J. Mabire, Ungern, le dieu de la guerre, Art et Histoire d'Europe, Paris 1987.
9 R. Monteleone, Il quarantesimo orso, Gribaudo, Torino 1995.
10 L. Juzefovich, Samoderzhec pustyni (L'autocrate del deserto), Ellis luck, Moskva 1993.
11 Ungern Khan: un “eurasista in sella”? Questo il titolo che Aldo Ferrari ha dato a un paragrafo del suo studio sulle correnti eurasiatiste russe, che si conclude riconoscendo come il barone Ungern-Sternberg “sia divenuto nella cultura russa post-sovietica una sorta di personaggio totemico della rinascita eurasista, perlomeno della sua tendenza radicale ed esoterica” (A. Ferrari, La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa, Scheiwiller, Milano 2003, p. 240). Aldo Ferrari cita poi queste parole dell’esponente più noto dell’eurasiatismo russo odierno, Aleksandr Dugin: “In Ungern-chan si unirono nuovamente le forze segrete che avevano animato le forme supreme della sacralità continentale: gli echi dell’alleanza tra Goti e Unni, la fedeltà russa alla Tradizione Orientale, il significato geopolitica della Mongolia, patria di Cingischan” (A. Dugin, Misterii Evrazii, Moskva 1996, p. 96). (Già nel 1991, con lo pseudonimo di “Leonid Ochotin”, Aleksandr Dugin aveva pubblicato sul n. 1 di “Giperboreja”, pp. 87-92, un articolo su Ungern Sternberg: Bezumny bog voiny). A paragone di questa immagine di Ungern Khan, appare alquanto infelice, perché riduttivo e banale, il titolo sotto il quale sono stati recentemente raccolti in Ungheria alcuni scritti di autori vari concernenti il personaggio in questione: Az antikommunista. Roman Ungern-Sternberg barorol. Valogatott tanulmanyok [L’anticomunista. Sul barone Roman Ungern-Sternberg. Studi scelti], Nemzetek Europaja Kiado, Budapest 2002.
12 A. v. Ungern-Sternberg, Unsere Erlebnisse in der Zeit der Bolschewiken Herrschaft in Riga vom 3. Januar bis zum 22. Mai 1919, Kommissions Verlag von Ernst Plates, Riga 1929.
13 Genealogisches Handbuch des Adels, bearbeitet unter Aufsicht des Ausschusses fur adelsrechtliche Fragen der deutschen Adelsverbande in Gemeinschaft mit dem Deutschen Adelsarchiv, Band 4 der Gesamtreihe, Verlag von C.A. Starke, Glucksburg/Ostsee 1952, pp. 457-479. Nel 1884 apparve in Germania una pubblicazione specificamente dedicata agli Ungern-Sternberg (Nachrichten uber des Geschlecht Ungern-Sternberg), che riproduceva stemmi, insegne e firme autografe dei vari membri della famiglia.
14 P. Filippani Ronconi, Un tempo, un destino, "Vie della Tradizione", n. 82, aprile-giugno 1991, p. 59.

Inserita il 12/10/2005  in http://www.claudiomutti.com






Pio Filippani Ronconi ed il Barone Ungern - Sternberg

                                                                           
Il barone baltico (ma nato a Graz, in Austria, il 22 gennaio 1886) Roman Fëdorovic von Ungern-Sternberg è uno di quei personaggi che sembrano usciti dalla fantapolitica o da un fumetto di Hugo Pratt (cosa, quest’ultima, realmente avvenuta), nel senso che, in essi, la realtà storica pare abbia superato la fantasia di un romanziere.
Buddista, nemico giurato del bolscevico, nel caos della guerra civile russa si mise a capo di un esercito mongolo con l’obiettivo di ricacciare i Rossi non solo da Urga (oggi Ulan Bator), ma, possibilmente, dall’intero Estremo Oriente, se non da tutta la Siberia; e finì tragicamente, sconfitto e fucilato, il 15 settembre del 1921, al termine di una epopea travolgente e rapidissima che pare uscita dalle saghe degli antichi Mongoli di Gengis Khan.
Se sono relativamente pochi i lettori comuni che hanno letto le imprese di von Ungern-Sterbnerg sui libri di storia, visto che la sua vicenda riguarda un episodio tutto sommato marginale di una vicenda pochissimo conosciuta in Occidente, in compenso non sono pochi i cultori di esoterismo che si sono imbattuti nel suo nome leggendo il classico libro di Ferdinand Ossendovskij «Bestie, uomini, déi», nel quale il “Barone Nero” - così veniva significativamente chiamato - compare in veste di risoluto capo militare investito di una missione religiosa e quasi mistica: spazzare via il bolscevismo dall’Asia e restaurare la gloria e la potenza perdute dell’Impero mongolo.
Personaggio assolutamente impresentabile nel salotto buono della cultura politicamente corretta, il barone von Ungern-Sternberg. Figuriamoci: perfino gli storici di parte borghese lo hanno sempre trattato da sadico pazzo; si può solo immaginare come lo abbiano descritto quelli di sinistra e specialmente quelli della parrocchia marxista.
Se poi si aggiunge che Ungern-Sternberg carezzò, ad un certo punto, il progetto di restaurare la dinastia Quing sul trono del Celeste impero cinese e che, per soprammercato, era un convinto antisemita e pensava, pare seriamente, ad una «soluzione finale» “ante litteram” del problema ebraico in Estremo Oriente e in tutta l’Asia, si avrà un quadro abbastanza terrificante dell’effetto che fa pronunciare anche solo il suo nome tra studiosi “perbene”.
Sadico e pazzo? Può darsi. Ma, in quanto al sadismo, non si dimentichi che, nella guerra civile russa, si videro altri capi di eserciti, e non solamente “bianchi” ma anche “rossi”, macchiarsi di ogni sorta di atrocità: dall’impalamento dei prigionieri al “passatempo” di gettarli, ancor vivi, nelle caldaie accese delle locomotive. E, in quanto alla pazzia, era proprio sano di mente (e, se sì, peggio ancora) l’ebreo Grigorij Zinoviev, braccio destro di Lenin, allorché calcolava doversi eliminare fisicamente un dieci per cento della popolazione russa, vale a dire una decina di milioni di persone, prima di poter stabilire in quel Paese il Paradiso marxista?
Ma la storia, si sa, la scrivono i vincitori; e: «Vae victis!», «Guai ai vinti!», ammonivano già gli antichi Romani, che di queste cose se ne intendevano parecchio. I Bianchi sono stati sconfitti e con loro i Kolčak, i Semënov e gli Ungern-Sternberg: dunque, perché mai non gettare sulle loro spalle tutta intera la responsabilità della guerra civile del 1918-21 e anche di tutte le belluine atrocità che, nel corso di essa, vennero perpetrate da ogni parte?
Per esempio, il liberale Nathaniel Peffer, già docente alla Columbia University (in: «L’Estremo Oriente»; titolo originale: «The Far East», University of Michigan Press, 1958; traduzione italiana di Gianfranco Faina, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 281), così si esprime:
«L’alternativa [al dominio cinese sulla Mongolia Esterna] si presentò nella persona del barone von Ungern-Sternberg, un nobile russo bianco, letteralmente pazzo: una figura pazza e macabra, con tratti pronunciati di sadismo. Si considerava un moderno Gengis Khan, destinato alla sacra missione di estirpare il bolscevismo e, al tempo stesso, di stabilire un nuovo impero mongolo. Di Gengis Khan Ungern aveva il talento di massacratore e di torturatore, ma non il suo genio militare, la capacità amministrativa e l’intelligenza. Dopo un fortunato attacco contro i cinesi, il russo si impadronì di Urga dove stabilì la sua base, aiutato dai mongoli, che non conoscendo ancora Ungern, lo preferirono ai cinesi. Ungern iniziò il suo governo punteggiandolo di assassinii indiscriminati: finché venne catturato dalle forze bolsceviche e condannato a morte.»
Una presentazione, come si vede, quasi caricaturale, che ricorda più l’enfasi drammatica di un moralista come Tacito (o, in versione più moderna, di un Émil Cioran) che la pacata analisi politica di Erodoto o, in genere, di uno storico che voglia realmente comprendere i meccanismi profondi degli eventi e non si accontenti di tracciare sulla tela del proprio racconto qualche pennellata ad effetto, sempre gradita a quel consumatore di emozioni forti che si annida anche in fondo al più razionale appassionato di storia…
Bene; ma se questo è l’atteggiamento della cultura “comme il faut” nei confronti di Ungern-Sternberg, c’è qualcosa che ha il potere di mandare ancora più in bestia gli intellettuali politicamente corretti, specialmente quelli di casa nostra: abituati - per una lunghissima tradizione che risale almeno a Francesco Petrarca - a mangiare nella greppia dei potenti e a dire e scrivere solo ciò che fa loro piacere.
E questo qualcosa è che un serio cultore italiano di orientalistica, un eminente studioso di sanscrito e di culture dell’India antica, abbia levato addirittura un elogio alla figura e alle gesta del “barone pazzo”; e che, nella propria vita, abbia cercato, in certo qual senso, di farne rivivere lo spirito, arruolandosi volontario, con l’animo assolutamente “puro” di un crociato medievale, nelle SS hitleriane durante la seconda guerra mondiale.

PIO   FILIPPANI   RONCONI
                                                                                  

Un personaggio così è tanto politicamente scorretto, che sembra quasi impossibile sia esistito veramente e che non sia, piuttosto, il parto di una surriscaldata fantasia dadaista o surrealista. Invece è esistito davvero ed è stato, lo ripetiamo - piaccia o non piaccia ai signori intellettuali, tutti rigorosamente progressisti e antifascisti - uno dei nostri maggiori indologi e storici delle religioni orientali: Pio Filippani-Ronconi.
Le sua foto giovanile, che lo ritrae in uniforme delle SS, con l’elmetto tedesco sopra lo sguardo ascetico, perso in chissà quali rarefatte, mistiche lontananze, è quanto di più politicamente imbarazzante si possa immaginare: roba da far saltare sulla sedia e da far venire i capelli bianchi a tutto il severo coro dei censori e moralisti di casa nostra. Anche e soprattutto per l’evidente idealismo dell’ancor giovanissimo personaggio: perché, se non era un pazzo criminale (come il suo idolo Ungern-Sternberg), allora vorrebbe dire che perfino tra le “Schutzstaffeln” non vi erano solo dei pazzi criminali, ma anche degli idealisti.
E ciò contrasta irrimediabilmente, insopportabilmente con la Vulgata culturale del Pensiero Unico, secondo la quale mai come nella seconda guerra mondiale si sono visti così nettamente separati i torti e le ragioni: con tutti i “buoni” da una parte (guarda caso, quella che ha vinto e che ancora oggi scrive i libri di storia) e tutti i “cattivi” dall’altra…
Se così non fosse, allora bisognerebbe rivedere non solo i fatti, ma anche tutte le categorie di giudizio finora riconosciute; bisognerebbe ammettere, niente di meno, che non tutti i “buoni” erano veramente buoni, e che forse non tutti i “cattivi” erano proprio così perfidamente cattivi: con buona pace della categoria marxista di ciò che si definisce come ”oggettivamente” progressista o reazionario, e che non ammette alcuno spazio per le intenzioni ideali dell’individuo, ma giudica ogni atto politico con il metro esclusivo e impersonale della lotta di classe e degli effetti evidenti “a posteriori”.
Del resto, non è stato in questo modo che il Partito Comunista ed i suoi volonterosi intellettuali, tipo Concetto Marchesi, hanno sempre sostenuto la perfetta liceità dell’assassinio politico di un vecchio filosofo inerme, che tanto si era adoperato per salvare Ebrei e partigiani arrestati dai nazifascisti: quel Giovanni Gentile che, nella livida Firenze del 1944, si ostinava a parlare di riconciliazione nazionale e chiamava gli Italiani a raccolta, al di là delle barriere ideologiche, per fronteggiare tutti insieme l’immensa sciagura della doppia invasione straniera e della catastrofica sconfitta, e per cercare le strade della ricostruzione morale e materiale?
Ed ecco il ritratto di von Ungern-Sternberg delineato da Filippani-Ronconi; lo proponiamo anche perché il lettore possa stabilire un confronto con il precedente e per trarne da sé le proprie conclusioni (ne riportiamo la sola parte iniziale, tratta dal sito di Arianna Editrice, in data 03/01/2007):  
«Sessantasei anni fa, all’alba del 17 settembre 1921, cadeva fucilato a Novonikolajevsk, secondo altri a Verkhne-Udinsk, presso il confine mongolo, il comandante della divisione asiatica di cavalleria, barone Roman Fiodorovic Ungern-Sternberg, ultimo difensore della Mongolia “esterna” indipendente e della Siberia “bianca”. Con la morte del “Barone pazzo” nulla più si opponeva al dilagare dell’esercito sovietico di Blücher nell’Estremo Oriente siberiano e la fase guerreggiata della Rivoluzione si concludeva.
L’effimera meteora del Barone e le disperate imprese della sua divisione non ebbero, in fondo, un effetto determinante su quest’ultimo scorcio della Guerra Civile, specialmente dopo il crollo dell’esercito bianco di Kolcak che, battuto il 14 novembre 1919 ad Omsk, aveva praticamente cessato di esistere. Invece, l’importanza del barone Ungern e del suo variopinto esercito, formato da Cosacchi della Trans-baikalia, da Buriati, Mongoli, volontari Tibetani e Guardie Bianche di ogni provenienza,era soprattutto di natura spirituale. Il Barone, religiosamente affiliato ad una corrente tantrica facente capo allo Hutuktu di Ta-kuré e suo braccio militare durante l’anno in cui fu padrone della Mongolia esterna, aveva sin dal principio, cioè sin dalla Conferenza pan-mongola di Cita del 25 febbraio 1919, dichiarato la sua intenzione di ristabilire la teocrazia lamaista nel cuore dell’Asia, “affinché da lì partisse la vasta liberazione del mondo”. La controrivoluzione era per lui solo un pretesto per evocare sul piano terreno una gerarchia già attuata su quello invisibile. Questa gerarchia doveva proiettarsi su un mandala, un mesocosmo simbolico, il cui centro sarebbe stata la “Grande Mongolia”, comprendente, oltre alle sue due parti geografiche, l’immenso spazio che dal Baikal giunge allo Hsing-Kiang e al Tibet. Ivi, pensava, si sarebbe attuata la rigenerazione del mondo sotto il segno del Sovrano dell’agarttha (“inafferrabile”). Shambhala, la “Terra degli Iniziati”, ove Zla-ba- Bzan-po e i suoi 24 successivi eredi perpetuavano il segreto insegnamento del Kalacakra, la “Ruota del Tempo”, loro impartito dal Risvegliato 2500 anni fa.
2500 anni fa è esattamente la metà del ciclo di 5000 che, secondo la tradizione, separa l’apparizione dell’ultimo Buddha terrestre, Gautama Sakyamuni, dall’avvento del successivo Maitreya, figura probabilmente mutuata dallo zoroastriano Mithra Saosyant, “Mithra il Salvatore” (difatti l’iconografia buddhista lo rappresenta tradizionalmente come un principe “seduto al modo barbarico”, cioè assiso all’europea). Lo stesso Hutuktu di Urga, che Ungern liberandolo dai Cinesi, aveva ristabilito sul trono, terza autorità nella gerarchia lamaista dopo il Dalai Lama di Lhasa e il Panc’en Lama Tashi-lhumpo, era teologicamente considerato quale proiezione fisica (sprul-sku) di Maitreya, prefigurazione, quindi, del Buddha venturo. Ungern, consapevole nonostante questa vittoria della sua fine imminente, si rendeva conto di trovarsi in un istante “apicale”del divenire della storia, come se fosse nel cavo fra due onde, un attimo prima che rovinino in basso. Pertanto, nel suo breve periodo di governo ad Urga (dal 2 febbraio all’11 luglio 1921) cercò di tramutare questo istante in un “periodo senza tempo” che permettesse allo Hutuktu di compiere la sua opera spirituale, liberandolo dalla pressione esterna dei due poteri che incombevano: la Cina dei “Signori della Guerra” dal Sud, e la valanga bolscevica che muoveva inarrestabile dal Nord, dalla Siberia…»
Ecco una lettura “diversa” da quella banalmente politico-militare, cui fanno riferimento pressoché tutti gli storici, di destra e di sinistra, che si sono occupati, in genere assai distrattamente, della vicenda di Ungern-Sternberg, vista come una semplice appendice della più vasta guerra civile tra Bianchi e Rossi nell’ex Impero zarista.
Si potrà dissentire fin che si vuole; si potrà obiettare che Filippani-Ronconi idealizza e sopravvaluta il suo beniamino; si potrà osservare che non tiene in alcun conto i fattori economici e sociali della lotta e che si abbandona a delle fumisterie mistico-esoteriche. Sta di fatto, però, che, nella sua lettura del “fenomeno” Ungern-Sternberg, si tenta, almeno, uno sforzo di comprensione profonda del personaggio e del suo movimento, oltrepassando la semplice descrizione esteriore, meramente psicologica e, al limite, psichiatrica, di cui abbiamo fornito un esempio nel brano di prosa di Nathaniel Peffer sopra riportato.
Il minimo che si possa dire, infatti, di un approccio puramente politico-militare alla vicenda di Ungern-Sternberg, è che esso pecca di povertà interpretativa e di schematizzazione ideologica. Che cosa significa, ad esempio, affermare - come ha fatto Peffer - che «… Dopo un fortunato attacco contro i cinesi, il russo si impadronì di Urga dove stabilì la sua base, aiutato dai mongoli, che non conoscendo ancora Ungern, lo preferirono ai cinesi»? Possibile che i Mongoli lo abbiano accolto come un liberatore e che lo abbiano sostenuto, semplicemente perché «ancora non lo conoscevano», cioè non conoscevano la sua follia e il suo sadismo? Via, questo non è un ragionare da storico, ma un fraseggiare da romanziere.
Il fatto è che la visione materialistica e razionalistica della storia si preclude da se stessa l’intima comprensione della dimensione spirituale di essa; e, così come riduce la storia delle religioni a mera psicopatologia delle folle e a mistificazione deliberata dei preti, parimenti non riesce a vedere, in figure religiosamente ispirate come quella di Ungern-Sternberg, che l’aspetto esteriore, magari sconcertante o grottesco, sicché le sfuggono le intime motivazioni e le profonde dinamiche della connessione tra storia politica e storia dello spirito.
Vogliamo piuttosto avere l’onestà intellettuale di dire che, a molti di noi, non piace quel tipo di religiosità, perché difforme dai comodi schemi occidentali che, ormai da tanto tempo, ci siamo costruiti in proposito, sempre nella pretesa di spiegare tutto e razionalizzare tutto?
E vogliamo avere l’onestà intellettuale di dire che, davanti a uno studioso come Pio Filippani-Ronconi, molti di noi proprio non riescono a digerire l’idea che nel 1943, per un giovane poco più che ventenne, l’arruolamento volontario nelle SS hitleriane possa essere scaturito da un sincero, per quanto discutibilissimo, atto di fede spirituale?
Solo così si spiega la bigotta gazzarra che alcuni lettori de «Il Corriere della Sera» scatenarono nel gennaio 2001, quando uno di loro scoprì che Filippani-Ronconi, chiamato a collaborare con un paio di articoli a quella testata, aveva militato nelle SS tedesche quasi sessant’anni prima. Nulla da dire, peraltro, sulle onorate firme di decine di ex scribacchini fascisti che nel 1945, con il “salto della quaglia”, passarono senza batter ciglio nella stampa e nell’editoria democratiche e progressiste, il più delle volte all’ombra dello staliniano Partito Comunista d’Italia.
A ben guardare, la vicenda politica di Ungern-Strernberg e quella intellettuale di Filippani-Ronconi hanno una cosa in comune: la ribellione contro la modernità e la ricerca, nelle profondità dello spazio euroasiatico (simboleggiato dal mito dei Shambhala, sede del guénoniano “Re del Mondo”), di una alternativa spirituale al suo dilagare.
È una chiave interpretativa che può non piacere, ma che ha una sua plausibilità e, soprattutto, una sua dignità intellettuale e spirituale.
In fondo, come diceva Julius Evola, non si tratta forse, in questo scorcio oscuro della modernità, di “cavalcare la tigre”, ovvero di lottare nel cavo fra due onde della storia, allo scopo di isolare un istante fuori del tempo su cui fare perno per ridestare le assopite, ma sempre intatte, energie spirituali, che giacciono in corrispondenza dell’Axis Mundi?
Francesco Lamendola

venerdì 12 novembre 2010

Archivio storico di Metapolitica

                                                                                       
11/11/10Il primo volume dell'Archivio storico della rivista "Metapolitica" recensito da Carlo Gambescia

Il libro della settimana: Archivio storico della rivista di studi universali “Metapolitica”. Volume I (1976), Nota Introduttiva di Aldo La Fata, Metapolitica Nuovi Cieli Nuova Terra, Roma 2010, pp. 164 - aldolafata@metapolitica.net

Il principale merito di “Metapolitica”, rivista nata nel 1976 e tuttora viva e vegeta, è aver preso sul serio un “ramo alto” del sapere filosofico e religioso. Senza mai piegarlo a esigenze strettamente politiche, ossia di conquista machiavellica del potere. Perciò, già il solo sfogliarla, consente di spiccare il volo verso i cieli di una metapolitica cristianamente ispirata ma al tempo stesso capace di indagare tra le dure pieghe della realtà terrena.
Si tratta di un progetto che viene da lontano. Silvano Panunzio, tra l'altro scomparso quest'anno, pur imprimendo alla rivista caratteristiche proprie, raccolse l’eredità del padre Sergio, sociologo delle istituzioni giuridiche, ma consapevole, già nel lontano 1940, della necessità di un sapere metapolitico, come “passaggio spontaneo” dal fatto alla norma E in che modo? Mostrando di essere capace di attingere alla “norma” cristiana, senza per questo trascurare il rapporto fattuale tra l’ uomo e la storia. Diciamo che la metapolitica panunziana, ricca tra l’altro di richiami simbolici agli altri monoteismi, si muove elegantemente, per dirla con il lessico del suo artefice, fra i tre livelli della metapolitica (la solarità della norma), della politica pura e semplice (la complessità del fatto politico) e della criptopolitica (lo studio delle forze, spesso malefiche, nascoste dietro i fatti politici).
Naturalmente abbiamo semplificato, forse scontentando gli agguerriti e intelligenti cultori del pensiero panunziano. Per chi voglia saperne di più una ghiotta occasione è rappresentata dalla lettura dei primi quattro fascicoli della rivista, usciti insieme come primo volume (altri seguiranno, con cadenza semestrale, fino a raccolta completa) dell’ “Archivio storico della rivista di studi universali “Metapolitica” . Annata 1976 (Metapolitica. Nuovi Cieli e Nuova Terra, Roma 2010, pp. 164 – redazione@metapolitica.net).
Il volume, curato da Aldo La Fata, oltre a un’interessante Nota Introduttiva, dove sono chiaramente delineati moventi ideali e protagonisti dei primi passi della rivista, offre in appendice l’utile profilo biografico-metapolitico di alcuni interlocutori, anche ideali della rivista, nonché di sinceri estimatori come Raimundo Panikkar. Solo per fare qualche nome: all’inizio in redazione si ritrovarono pronti a partire lancia in resta Silvano Panunzio, Mario Pucci, Giovanni d’Aloe, Primo Siena e Gianfranco Legittimo. Anche se, come nota La Fata, nel primo anno di vita la rivista “poté contare solo su tre collaboratori" fissi: Panunzio, Pucci e Giovanni d’Aloe.
Che aggiungere? Meglio pochi ma buoni. Un antico adagio che non tradisce mai. Soprattutto alla luce della vitalità della rivista e della perspicacia e onestà intellettuale con cui i “magnifici tre” fin dall'inizio affrontarono le più varie le questioni. Come, ad esempio si legge, a proposito della vicenda di Monsignor Lefebvre, in una pungente nota firmata Artù (pseudonimo panunziano):
.“ Come è priva di significato logico l’espressione ‘Cultura di Destra’ … così è priva di senso etimologico e teologale l’espressione ‘Cattolici tradizionalisti’… Per l’esattezza, il termine greco cath-olikòs traduce un’espressione ebraico-biblica - antico-testamentaria - che indica l’integralità. ‘Cattolico’ è un ulteriore rafforzamento del concetto e significa alla lettera non tanto ‘universale’ (meglio espresso con ‘ecumenico’) quanto ‘totale’… Ora che cosa si può aggiungere al tutto? Il tutto più uno o due? E’ privo di senso anche matematico. Se cattolico significa ‘totale’, il ‘tradizionalista’ aggiuntivo è un pleonasma. Ma anche teologicamente e spiritualmente, se si aggiunge il ‘tradizionalista’ al ‘cattolico’ si insinua che il Cattolicesimo non sia una Tradizione… Qualsiasi aggiunta, sia ‘progressista’ sia ‘tradizionalista’, o altro ancora, non fa che togliere qualcosa all’intero: e per tanto esprime posizione non ‘cattolica’ ed eretica nel senso squisitamente etimologico . Infatti, airèomai significa ‘scelgo una parte’, raschio qualcosa all’interno” (p. 62).
Niente male. E questa non è che una perla, tra le tante, altrettanto preziose, che si possono “pescare” nella raccolta. Perciò buona "pesca" a tutti.



Pubblicato su http://wwwjanuacoeli.blogspot.com/  il 12.11.2010


lunedì 8 novembre 2010

IL MONDO FATTO A PEZZI

François Thual, Il mondo fatto a pezzi, pp. 130, € 15,00

Edito presso le Edizioni All'Insegna del Veltro
L’ultimo lavoro di François Thual, Il mondo fatto a pezzi, riveste a mio avviso una notevole rilevanza per chiunque abbia un qualche interesse nell’ambito della geopolitica. Questo per una serie di ragioni. Innanzitutto perché delinea con estrema chiarezza e fondatezza di argomenti gli scenari geopolitici attuali nel panorama internazionale. In secondo luogo perché conferma ancora una volta, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, la validità del metodo geopolitico come chiave di lettura dei conflitti attuali, passati e futuri, come ben dimostra il colloquio finale tra l’Autore e Tiberio Graziani, che impreziosisce un lavoro già di per sé notevole: una dottrina, quella geopolitica, che è anche – o forse soprattutto – prassi, poiché “codifica le possibilità che gli Stati hanno di dispiegarsi sulla scena internazionale” (pagg. 116 – 117), e che conferma “l’irreversibile divisione del mondo contemporaneo in due blocchi contrapposti, quello dei dominanti e quello dei dominati” (pag.112).
Il tema principale di cui si occupa l’Autore consiste nella considerevole proliferazione di Stati sulla scena internazionale che si è avuta in particolare nel XX secolo: una fase che ha preso il posto di quella precedente, caratterizzata dai processi di colonizzazione – decolonizzazione. La drammaticità di tale situazione ci è chiara fin dalla copertina di questo libro, che mostra quanto oggi l’Europa sia frammentata in tutta una serie di Stati e staterelli, somiglianti più ad un puzzle che ad un entità geopolitica che si pretenda autonoma in campo militare economico e politico, in una parola, sovrana.
La situazione attuale, più che rispondente ad un disegno geopolitico ben preciso e studiato a tavolino, risulta figlia di una serie di scelte strategiche concrete attuate dalle grandi potenze. Tali potenze sono denominate dall’Autore “La Triade”: America del Nord, Europa Occidentale e Giappone. Le scelte attuate da tali potenze sullo scacchier?e internazionale hanno contribuito a creare l’attuale scenario, che non è immobile e stabile, quanto suscettibile di numerosi ed il più delle volte drammatici cambiamenti. Un panorama in continua evoluzione quindi, anche in virtù del fatto che non sempre i movimenti di tali grandi potenze sono stati univoci: pur perseguendo il medesimo disegno, ossia quello di trarre il massimo profitto, le potenze della Triade hanno talvolta cercato di disgregare entità geopolitiche omogenee al fine di indebolirle, talvolta invece hanno favorito la nascita di aggregazioni statuali disomogenee con l’intento di attirarle nell’orbita della propria influenza. In che modo e in quale lasso di tempo il lettore avrà modo di scoprirlo addentrandosi nella lettura di questo breve ma ficcante volumetto.
Notevoli sono anche i passaggi dedicati alla parte orientale del continente eurasiatico, in particolare Russia e Cina. Si ha così modo di scoprire che, pur essendo – o essendo stati – entrambi i paesi sotto il controllo del Partito Comunista, questi due grandi imperi hanno attuato strategie geopolitiche diverse. Nel caso della Russia, inoltre, il suo dissolvimento ha dato inevitabilmente il la alla nascita di una miriade di entità statuali.
Nell’evidenziare i processi disgregatori che hanno dato luogo alla nascita di decine di Stati – una cinquantina nell’ultimo dopoguerra, ben 195 oggi! – l’Autore conferisce a tali entità un differente grado di dignità (pag.15): esistono veri e propri Stati, corrispondenti a sentimenti identitari ben configurati e preesistenti alla nascita dello Stato stesso; vi sono invece altri Stati in cui un particolarismo di qualche tipo ha preceduto la costruzione di consolidamenti identitari, essendo in molti casi prodotto artificiale di costruzioni create a tavolino. Per non parlare di quelle microparticelle che l’Autore chiama, a ragione, nano – Stati: minuscoli arcipelaghi divenuti paradisi fiscali o microscopiche entità amministrative gelose delle proprie esigue risorse.?
La tendenza che abbiamo potuto osservare negli ultimi decenni è quindi di tipo prevalentemente disgregatrice – anche se, come accennato, esistono delle eccezioni – , come dimostra – ultima in ordine di tempo – la nascita del narco – stato fantoccio del Cossovo. Questa “libido sovranista” (pag. 107) da parte di entità troppo deboli per sostenere un onere gravoso come la sovranità, non ha fatto altro che creare una miriade di Stati – clienti a sovranità limitata (“consumatori consenzienti di sovranità”, pag. 27), soggetti ai capricci delle potenze che li controllano. “La frammentazione del mondo” infatti “rafforza i paesi forti e indebolisce i paesi deboli”, essendo oltretutto evidente che rappresenta “un mezzo di dominio e di controllo più efficace di quello costituito dai vecchi imperi coloniali” (pagg. 24 – 25). Si tratta insomma del sempre valido principio del divide et impera. Nelle sue conclusioni, il Nostro, stilato un bilancio più che esaustivo della situazione attuale, delinea quelli che saranno secondo lui gli sviluppi che si potranno aprire in un prossimo futuro, individuando contesti “a bassa sismicità geopolitica” e “ad alta sismicità geopolitica” (pag.85). Un affresco condivisibilmente pessimista, considerato che difficilmente tali cambiamenti potranno avvenire in maniera indolore.
Volendo addivenire ad una conclusione al termine di questo breve viaggio attraverso le macerie dei grandi imperi della Storia, si può intravedere nei processi che hanno portato allo scenario geopolitico attuale – e credo che il dimostrarlo sia stato uno degli intenti dell’Autore – un unico fil rouge, una tendenza di fondo che aiuta a capire come tali accadimenti non siano quasi mai frutto del caso, quanto siano un miscuglio imponderabile di necessità, egoismo ed interesse.
Un’annotazione aggiuntiva va fatta, a parer mio, anche sul linguaggio utilizzato: grazie ad una serie di abili metafore mutuate in particolar modo dall’ambito medico, si ha l’opportun?ità di leggere quello che con ogni probabilità costituisce un unicum, dal punto di vista del linguaggio, nel panorama degli studi geopolitici.

Augusto Marsigliante

L'Autore
François Thual (1944), ex funzionario civile del ministero francese della Difesa, insegna al Collège Interarmes de Défense e all’École Pratique des Hautes Études. Autore di una trentina di opere dedicate al metodo geopolitico ed alla sua applicazione in diverse zone del mondo, si è occupato in particolare di geopolitica delle religioni (Ortodossia, Islam sciita, Buddhismo).
http://www.insegnadelveltro.it/catalogo/metropoli/Il%20mondo%20fatto%20a%20pezzi.htm




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