domenica 3 aprile 2011

Ananda Coomaraswami - Chi è satana e dovè l'Inferno?


                                                                             
Il fatto che in un'epoca come la nostra, in cui «per la maggior parte della gente la religione è divenuta un rifugio arcaico ed impossibile» (MARGARET MARSHALL, in The Nation, 2 febbraio 1946) gli uomini non prendono più sul serio ne Dio ne Satana, si spiega constatando che essi sono giunti a considerare entrambi solo oggettivamente, come qualcosa di esterno a se stessi e della cui esistenza non è possibile del resto trovare prova adeguata, Lo stesso si verifica naturalmente per la nozione dei rispettivi domini, paradiso e inferno, concepiti secondo tempi e luoghi che non sono ne «ora» ne «qui».
In effetti siamo noi stessi ad aver procrastinato il «regno dei cieli in terra» intendendolo come una «Utopia» materiale da realizzarsi mediante uno o più piani quinquennali, dimenticando che il progresso indefinito corrisponde ad una ricerca «per la quale dovrai sudare senza posa» (JACOB BOEHME, De Incarnatione Verbi, 2.5.18), espressione che sembra alludere più all’inferno che non al paradiso. E in effetti abbiamo preferito sostituire l’inferno presente a un paradiso futuro che non conosceremo mai.
La dottrina che intendiamo prendere in considerazione è tuttavia un’altra, quella secondo cui «il regno dei deli è dentro di voi» e qui ed ora; e, come Jacob Boehme ha, fra gli altri, cosf spesso affermato, «il paradiso e l’inferno sono ovunque, ... ti trovi sempre in un paradiso o in un inferno... l'anima ha il paradiso o l'inferno dentro se stessa [Ibidem, Dialoghi, «La vita sovrasensibile» e «Del paradiso e dell’inferno» e «Un discorso», Everyman's Library Edition, specialmente pp. 259-260, ma dovrebbe leggersi anche il resto); per cui non si può parlare di «andare» all'uno o all'altro solo quando muore il corpo. Qui si può forse presagire la soluzione del problema di Satana.
È stato spesso ammesso che l'impiego della nozione di «persona» nei riguardi di Satana, il capo degli «Angeli caduti», presenta sempre qualche difficoltà: è cosi che, nel? ambito della religione, sorse il problema del «dualismo» manicheo. Inoltre, se si sostiene che una cosa qualsiasi non è Dio, l'infinità di Dio viene per dò stesso circoscritta e limitata. «Egli», Satana, è quindi una persona o una mera «personificazione») cioè una personalità postulata? («Non può definirsi persona... fra gli esseri viventi... chi è privo di intelletto e ragione... ma dicesi «è una persona» parlando d'uomo, di Dio o di un Angelo», BOETIUS, Contro Eutychen, 2). Secondo tale premessa, Satana, che rimane un Angelo anche in inferno, può chiamarsi Persona, o meglio Persone, giacché il suo nome è «Legione: poiché noi siamo in molti»; ma in quanto essere decaduto, «impazzito», è in realtà una persona solo apparentemente. Potrebbe dirsi pressappoco la stessa cosa anche dell’anima; si può infatti attenuare che esiste una Persona nell’anima, ma non che l'anima, considerata in se stessa, sia una Persona. Satana e l'anima, entrambi invisibili, sono solo «conosciuti», o piuttosto «desunti» dal comportamento, il che corrisponde piuttosto all'idea che gli psicologi si fanno della personalità», la quale sarebbe quella di «un'ipotetica unità che si postula per spiegare le azioni della gente» (H.S. SULLIVAN, «Introduzione allo studio delle relazioni interpersonali», Psychiatry, I, 1938). Chi è («lui») e dov'è? È un serpente o un dragone, ha le coma e la coda velenosa? Può essere redento e rigenerato, come hanno creduto Origene ed alcuni Musulmani? Sono tutti problemi collegati.
Sebbene l’idea di «dualismo» come verità definitiva sia da respingersi nettamente, un certo tipo di dualismo è accettabile ai fini pratici, giacché qualsiasi mondo spazio-temporale, o quanto potrebbe descriversi per mezzo di parole o simboli matematici, è un mondo di contrari sia quantitativi che qualitativi, come ad esempio, lungo e corto, buono e malvagio; un mondo privo di tali opposizioni sarebbe tale da escludere ogni possibilità di scelta e di passaggio dalla potenza all’atto, sarebbe un mondo che non potrebbe essere abitato da esseri umani quali noi siamo. Per chiunque abbia la convinzione che «Dio creò il mondo», il chiedersi perché Egli ha permesso l’esistenza del male, o quella del Malvagio in cui tutta la malvagità è personificata, non ha alcun senso; ci si potrebbe allo stesso titolo chiedere perché Egli non fece un mondo senza dimensioni o uno senza successione temporale.
Tutta la nostra tradizione metafisica, cristiana e non, afferma che «due sono in noi stessi» (PLATONE, Repubblica, 439D, 439E, 6o4B - FILONE, Del. i - S. TOMMASO D'AQUINO, Summa Theologica II, II, 26-4 - S. Paolo, II Cor. 4-16); Enunciazioni corrispondenti si trovano nel Vêdânta, nel Buddismo, nell'Islam e in Cina; e affermazioni del genere si sono conservate nel nostro stesso linguaggio corrente ove, per esempio, l'espressione «auto-controllo» implica uno che controlla e un'altro che è soggetto a tale controllo, sappiamo infatti che «nulla agisce su se stesso» (1) sebbene lo si dimentichi quando parliamo di «auto-governo» (2).
Dall’unione di questi due «sé», l’uomo esteriore e l’uomo interiore, «personificazione» psico-fisica e «Per¬sona» reale, è costituito il composto umano di corpo, anima e spirito. Di queste due realtà, corpo e anima (o mente) da un lato e spirito dall’altro, l’una è mutevole e mortale, l'altra costante ed immortale; l’una «diventa», l'altra «è», e l’esistenza di quella che non è, ma diventa, è precisamente una «personificazione» o «postulato», non potendo dirsi «questo è» di una cosa che non e mai uguale a se stessa. E per quanto necessario possa essere parlare di «io» e di «mio» ai fini pratici della vita di tutti i giorni, il nostro ego, di fatto, altro non è se non un nome destinato a definire, in realtà, so¬lo un susseguirsi di comportamenti oggettivamente osservabili (3).
Corpo, anima e spirito: si può utilizzando l’uno o l’altro di questi termini stabilire l'equazione con il Demonio? Non il corpo, certamente, giacché il corpo in se stesso non è ne buono ne cattivo, ma solo uno strumento o mezzo per il bene o per il male. Ne con lo spirito — intelletto, sinteresi, coscienza, Agathos Daimon — in se stesso incapace di errore e nostro unico tramite di partecipazione alla vita ed alla perfezione che è Dio stesso. Resta solo l’«anima»; quell’anima che chiunque aspiri ad essere discepolo di Cristo deve «odiare» e che, come ci ricorda S. Paolo, la parola di Dio, come lama a doppio taglio, «scinde dallo spirito»; un’anima che S. Paolo dovette perdere per poter dire «Io vivo, eppur non io, ma Cristo in me», enunciando cosi come Mansûr, la sua propria realizzazione.
Dalle due realtà comprese in noi stessi, «scintilla» dell’intelletto o spirito l’una, sentimento e mentalità l’altra, soggetta a persuasione, è ovviamente la seconda ad essere il «tentatore», o, più precisamente, la «tentatrice». Vi sono in ciascuno di noi, indifferentemente nell’uomo e nella donna, un'anima e un animo, relativamente femminili e maschili (4); e, come disse giustamente Adamo, «la donna offerse ed io mangiai»; si noti anche che il «serpente», dal quale la donna stessa fu sviata per prima, viene rappresentato in arte con «volto» di donna. Al fine di evitare ogni malinteso è però necessario sottolineare a questo riguardo che tutto ciò non ha nulla a che vedere con una supposta inferiorità della donna o superiorità dell'uomo; nel senso funzionale e psicologico che abbiamo in vista una qualsiasi donna può essere «maschio» (eroe) ed un qualsiasi uomo «femmina» (codardo) (5).
È risaputo che «anima», come il «sé», è un termine dal significato ambiguo, e che, in alcuni contesti, può indicare lo «spirito» o «anima dell’anima», o ancora «Sé del sé», espressioni queste entrambi d'uso comune. Ma stiamo ora parlando dell'«anima» mutevole in quanto distinta dallo «spirito», e non si dovrebbe dimenticare quanto questa nefesh, l'anima che è attribuita sia agli esseri umani che agli animali, venga costante¬mente denigrata nella Bibbia (6) cosi come accade nell’Islâm, per il corrispondente termine nafs. Quest'anima è l’«io» che deve essere «negato» (col senso di «totalmente respinto» presente nella traduzione in greco, secondo un'accettazione ontologica piuttosto che meramente etica), l'anima che deve essere perduta per poter essere salvata e che, come Meister Eckhart e i Sufi hanno cosi spesso affermato, deve «condannare a morte se stessa», o, come sostenuto dagli Indù e dai Buddisti, dev’essere «conquistata» o «domata», poiché «non è questo il mio Sé». Quest’anima soggetta alla persuasione, e distratta dai suoi desideri ed avversioni, questa «mente» cui alludiamo con espressioni quali «avere in mente di fare questo o quello», è «quanto tu chiami "io" o "me stesso”», e che Jacob Boehme così distingue dall’Io reale, quando dice, con riferimento alle proprie illuminazioni, che «non io, l’io che sono, conosce queste cose, ma Dio in me». Non potendo dilungarci a trattare la dottrina dell’ego, diremo soltanto che, come per Meister Eckhart e per i Sufi, «il termine Io, è appropriato solo se riferito a Dio nella sua ipseità» e che «Io» può in verità attribuirsi solo a Lui e a chi, essendo «unito al proprio Signore, è uno in spirito con Lui»,
Che l’anima, il nostro «io», debba essere il demonio, chiamato il «nemico», l’«avversario», il «tentatore», il «dragone» - mai con un nome personale (anche l’ebraico Sâtân, «oppositore», non è un nome personale) - può sembrare sorprendente, ma tale affermazione è lungi dall’essere nuova. Procedendo oltre nel¬la nostra esposizione, vedremo come l’equazione «anima-Satana» si riscontra in numerose enunciazioni e sia tale da fornire una soluzione quasi perfetta a tutti i problemi che la personificazione di quest'ultimo solleva. Entrambi i termini sono, sotto il profilo pratico, ben «rea¬li» nella vita attiva dove si deve lottare contro la «malvagità» e dove il dualismo dei contrari non può essere ignorato; ma essi non sono propriamente dei «principi» non essendo più reali dell'oscurità la quale altro non è se non privazione di luce.
Nessuno potrà negare che il campo di battaglia su cui deve combattersi fino in fondo la psicomachia è dentro di noi, o che, dove combatte Cristo debba trovarsi anche il suo nemico, l’Anticristo. Ne si potrebbe pretendere, se non per superstizione, che le tentazioni di S.Antonio, così come vengono raffigurate in arte, possano considerarsi altrimenti che «proiezioni» di tensioni interiori...
Tutto questo è sempre stato familiare ai teologi, nei cui scritti Satana è spesso definito semplicemente come «il nemico», Ad esempio, William Law: «Tu non sei sottomesso al potere di altro nemico, non sei tenuto in altra prigionia, e non desideri altra liberazione se non dal potere del tuo io terreno. Questo è l’unico assassino della vita divina dentro di te. È vero il tuo proprio Caino che uccide il tuo proprio Abele», e «il senso dell’io è la radice, l’albero, e i rami di tutta la malvagità del nostro stato decaduto... è Satana o l’auto-affermazione, che è la stessa cosa... è questo quell’io che de¬ve essere sradicato dal cuore e negato completamente affinché possa aversi un vero discepolo di Cristo» (7). Se, in verità, «il regno dei cieli è dentro di voi» ivi sarà anche la guerra del cielo, fino a che Satana non sarà prevaricato, cioè, fino a che l’uomo che abita nell’uomo non sarà padrone di se stesso.
Secondo la «Theologia Germanica» (cap. 3, 22,49), furono l’io del Demonio, l’io e il «mio» a provocare la caduta... Giacché il sé, l’io, il me e il desiderio, tutti appartengono allo spirito maligno, anzi sono essi stessi spirito maligno. Ecco come, quanto è stato detto per lunghe pagine, può essere enunciato in poche parole:
«Sii semplicemente e completamente spogliato dell'egoità». Poiché «in Inferno non v'è che auto-affermazione; e se l’auto-affermazione non fosse, neppure sarebbero il demonio e l’inferno». E così Jacob Boehme: «questa detestabile egoità possiede il mondo e le cose del mondo; e abitando in se stessa abita in inferno». Citazioni di questo genere potrebbero essere moltiplicate indefinitamente, esse stanno tutte ad indicare che delle bestie malvagie, «la più malvagia è quella che portiamo dentro noi stessi» (BOEHME, «De Incarnatione Verbi», 1.1.20); è «la nostra parte più deprecabile e lontana da Dio» è la «bestia multiforme», «che il nostro "Uomo Interiore", come un domatore di leoni, deve tenere sotto il suo controllo se non vuole precipitare dove essa porta» (8).
Detti ancora più espliciti possono essere citati da fon¬ti sufiche, dove l’anima (nafs) è distinta dall’intelletto o spirito ('aql, ruh) così come, in Filone e nel Nuovo Testamento, la Psiche è distinta dal Pneuma, e l’anima dall’animus da parte di William de Thierry (Epistole to the Brether of Mont Dieu §§ 50, 51). Nella raccolta Kash-fu-l-Mahjûh, l’anima è il «tentatore» e il prototipo dell’inferno è questo mondo (9).
Al-Ghazâlî considera l’anima «il più grande dei tuoi nemici»; potrebbe dirsi di più di Satana stesso? Abu Sâ’id chiede: «Cos'è la malvagità e quale malvagità è la peggiore?» ha la risposta «"Tu" sei la malvagità e peggiore malvagità sei "tu" quando non sai di esserlo»; egli denominò quindi se stesso «nessuno», rifiutando, come il Buddha, di identificare se stesso ad una «personalità» nominabile (circa Abû Sâ’id vedere R. A. NICHOLSON, Studi sul Misticismo Islamico, p. 53). Jalâlud-Dîn Rûmî, nel suo Mathnavi, ripete che il più grande nemico dell’uomo è l’uorno stesso: quest'anima, egli dice, «è l’inferno» e ci esorta dicendo «uccidete l’anima». «l’anima e lo Shaitân sono uno stesso ed unico essere, ma assumono forme diverse; essenzialmente unico in origine, esso divenne il nemico invidioso di Adamo»; e, similmente, «l’Angelo (Spirito) e l’Intelletto, alleati di Adamo, hanno un'unica origine, ma assumono due forme». Nella disputa fra l’anima sensitiva e l’Ego che tiene alta la testa è detto: «il significato della decapitazione sta nell'uccidere l'anima ed estinguere il suo fuoco nella guerra santa (Jihâd)»; e buon per colui che vince la battaglia, poiché «per chiunque è in guerra con se stesso per causa di Dio, ... la sua luce opponendosi alla sua oscurità, il sole del suo spirito non tramonterà mai» (10).
...«Scintilla dell’anima ... immagine di Dio, che è sempre e in tutti i modi in guerra con quanto non è Dio ... e il suo nome è Sinderesi» (11) (MEISTER ECKHART, Pfeiffer, p. 113). «Sappiamo infatti che la legge è dello Spirito... ma vedo nelle mie membra un'altra legge, che lotta contro la legge dell’intelletto e che mi rende schiavo... dunque, io stesso, con l’intelletto sono servo della legge di Dio; ma con la carne sono schiavo della legge del peccato... Sottomettiti quindi a Dio: resisti il demonio» (Romani, 7-14, 23; Giacomo 4-7). E similmente in altre scritture, in particolare nella Bhagavat Gîtâ (6-5, 6); «Innalza il Sé per mezzo del sé, non permettere al sé di adagiarsi. Poiché, in verità, il Sé è l’amico e, allo stesso tempo, il nemico del sé; amico per colui che ha conquistato il suo sé per mezzo del Sé, per chi non ha conseguito tale vittoria, il Sé agisce, per tal motivo, come un nemico in guerra». E, nel Dhammapada del Buddismo (103, 160, 380), dove «il Sé è il Signore del sé» e si dovrebbe «per mezzo del Sé incitare il sé e, per mezzo del Sé, rendere docile il sé» (com'è domato un cavallo da un abile addestratore) e «chi ha conquistato il sé è il migliore dei campioni» (cfr. FILOSTRATO, Vit. Ap., 1-13: «proprio come, di volta in volta con la sferza e le carezze, si domano i cavalli ombrosi e turbolenti»), Non si deve allo stesso tempo dimenticare che la psicomachia è anche una «battaglia d'amore», e che Cristo amò l’anima non rigenerata «in tutta la sua bassezza e la sua stupidità» (S. BONAVENTURA, Dominica prima post adventum Epiphaniae, 2.2. Per lo sviluppo completo del tema vedere anche il mio articolo «On the loathy bride» (La sposa aborrita), Speculum, 20 (1945), pp. 391-404) o quanto Donne dice di lei: «pur non casta, tu m’incanti». «Non per altro motivo il Figlio si allontanò dall’Altissimo, ma per andare a prendere la sua Dama, che il padre gli aveva destinato in moglie dall’etemità, e per restituirla all’elevata condizione che aveva in origine» (MEISTER ECKHART, Pfeiffer, p. 288). Il fulmine, lancia del Dio, è con¬temporaneamente Parma con cui questi trafigge la sua sposa mortale. La storia di Semele perseguitata dal tuono ci ricorda che la natura di Theotokos, in ultima analisi Psiche, è sempre stata lunare, mai solare, e tutto ciò è la sintesi e la sostanza di ogni «mito solare», il tema del Liebesgeschichte Himmels e del Drachenkampfe.
«Lascia che il cielo e la terra si sposino nuovamente» (Rig Veda, 10.14.5). Il loro matrimonio, consumato nel cuore, è lo Hieros Gamos, Daivam Mithunam (Satapatha Brâhmana, 10.5.2.12) e coloro, per i quali tale matrimonio interiore è stato reso perfetto, non sono più, a vero dire, qualcuno, ma identici a Colui «che mai divenne alcuno» (Katha Up., 2.18), Le parole di Plotino: «Amore è della medesima natura di Psiche, da cui con¬segue il costante accoppiamento di Eros con Psiche nelle raffigurazioni e nei miti» (PLOTINO, Enneadi, 6.9.9) potrebbero essere ricordate per spiegare gran pane delle favole conosciute nel mondo, e specialmente dei «mi¬ti e raffigurazioni» indiane riguardanti Shrî Krishna e le mungitrici, di cui i commentatori giustamente negano la storicità, osservando che tali cose fanno parte dell’esperienza di ogni uomo. «Tale invero sono i misteri d'amore cui sembra, o Socrate, tu debba essere iniziato» dice Diorima, e che nella realtà dei fatti, egli rispettò sempre profondamente (PLATONE, Simposio, 210A).
Tuttavia non è qui solo questione di Grazia; la salvezza dell’anima dipende anche dalla sua capacità di sottomissione, dal suo cedere volontario; e l’ostacolo che incontra è proporzionato alla misura della sua resistenza. Più che l’anima in sé, sono il suo orgoglio (mâno, abhimâna; oiema, oiesis; auto-considerazione, arroganza), la satanica convinzione della propria indipendenza (asmimâna, ahamkâra, cogito ergo sum), la sua volontà, che devono essere distrutti; l’anima chiama questa forma d’orgoglio «rispetto di sé» e preferirebbe morire piuttosto che esserne distolta. Ma la morte che in ultima analisi desidera, a dispetto di se stessa, non è una distruzione, bensì una trasformazione. Il ma¬trimonio è una morte iniziatica e una integrazione (nirvâna, samskâra, télos) il «Fier Baiser» trasforma il drago, la sirena perde la sua coda di serpente; la fanciulla scompare col «farsi» donna, sorge dalla ninfa l’anima alata (circa il Fier Baiser cfr. il mio «On the loathy bride»): «Può così, per mezzo Tuo, tornare un Iblis ad essere un Cherubino» (RÛMÎ, Mathnavi, 4.3496).
Quel che risulta dall’unione della forma inferiore dell'anima con la forma superiore non è mai stato così ben espresso come nel seguente passo della Aitareya Aranyaka (2.2.7). «Questo sé dona se stesso a Quello, e quel Sé dona se stesso a questo; essi divengono l'un l’altro; mediante una forma (colui che ha consumato questo matrimonio interiore) è unito all’altro mondo, e a questo mondo lo è mediante l’altra; la Brhadâranyaka Upanishad (4.3.23) riporta: «In seno a quel Sé che tutto comprende nella sua prescienza, egli non conosce, fra interno ed estemo, differenza alcuna. In verità egli ha ottenuto quella forma nella quale non v'è più traccia di desiderio o sofferenza essendo tutti i desideri soddisfatti (principialmente), in questa forma sussiste solo la brama del Sé». «Amor ipse non quiescit, nisi in amato, quod fit, cum obtinet ipsum possessione plenaria» (JEAN DE CASTEL, De adhaerendo Dea, c. 12) «Jam perfectam animam... gloriosam sibi sponsam Pater conglutinat» (S. BERNARDO, De grad-humilitatis, 7. 21). Veramente: Dafner der Teufel Könnt aus seiner Seinheit gehn, so sähest du ihn stracks in Gottes Throne sfehn (Angelus Silesius, op. cit., 1.143. Cfr. Theologia Germanica, cap. XVI: «Se lo stesso spirito del male dovesse tornare alla vera obbedienza, tutti i suoi peccati e la sua cattiveria verrebbero cancellati e tornereb¬be ad essere nuovamente un angelo [di luce]»).
Abitano quindi dentro di noi l’Agathos Daimon e il Kakos Daimon, il sé chiaro e il sé obnubilato, il Cristo e l’Anticristo e la loro opposizione si manifesta anche dentro di noi. Il paradiso e l'inferno sono immagini separate dell’amore e dell'ira in divinis, ove sono indivise la Luce e l’Oscurità e giacciono insieme l'Agnello e il Leone. Al principio, come testimoniano tutte le tradizioni, il cielo e la terra erano uniti; l’essenza e la natura sono un'unica cosa in Dio, sta all’uomo di ripri¬stinare interiormente tale unione.
Son queste le nostre risposte al problema. Satana non è una Persona singola e reale, ma una serie di personificazioni postulate, una «Legione», ciascuna di queste è capace di redenzione (apokatastasis) e può, se lo desidera, ritornare ad essere quello che era prima della sua caduta, cioè «Portatore di luce», Phosphorus, Hâlêl, Scintilla, Stella del Mattino, Raggio della Luna Superna; poiché la scintilla, per quanto offuscata in apparenza, è un asbesto che neppure in Inferno può essere distrutto. Non potendosi tuttavia concepire una redenzione di tutti gli esseri verificantesi «ipso facto» e considerando che vi saranno sempre delle anime demoniache bisognose di redenzione, Satana deve essere pensato come dannato in etemo, intendendo «dannato» come auto-escludentesi dalla visione di Dio e dalla conoscenza della verità.
Il problema dal quale siamo partiti è stato risolto in gran parte, ma resta ancora da compiere il passo più diffìcile, quello dell’effettiva negazione di sé e della conseguente «auto-realizzazione» cui alludono le risposte fin qui date, anche se per l'ottenimento di tali risultati la teologia rappresenta soltanto una preparazione e per di più parziale. Satana e l’Ego non sono veramente delle entità, ma soltanto delle concezioni postulate valide per finalità di ordine pratico e di carattere provvisorio. È stato spesso osservato che il più astuto espediente di Satana è quello di persuaderà che la sua? esistenza è una semplice «superstizione». Nulla infatti può essere più pericoloso della negazione della sua esistenza, la quale, senza esserlo più della nostra, è tuttavia ben reale; guar¬diamoci dal negare Satana prima di aver negato noi stessi, come si richiede da chiunque aspiri a seguire colui che mai parlò o agì facendo la propria volontà. «Che cosa è Amore? Il mare della non-esistenza» (RÛMÎ, Mathnavi, 3.478)"e «chiunque entri in quel luogo dicendo "sono io", sarò Io (Dio) che lo respingerò con violenza percuotendolo in faccia» (SHAMSI-TABRIZ, Ode 28 in R. A. Nicholson, Dîwâni Shamsi-Tabriz p. 115); «Che cosa è Amore? Lo saprai quando sarai Me» (RÛMÎ, op. cit., 2, Introduzione).


Note

1 Nil agit in se ipsum: assiomatico nella filosofia platonica, cristiana e indiana: «una stessa cosa non può compiere o subire attività opposte sorto un medesimo rapporto o in relazione alla medesima cosa o allo stesso tempo», Platone, Repubblica, 436B; «a stretto rigor di termini, nessuno impone una legge alle proprie azioni», San Tommaso D'Aquino, Sum. Teol. I, 93.5; «v’è un'antinomia implicita nella nozione di agire su se stessi» (suâtmarì ca kriyâ virodhât), Shankara B.6.2.17.

2 «Sei tu libero dall’io? ebbene, tu sei padrone di "te stesso"» (sel bes gewaltic = sanscrito “svarât”). Meister Eckhart, Pfeiffer, p. 598.

3 «Come può ciò che non è mai nel medesimo stato "essere qualche cosa"?» (Platone, Cratito, 439E; Teeteto, 152D; Simposio, 207D, ecc.). «l’io non ha significato reale, poiché è percepito solo per un istante - i. e., l’istante che separa due attimi consecutivi» (Vivekacûdâmani, 293).


4 Dispiace constatare come, nella psicologia moderna, una ter¬minologia e distinzioni originariamente chiare siano state rese con¬fuse a causa dell’equazione «anima-immagine» = «anima nell'uomo e animus nella donna». Ad un'estrema confusione nell’uso di questi termini è giunto il Padre D'Arcy nel suo «Mente e Cuore dell'Amore», cap, 7. Tradizionalmente, anima e animus sono l’«anima» e lo «spirito» in ogni uomo come in ogni donna; cosi William di Thierry parla di «animus vel spiritus». Quest'uso risale a Cicerone, e. e., TUSC.) I, 22, 52. «Neque nos corpora sumus. Cum igitur nosce te dicit, hoc dicit, nosce animum tuum — e V, 13.38 — humanus animus decerptus est ex mente divina»; e Accidio (Trag., 296); «sapimus animo, fruimur anima, sine animo, anima est debilis».

5 In tutte le tradizioni, non esclusa quella buddista, l'uomo e la donna sono ugualmente capaci di «combattere la buona battaglia».

6 Crr. D. B, MACDONALD, Hebrew Philosophical Genius, p. 139: «la natura fisica inferiore, le bramosie, la psiche di San Paolo... il "sé", sempre inteso tuttavia nel suo significato inferiore»; Grimm, Greek-English Lexicon of the New Testament, s. v. psychicos: «do¬minato dalla natura sensuale, soggetto ad appetiti e passioni»; «anima... cujus vel pulchritudo virtus, vel deformitas vitium est... mutabìlis es» (Sant’Agostino, «De gen. ad litt.», 7.6.9, e Ep., 166. 2.3). «Non è mai stato detto che l'anima mutevole è immortale se¬condo la stessa accezione intemporale con cui tale termine è riferito a Dio, ma solo che è immortale in un certo modo suo proprio» (secundum quendam modum suum, Sant'Agostino, Ep. 166,2-3). Se chiediamo, quomodo? visto che l’anima è nel tempo, la risposta deve essere, «un solo modo: continuando a divenire; giacché in questo modo può sempre lasciare davanti a sé una nuova e diversa natura che prenda il posto di quella vecchia» (Fiatone, Simposio, 2070). Solo Dio, che è l'anima dell'anima, può essere concepito come immortale in senso assoluto (Timeo, 6-16). È un errore definire indiscriminatamente l'anima come «immortale», cosi com'è un errore chiamare «genio» un dato uomo; l'uomo ha un'anima immortale (cosi come, per gli antichi, aveva un Genio) ma l'anima può essere resa immortale solo mediante il ritorno alla sua origine, vale a dire, morendo a se stessa e vivendo nel proprio Sé; cosi come l'uomo diventa un Genio quando non è più «lui stesso».







7 WILLIAM LAW, The Spirit of Love e An Adress to the Clergy, citato in William Law di Stephen Hobhause, pp. 156, 219, 220. .

8 PLATONE, Repubblica, 558C ff. ove l'anima è paragonata ad animali compositi quali la Chimera, Scilla o Cerbero. In un certo senso la Sfinge avrebbe potuto rappresentare un paragone ancora migliore. In ogni caso le parti umana, leonina e ofìdica di queste creature corrispondono alle tre parti dell'anima, in cui la nostra parte divina «dovrebbe» prevalere; una buona illustrazione è quella di Ercole che conduce Cerbero.

9 Kashf al-Mahjûb, trad. R.A. NICHOLSON (Gibt Memorial Series XVII, p. 198, cfr. p. 9: «il più grande di tutti i veli fra Dio e l'uomo»).

10 R.A. NICHOLSON, Mathnâvi di Jalâud-Dîn Rûmî (Gibt Memorial Series). La fondamentale affinità di Satana con l’ego risulta evidente dalla pretesa, comune ad entrambi, di essere indipendenti; e l’«associazione» (di altri con Allâh che solo è) equivale, secondo il punto di vista islamico, al politeismo.

11 Sul significato di sinderesi, etimologicamente un equivalente del Sanscrito Santâraka, «colui che aiuta ad attraversare», vedere O. Perz, Die Synteresis nach den H. I. Thomas Von Aquin (Münster, 1911).







giovedì 31 marzo 2011

Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia



Libia :::: Alessandro Lattanzio :::: 29 marzo, 2011 ::::

1. Le operazioni clandestine sul terreno

A fine Marzo è oramai chiaro che la ‘rivolta popolare’ o meglio, la rivoluzione colorata con cui si è tentato di rivestire il golpe con cui abbattere la Jamahiriya, è fallita. Il piano era in preparazione almeno dal 20 ottobre 2010, quando il governo francese aveva invitato a Tunisi Nouri Mesmari, capo del protocollo del governo Libico, e il giorno successivo giungeva a Parigi, dove in pratica resta in esilio ad organizzare il golpe.

“Sicuramente ai primi di novembre sono visti entrare all’Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mesmari soggiorna, alcuni stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre c’e’ una fila di auto blu fuori dall’hotel. Nella suite di Mesmari si svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari del ministero dell’Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus, della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra.” Una missione commerciale che serve a coprire un gruppo di militari e di agenti dell’intelligence che a Bengasi incontrarono il colonnello dell’aeronautica libica Abdallah Gehani, disposto a disertare e che aveva contatti con dei dissidenti tunisini.

Il 28 novembre, a seguito delle indagini del controspionaggio libico, Tripoli emette un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mesmari, che viene trasmesso anche alla Francia. Gli uomini di Sarkozy inscenano un finto arresto, che si tramuta in una confortevole permanenza parigina per il complottatore bengasino. Mesmari, dopo aver chiesto ufficialmente alla Francia asilo politico svela i segreti della difesa militare e delle alleanze diplomatiche e finanziarie della Libia, descrivendo il quadro dei possibili dissidenti disposti a passare con le forze nemiche di Tripoli. Dopo aver respinto i successivi tentativi di contatto del governo libico, Mesmari, il 23 dicembre 2010 incontra i transfughi politici Farj Charrant, Fathi Boukhris e Alì Ounes Mansouri, che diverranno i dirigenti della presunta rivolta popolare di Bengasi. I tre sono accompagnati da funzionari dell’Eliseo e da dirigenti del servizio segreto francese (DGSE).

A Gennaio 2011 la Francia è pronta ad avviare il golpe contro il governo Libico. Il 22 gennaio il comandante del controspionaggio in Cirenaica, il Generale Aoudh Saaiti, fa arrestare il colonnello dell’aeronautica Gehani, collegamento occulto dei servizi francesi con la rete dei prossimi rivoltosi. Rivolta che esplode egualmente il 17 febbraio a Bengasi. Da subito, gli Israeliani indicano la presenza di elementi esterni e stranieri dietro la ‘rivolta popolare’. Decine, e poi centinaia, di ‘consiglieri‘ militari ed agenti dei servizi segreti statunitensi, britannici e francesi, sono sbarcati a Bengasi e a Tobruk almeno fin dal 2 febbraio 2011, per creare e alimentare la rivolta. Lo scopo della loro missione era triplice: aiutare i comitati rivoluzionari a stabilire infrastrutture governative; organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, addestrandoli all’uso delle armi; preparare l’arrivo di altre unità militari straniere, forse egiziane e saudite, oltre a reparti di ex-guerriglieri in Afghanistan, gli ‘afgansy’, collegati con l’universo islamista egiziano e saudita.

Di fatti erano giunti a Bengasi cannoni anticarro da 106 millimetri di provenienza NATO, con munizionamento inglese, e armi antiaeree, il tutto camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile; da ciò si può ben comprendere quale sia, in realtà, il vero delle ONG umanitarie che reclamano fin dall’inizio delle ostilità, l’istituzione di ‘corridoi umanitari’ per la popolazione civile (nome in codice per indicare i mercenari e la guerriglia anti-Jamahiriya). Camuffate da aiuti umanitari le armi, camuffati da volontari umanitari i gli istruttori militari occidentali che, appena sbarcati, iniziano l’addestramento dei rivoltosi; mentre commandos di incursori iniziavano a compiere operazioni clandestine di sabotaggi e provocazione. Tutto ciò, secondo le fonti interne francesi, avviene da ben prima della risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, che chiede “un immediato cessate il fuoco” e autorizza la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili. Lo stesso ministro degli interni francese, Claude Guéant, aveva parlato di «una crociata» riferendosi all’operato di Sarkozy.

L’insieme delle operazioni clandestine anglo-francesi rientra dell’ambito dell’operazione South Mistral. La cui versione ufficiale, ovvero le operazioni di bombardamento sotto mandato ONU; sono denominate Harmattan, in francese, o Ellamy, in inglese, che a loro volta rientrano nell’operazione Odissey Dawn, voluta dal salotto dirittumanitarista di sinistra di Washington, che ha le sue massime espressioni nella segretaria di stato USA Hillary Rodham Clinton, nell’ambasciatrice USA all’ONU Susan Rice e nell’intellettuale-gangster Samantha Power, notoria cantrice dell’interventismo armato umanitario internazionale degli USA.*

Gli screzi non sono mancati, comunque, all’interno del disomogeneo fronte anti-Jamahiriya, che è stato formato rappattumando svariati gruppi e clan spinti alla rivolta con motivazioni e per interessi differenti. Ai primi di marzo, due agenti dell’MI6 e sei incursori delle SAS inglesi, mentre stavano scortando un diplomatico britannico, appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella loro zona operativa, a Bengasi, furono catturati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla fazione in ribelle gestita dai francesi o dagli egiziani, e non dagli inglesi. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi esfiltrati e fatti rientrare con la fregata HMS Cumberland. Secondo The Times, la presenza inaspettata di questa unità “avrebbe irritato gli esponenti dell’opposizione libica, che hanno trasferito i soldati in una base militare“. In effetti, questi elementi sono aggregati ai circa 200 militari dello Scottish Royal Regiment, reparto inglese rientrato dall’Afghanistan nel 2009, che partecipa alle operazioni militari coperte da azioni umanitarie e sgombero. Il ministro della Difesa britannico aveva ammesso che questi militari operano nel bengasino da almeno tre settimane: ufficialmente per assistere piloti abbattuti.

Lo scopo di questo tipo di operazioni, di questo dispiegamento sul campo di reparti speciali, era anche quello di approfittare del caos a Tunisi e Cairo, per consentire l’ingresso dai due paesi confinanti con la Libia, di mercenari, volontari islamisti e almeno un centinaio di membri dell’Unità , le forze speciali egiziane, tutti inviati per fornire sostegno tecnico, nuovi armamenti e appoggio tattico alla presunta spontanea ‘rivolta popolare libica‘.

* Il jetset cosmopolita che l’intellettualità di sinistra italiana, soggetta a un perpetuo senso di inferiorità, ama frequentare e celebrare con assiduità. Si ricordi, tal riguardo, dei non casuali articoli panegirici della direttrice dell’Unità Concita Degregorio verso questo bel mondo cosmopolita.



2. Il ruolo dell’islamismo radical-coloniale e della sinistra brezinskiana occidentale

Quella che si sta svolgendo nel mondo arabo, in questi mesi, è senza dubbio frutto di una lunga e ben pianificata campagna di disgregazione del processo di formazione del Continentalblock Eurasiatico. Il culmine, al momento, di questa operazione, è senza dubbio l’aggressione armata alla Libia da parte della NATO.

L’operazione sembra essere, e probabilmente è, un parto degli strateghi brzezinskiani. Non va dimenticato che Brzezinsky è il mentore ideologico-culturale di Barack Hussein Obama. E probabilmente l’elezione di Obama stesso rientra in questa operazione; Obama forse non è neanche cittadino statunitense, su ciò aleggiano più che fondati sospetti, e forse è collegato a quell’ambito ideologico-religioso arabo mobilitato, in questi mesi, per avviare i cosiddetti processi di ‘democratizzazione’ nel Mondo Arabo. Ma tutto ciò non ha impedito la sua elezione alla presidenza USA. Una figura liberale, come lui appare, era necessaria per attirare i voti della popolazione statunitense delusa dalla politica criminale della fazione neocon-ultrasionista della banda Cheney-Rumsfeld-Perle. Il liberalismo di sinistra ed ecologico, propagandato da Obama, serviva anche a raccogliere intorno alla futura, e oggi attuata, nuova politica interventista armata statunitense, il consenso della ‘sinistra’ occidentale, pro-occidentale e occidentalizzante: socialdemocratici ed ecologisti europei, progressisti nordamericani, asiatici ed arabi, e financo folkloristici residui ‘comunistoidi’, sono la nuova base popolare, di massa, che Washington ha ammassato e sui cui ha posto l’artiglieria massmediatica guerrafondaia (ma camuffata dai soliti infingimenti umanitari) col cui rombo coprire quello dei cacciabombardieri e dei Tomahwak che straziano al Libia oggi. Già dal golpe orchestrato contro l’Honduras, e quello fallito contro l’Ecuador, dimostrano che Obama e il suo entourage non ha altro scopo che portare avanti, con accenti rinnovati, la stessa vecchia politica di dominio ed espansione imperialista degli USA.

Nel caso delle presunte ‘rivoluzioni arabe’ di questi mesi, in effetti, sia sostenitori che soprattutto i critici di esse, si sono soffermati fin troppo sulle operazioni di propaganda e infiltrazione delle agenzie di destabilizzazione strategica anglo-statunitensi, e occidentali in generale, ritenendo e pensando che la leva rivoluzionaria araba fosse rappresentata dalla esigua società civile occidentalizzante dell’Arabia. Il fatto è che soprattutto i padroni e i manovratori di costoro, di questi elementi borghesi arabofoni, acquistati con donazioni e viaggi premio a Washington, non costituivano alcuna garanzia per la vittoria e le presa del controllo dei poteri nei paesi obiettivi delle sovversioni. Serviva e serve ben altro per poter contare su un solido controllo sugli stati e le società ‘liberate’ e liberalizzate del mondo arabo, dell’Arabia. Questa forza è da sempre collegata strettamente con due realtà politiche, geopolitiche e geoeconomiche determinate: il colonialismo francese e soprattutto inglese, cioè Londra, e il servile complice all’imperialismo e del colonialismo occidentale, l’entità statale basa sulla rendita petrolifera gestita dalla famiglia compradora dei Saud, e dall’apparato poliziesco-propagandistico parassitario che sempre tale famiglia controlla.

L’Arabia Saudita è un alleato fondamentale, grazie al controllo che essa esercita sulle e varie filiazioni islamiste che Riyad finanzia abbondatemente e addestra meticolosamente da decenni. Lo scontro inter-arabo e intra-arabo è un colossale regolamento di conti tra la parte feudale del mondo islamico, dei regimi islamici più arretrati, e l’eredità storico-politica del Nasserismo, del Baathismo, del Socialismo e del Marxismo che il Mondo Arabo ha avuto in lascito nel corso degli ultimi sessant’annni.

Ovviamente le realtà più oscurantiste e arretrate del mondo colonizzato, sono sempre state fedeli alleate dell’egemonismo politico-miliatre e tecnico-industriale dell’Occidente. Il wahhabismo, la fratellanza mussulmana e le altre realtà islamiste sunnite hanno sempre avuto la possibilità di pesare sulle società del mondo arabo, grazie ai loro pesanti legami con le centrali imperialiste metropolitane. Soprattutto con Londra, base operativa degli islamisti rimessi in sella a Tunisi e a Bengasi, per esempio. Oppure base operativa dei network tv come al-Arabya e al-Jazeera, dei micidiali centri di disinformazione strategica e di propaganda reazionaria, filo-islamoliberista e reazionaria. Stanno svolgendo a pieno le azioni operative ad esse assegnate, non svolgendo solo campagne mediatiche a favore delle ‘rivoluzioni colorate’, e non solo plasmando un ‘modus pensandi’ che favorisce e appoggia le azioni e le interferenze di Londra, Washington e Parigi nell’Arabia, ma operando effettivamente come vere e proprie agenzie d’intelligence e ricognizione integrate nelle operazioni belliche USA/NATO, come avviene in Libia in questi giorni. Lo Yemen ha compreso questo ruolo, e alla fine, dopo che Riyad ha deciso di abbandonare Sanaa, probabilmente in accordo con le potenze occidentali, il presidente yemenita abbia deciso di espellere dal paese al-Jazeera, agente attivo nelle rivolte antigovernative, dimostrando così, in modo indiretto, la connessione esistente tra la moderna e liberale agenzia televisiva panaraba e il regime oscurantista della famiglia dei Saud.

Ad esempio, il ruolo del TG3 è emblematico, non è un caso che queste vera e propria dependance, se non dell’ambasciata USA a Roma, del NED e del partito democratico USA* porta avanti, da almeno un paio di anni, una forsennata campagna di aggressione mediatica e di banditismo ideologico contro la Libia. Ua campagna bellica vera e propria, che è riuscita ad arruolare in pratica tutta l’amorfa e moribonda sinistra fu marxista italiana. Dal partito della sinistra apertamente ultramericana, PD, che acclama acriticamente le guerre condotte dalle amministrazioni democratiche, da Clinton a Obama, alle sinistre cripto-brezinskiani. Che si tratti di Vendola o di Ferrero, della maggioranza dei trotskisti o dei maoisti, o perfino dell’armata folkloristica degli antimperialisti pro-alQaida, nulla cambia per i decisori e gli strateghi dell’assalto finale, e disperato, al mondo arabo, o quella parte del mondo arabo, che aveva iniziato la marcia di avvicinamento all’asse economico-strategico Mosca-Beijing.

Non è un caso che si aggrediscano, con tali sommosse teleguidate, realtà che si oppongono od ostacolano l’egemonia regionale anglostatunitense: Libia, Siria, Sudan, Yemen (alleato con l’Eritrea). Oltre al processo di frantumazione nazionale, che a quanto pare non è ritenuto sufficiente dalle centrali strategiche occidentali, viene avviato un immenso processo di revanscismo islamista, protesa a creare il tento mitizzato emirato islamico, ideologia aggregante per le forze arabofone antinazionali più arretrate e oscurantiste, permettendone la mobilitazione anche in realtà statuali più consolidate, come la Siria. Tutto ciò amalgamato con il disegno dell’asse Washington-Londra-Parigi di affidare questo fantomatico emirato islamista alla decadente famiglia compradora dei Saud. Scopo ultimo, impedire lo sviluppo tecnico-sociale-economico regionale, grazie all’imposizione di un ordine parassitario e anti-sviluppista e anti-progressista (che tanto piace alle anime belle razziste d’occidente, afflitte da una sorta di orientalismo impegnato), che impedirebbe i piani strategici industriali ed economici di collaborazione con le potenze asiatiche ed eurasiatiche. Tale blocco e arretramento economico-industriale verrebbe volto a favore delle potenze occidentali, che potranno sottrarre le risorse energetiche e idriche regionali, che rimarrebbero inutilizzabili con l’inattuazione della modernizzazione tecnico-economcio-sociale degli stati arabi colpiti dalla sovversione islamo-colonialista camuffata da ‘rivolte democratiche civili’.

Inoltre, non solo tale sabotaggio strategico regionale colpirebbe lo sviluppo regionale, ma attenterebbe pesantemente al progetto eurasiatico basato sull’aggregazione e il riavvicinamento tra potenze come Russia, Cina, Turchia, Pakistan e Iran. E inoltre il fantomatico emirato islamocolonialista che verrebbe creato, fattualmente o ideologicamente che sia, diverrebbe una potente piattaforma per avviare la destabilizzazione della Federazione Russa, della Repubblica Popolare di Cina e l’Unione Indiana, nonché uno strumento sia per colpire in modo devastante l’Iran e la Turchia, che per distruggere realtà statali come il Pakistan e le repubbliche caucasiche e centrasiatiche.

La mano brezinskiana e il tocco tipicamente londinese del divide et impera colonialista, sono ben visibili per chiunque voglia guardare in faccia la realtà dei fatti internazionali che oggi si osservano.

Alla luce della mossa del cavallo all’ONU, attuata dall’asse atlantista e dalla cerchia brezinskiana-rhodesiana, Mosca e Beijing stanno iniziando a comprendere che non c’è più tempo da perdere, in danze diplomatiche e salamelecchi bipartizan, con entità che vogliono soltanto aggredirle e rovinarle.

* Alessandro Lattanzio è redattore di “Eurasia”
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