martedì 14 luglio 2009

ISABELLE EBERHARDT



ISABELLE EBERHARDT: VITA DI UNA RIBELLE
di Francesca Bettini


21 ottobre 1904. Sud est algerino. Guarnigione di Ayn Sefra, ultimo avamposto dell’amministrazione coloniale francese e della legione straniera al confine marocchino.
Le casupole di fango costruite a ridosso del wadi Sefra, vengono improvvisamente sommerse dal fiume in piena. Un torrrente d’acqua precipita giù dalla montagna, trascinando con sé case, bestiame, alberi, persone.
La donna - affacciata ad un precario balconcino - sorride. Osserva la spaventosa marea che spazza via tutto. Rimane immobile, non fugge, non tenta in alcun modo di salvarsi.Un’onda la travolge.
Muore così, a 27 anni, Isabelle Heberhardt.
In un’epoca in cui la vita delle donne seguiva percorsi obbligati, Isabelle fu una donna e una scrittrice al di fuori di ogni schema, fece dell’Islam la sua religione e del deserto la sua casa: lo percorse in un lungo e in largo, a cavallo, con una saccapiena di libri e i soli abiti che aveva indosso. Visse - in povertà estrema - da nomade con i nomadi, condivise con loro fatiche e malattie, estranea da ogni affascinazione orientalistica tipica del suo tempo.
Profondamente religiosa ma anche soggetta ad eccessi di ogni tipo, bruciò i suoi anni intensamente; odiata o amata, senza mezze misure, da chi ebbe modo di conoscerla, dopo la sua morte divenne in Francia una leggenda. I suoi scritti - pubblicati postumi - vennero rimaneggiati dal curatore letterario Victor Barrucand per alimentare il mito della bonne nomade, della amazone du sable, l’androgyne du desert.
Al di là delle mitizzazioni del personaggio, nel leggere le numerose biografie a lei dedicate, non si riesce, comunque, a rimanere indenni dal fascino che soffonde questa donna non bella, dalla fronte alta e bombata, dagli occhi neri, dal naso calmucco, dalla voce sgradevolmente nasale, che riposa da quasi cent’anni nel cimitero musulmano diAyn Sefra.
Isabelle Eberhardt nacque a Ginevra, il 17 febbraio 1877. Venne registrata come figlia illegittima di Natalia Nicolaevna Eberhardt, vedova de Moerder, benestante, di nazionalità russa. Il certificato non menziona il nome del padre.
Sebbene Isabelle fosse una ribelle, il fatto che fosse figlia illegittima avrebbe influito sul suo bisogno di assumere identità diverse, di nascondersi dietro pseudonimi ,a volte maschili, sulla sua propensione a raccontare storie inventate circa le sue origini. Questo dato è quindi importante e per spiegarlo è necessario risalire all’aprile del 1871 quando la signora Natalia Nicolaevna Eberhardt (coniugata con il senatore luogotenente dello Zar Pavel de Moerder di ben 41 anni più anziano di lei) lascia San Pietroburgo per motivi di salute. Meta è la Svizzera, all’epoca considerata un toccasana per chiunque fosse debilitato o cagionevole. E’ accompagnata dal marito, da tre dei sui figli, Nicolas, Natalia, Vladimir, dal figlio di primo letto del marito, Costantin, e dal precettore Aleksandr Trofimoskij.
La signora de Moerder - a poco più di trent’anni - ha già cinque figli ed ha avuto numerosi aborti. Le gravidanze l’hanno spossata; oltre tutto, durante ilviaggio, si rende conto di essere nuovamente incinta.
Nell’aprile del 1871, la famiglia de Moerder raggiunge la Svizzera.
Nell’estate dello stesso anno il senatore rientra a San Pietroburgo mentre la moglie Natalia Nicolaevna si trattiene ancora e, l’11 dicembre 1871, mette al mondo Augustin, quello che sarà il fratello prediletto di Isabelle, il suo Tino amatissimo.
La salute di Natalia Nicolaevna è sempre cagionevole e i medici le consigliano di prolungare ancora per un anno il soggiorno, di non tornare in Russia. Quando il generale de Moerder muore, a San Pietroburgo, nel 1873, Natalia Nicolaevna è ancora in Svizzera.
E’ probabilmente in questo periodo che il precettore Trofimovskij muta il suo ruolo e da amico e consigliere diviene il suo amante.
Aleksandr Trofimoskij - il futuro padre di Isabelle - è un personaggio singolare sul quale i biografi di lei hanno molto ricamato. Era colto e di bell'aspetto. Sposato con tre figli, godeva fama di essere un ottimo precettore. Sicuramente era un fervente ammiratore di Tolstoj, forse simpatizzava anche con le teorie anarchiche di Bakunin e di Protopkin.
Da questa relazione nasce, dunque, nel 1877, Isabelle, l’illegittima.
Lo scandalo suscitato in patria una volta risaputa la notizia, precluderà per sempre a Natalia Nicolaevna qualsiasi speranza di rientrare in Russia e come immediata conseguenza il figlio di primo letto del generale de Moerder, Costantin, verrà immediatamente richiamato a San Pietroburgo dai suoi familiari.
Comincia così per Natalia Nicolaevna, i suoi figli, il precettore, una sorta di lunghissimo esilio durante il quale essi saranno, negli anni a venire, costantemente sorvegliati dalla polizia elvetica. Ogni loro movimento era controllato. Tutti i componenti della famiglia erano schedati. Erano russi, considerati dunque pericolosi, individui sospetti. Non bisogna dimenticare, infatti, che in quel periodo la Svizzera - e in particolare Ginevra - era rifugio di esiliati politici, anarchici, nichilisti, croceviadi personaggi di ogni tipo e nazionalità.
Nel 1879, quando Isabelle non ha ancora compiuto due anni, Trofimovskij acquista una casa e un vasto terreno nei dintorni di Ginevra, nella località di Meyrin. La gente del posto la chiama la villa Tropicale (il precedente proprietario, appassionato di botanica,coltivava piante grasse nelle serre vicine alla casa).
Per i de Moerder fu sempre e solo la villa Neuve.
La casa è grande, lugubre, spoglia; isolata nella campagna, dista qualche chilometro da Ginevra. Ed è in questa casa - un luogo amato e odiato allo stesso stesso tempo e il cui ricordo sarà a volte una sorta di ossessione - che Isabelle trascorre l‘infanzia. Trofimovskij, da tutti chiamato Vava, insegna storia, lingue antiche e moderne, letteratura russa e straniera ai ragazzi maggiori: nessuno, compresa Isabelle,frequenterà mai una scuola pubblica. Ma la tranquillità di questi primi anni viene spezzata da una serie di separazioni e fughe: dei figli, nel 1883 Nicolas ritorna a SanPietroburgo, nel 1887, Natalia fugge con il fidanzato Alexandre Perez-Moreyra e poco dopo lo sposa. Anche Augustin, nel 1888, scompare e tenta, senza successo, di arruolarsi nella legione straniera.
A causa di questi avvenimenti, Isabelle ha un’adolescenza molto sorvegliata. Viene sempre accompagnata nei suoi spostamenti da una governante o dalla madre. Non può tenere una corrispondenza senza l’autorizzazione di Trofimovskij. Ma il suo spirito ribelle non tarda a manifestarsi, non sopporta regole e limitazioni. A diciassette anni supera brillantemente l’ostacolo e la corrispondenza le arriva fermo posta e sotto falso nome.
In un unico campo le è concessa la massima libertà: può leggere qualsiasi libro le capiti sotto gli occhi, romanzi, memorie, poemi, saggi. I suoi romanzi preferiti sonoquelli di Pierre Loti - scrittore 'esotico' molto in voga all'epoca - e di Lydia Pachkov. Anni più tardi Isabelle avrebbe intrattenuto una fitta corrispondenza proprio con la Pachkov che già nel 1872 aveva attraversato la Palestina, la Siria e raggiunto Palmira per pubblicare poi il suo resoconto di viaggio.
La voglia di sapere di Isabelle è insaziabile, spende somme considerevoli per acquistare libri di ogni genere e annota minuziosamente ogni suo acquisto. Compra grammatiche d’italiano, d’inglese, di armeno, dizionari di greco, di persiano,di turco, di tedesco.....Inizia a studiare l’arabo e così si procura una decina di dizionari franco-arabi, il manuale dell’arabista in due volumi, alcuni saggi sull’Islam del XIX secolo, una grammatica cabila. Desidera diventare scrittrice.
Nel 1895 il suo primo saggio di ispirazione africana, "Visions du Moghreb",scritto sotto lo pesudonimo di Nicolas Podolinsky, viene pubblicato dalla Nouvelle Revue moderne.
Intanto, Augustin, il fratello tanto amato, è fuggito di nuovo in Algeria, dove si è arruolato nella legione straniera. Isabelle gli indirizza lettere dal tono accorato, si dispera, lo prega di tornare. Usa accenti melodrammatici, gli racconta disperazione della madre, ma non smette di coltivare il sogno di lasciare Ginevra e di viaggiare nei paesi arabi. E scrive. Scrive ad Eugène Letord, ufficiale francese in Algeria che aveva messoun annuncio sul giornale al quale lei era abbonata - con lui si firmerà Nadia- e che le sarà amico fino alla fine; inizia a corrispondere con Abu Naddara, un letterato egiziano, un arabista, un tipo stravagante che viveva a Parigi e pubblicava un giornale: Abu Naddara Zarga. Isabelle gli manda auliche missive in arabo classico, chiede il parere del ’venerato sceicco’ sui suoi lavori di traduzione dal russo all’arabo, che all’epoca non erano altro che puri esercizi di stile. Stavolta si firma I. de Moerder. Gli invia anche una foto - una delle più famose di lei - in abito maschile, vestita alla marinara, i capelli tagliati cortissimi. Ha poi ancora un altro corrispondente: un giovane tunisino di nobile famiglia, Ali Abdul Wahhab, colto, educato all’europea, il cui padre era governatore di Mahdia. Isabelle con lui si firma Nicolas Podolinsky, e a volte Meryem. E’ evidente, nel suo bisogno di camuffarsi dietro falsi nomi, la ricerca di una identità che ancora non ha preso corpo, il desiderio di spezzare la monotonia della vita quotidiana alla villa e il sognodi lasciare Ginevra.
Il fratello Augustin è ancora in Algeria e proprio la ricerca del fratello sarà il pretesto della sua prima partenza per l’Africa del Nord. Nel maggio 1897, infatti, Isabelle e la madre raggiungono Marsiglia e si imbarcano per Bona, che lei chiamerà sempre con il suo nome arabo di Annaba. Per tutta la vita avrebbe ricordato con nostalgia e pena il periodo che trascorse lì con la madre. A Bona la passione di Isabelle per il modo di vivere 'orientale' e per la religione musulmana si trasforma inun’ammirazione ragionata. Fu, infatti, durante questo primo soggiorno che decise di convertirsi. E la fede, anche nei periodi più cupi della sua vita non conobbe mai incertezze. Sempre a Bona si compie quella che per lei sarà una tragedia fonte di un dolore costante che l'accompagnerà per sempre: il 29 novembre 1897 la madre, ammalata di pleurite, muore ad appena cinquantanove anni.
Isabelle ne è sconvolta, scrive ad Ali Abdul Wahhab in cerca di conforto. Si sente finita. Suo padre, Trofimowskij, la raggiunge ed insieme decidono di seppellire la signora de Moerder, anche lei convertita all'Islam, sotto il nome di Fatma Manoubia, nel cimitero musulmano di Bona. Quindi lasciano l’Algeria e ritornano in Svizzera.
Isabelle, nonostante tutto, ha voglia di vivere, di viaggiare, di conoscere. Ha solo venti anni, fa progetti, pensa di andare a Tunisi dall'amico Ali, cerca di scrivere un romanzo, Rakhil, che non sarà mai compiuto e il cui manoscritto nella versione definitiva non è mai arrivato a noi.
Nel 1898, però, l’attendono altre tragedie; come se una maledizione si accanisse sulla sua famiglia. L’altro fratello Vladimir, chiamato da tutti Volodja, si suicida; il padre, Trofimowskij, si ammala gravemente. Un tumore alla gola lo consuma. Intanto Augustin è tornato a Ginevra e Isabelle si rende conto che il fratello prediletto è in realtà un inetto, un incapace che non avrebbe mai concluso nulla nella vita.
Il 15 maggio 1899 Trofimowskij muore.
Per Isabelle la morte del padre è la chiusura del cerchio di tutto ciò che la lega alla villa Neuve. Nulla più la trattiene. E' impaziente di disfarsi di quella casa triste, dove le morti si susseguono e che spesso è stata per lei una sorta di prigione. Oltretutto alla villa sono stati apposti i sigilli per controversie ereditarie dovute al fatto che in Russia Trofimowskij aveva ancora moglie e figli legittimi. Il fratello Augustin convince Isabelle ad incaricare un ambiguo personaggio, un tale Samuel, di curare i loro interessi e di provvedere a vendere la villa. Questi si rivelerà un truffatore e i due fratelli si ritroveranno addirittura debitori nei confronti del notaio di sessanta franchi. La villa sarà infine venduta, ma sarà l’inizio di uno stato di indigenza economica che segnerà tutti gli anni a seguire.
Comunque Isabelle non ha più nulla che la leghi alla sua infanzia, ha voglia di libertà, di calore, di deserto. Scriverà : "...essere soli, liberi dai bisogni, essere ignorati, stranieri, andare solitari e grandi alla conquista del mondo...".Pensa di avere tanti begli anni davanti a sé. Vuole partire, e stavolta definitivamente,per l'Africa del Nord: prima tappa sarà la Tunisia.
Nel giugno 1899 si imbarca sul Saint-Augustin diretta a Tunisi.
E' questo un periodo nel quale subisce l'affascinazione costante della morte. Negli scritti "Heures de Tunis", così descrive quei giorni: "....Ho sempre amato vagare nei cimiteri musulmani, non hanno nulla di lugubre e di triste, pieni di fiori, di vigne e d'arbusti...".
Inizia a vestirisi alla beduina, indossa candidi burnous, si rasa completamente i capelli, si spaccia per un giovane ragazzo: Mahmoud Saadi, la sua nuova identità prende finalmente corpo.
Il suo bisogno di nomadismo è sempre più impellente. I mesi successivi saranno caratterizzati da spostamenti continui. Ed è questo un dato costante in lei - a parte soste obbligate più o meno brevi - la sua esistenza è fatta di spostamenti da un paese all'altro, da un luogo all'altro, in modo frenetico; solo la fede le darà un po' di pace,come dimostrano le considerazioni che annota nel suo diario. Nasce in lei anche una profonda visione fatalista dell'esistenza umana, che le farà sostentere che tutto è scritto, tutto è maktub e che forse può essere la causa della sua inerzia nei confronti della successiva, precoce decadenza fisica.
Nel luglio del 1899 lascia la Tunisia diretta in Algeria. Arriva a Beja, poi adEl-Khroub, poi a Biskra. Probabilmente in questo periodo inizia a fumare kif, una droga,un misto di erbe ed hashish all'epoca non vietata. Continua a farsi passare per Mahmoud Saadi, giovane tunisino in pellegrinaggio da una zawiya all'altra.
Ad agosto decide di spingersi verso Sud e raggiunge l'oasi di El-Oued.
Nel suo libro "Au pays de sables", rievocherà quel momento: ".... il mio arrivo a El-Oued fu per me una rivelazione completa, definitiva di quel paese splendido, il Souf, della sua particolare bellezza ed anche della sua infinita tristezza".
A settembre torna a Tunisi, quindi va a Sousse e Monastir. Scrive degli appunti di viaggio che saranno pubblicati con il titolo di "Notes sur le Sahel tunisien".
In ottobre lascia Tunisi e torna a Marsiglia. Alla fine di novembre parte per Parigi,con l'intenzione di trattenersi qualche mese e di incontrare l'amico Ali Abdul Wahhab. Invece, il 16 dicembre, annota sul suo diario: "Rottura definitiva con Ali". Finisce così, per ragioni mai ben chiarite, un'intensa amicizia e una fittissima corrispondenza epistolare durata tre anni.
Torna dunque a Marsiglia, quindi in treno va a Livorno dove si imbarca per la Sardegna.
Il 1° gennaio 1900 arriva a Cagliari per incontrarsi con l'amato fratello Augustin che nel frattempo ha sposato Hélène Long, una ragazza incolta (Isabelle la chiamerà sempre con disprezzo Jenny l'ouvrière).
Non perdonerà mai al fratello questo matrimonio. Nei suoi "Mes Journaliers"alla data del I gennaio 1900 scrive: "Sono solo, di fronte all'immensità grigia del mare mormorante, solo come lo sono sempre stato...". Usa il maschile in una ambiguità di genere che l'ha sempre caratterizzata.
Prova un'intensa nostalgia per l'Africa. Annota ancora: ".... Ritornare in Africa,riprendere quella vita, dormire nella frescura e nel silenzio profondo, avere per tetto il cielo infinito e per letto la terra...".
Nell'agosto del 1900 è di nuovo a El-Oued.
Qui Isabelle conosce Sulimain Ehnni, l'uomo che dopo Ali Abdul Wahhab e il fratello Augustin ha più amato - Slimène, come lei lo chiama alla francese - un giovane ufficiale arabo del reggimento Spahi di El-Oued. Gli Spahi costituivano un reggimento di cavalleria, di origine turca, che i francesi avevano acquisito al loro servizio e francesizzato.
Isabelle non conosce mezze misure, si innamora di lui follemente, in modo totale ed eccessivo, come eccessiva è forse la sua vita, sempre sopra le righe. Ehnni sarà per lei un compagno fedele, un punto di riferimento costante nonostante le future, lunghe separazioni ed i suoi tormentati vagabondaggi.
In questo periodo un amico turco la mette in contatto con due sceicchi della confraternita sufi della Qadriyya. Isabelle è attratta dal
sufismo, lo avverte come un ritorno ai valori fondamentali dell'Islam. Entra a far parte della confraternita,per temperamento non poteva essere altro che sedotta dall'esperienza mistica che negli anni successivi sarà parte integrante della sua vita.
La salute di Isabelle inizia ad incrinarsi, si sente sempre più debole, si nutre sempre meno, fuma kif. La sua smania di vivere inizia ad avere connotazioni autodistruttive. Nel frattempo Slimène viene trasferito a Batna e lei è intenzionata a seguirlo. Prima di partire vuole incontrare Sidi El-Imam, della Qadriyya: questi, però, è in pellegrinaggio verso Nefta. Isabelle parte, dunque, a cavallo. Decide con El-Hachemied altri membri della Qadriyya di raggiungerlo sulla strada.
Il 29 gennaio 1901, nelle prime ore del pomeriggio, il gruppo si accampa a Béhima, aduna ventina di chilometri a nord-est di El-Oued. Isabelle è seduta, aiuta un’analfabeta a scrivere una lettera, il turbante le impedisce di notare l'uomo alle sue spalle. Questi la assale e le sferra un violento colpo al capo e due pugnalate alle braccia. Lei si accascia al suolo mentre i suoi amici disarmano l'attentatore. Il fatto(colorito, romanzesco ma comunque vero) è immediatamente risaputo.
Il generale Dechizelle, comandante del settore militare francese di Costantina, attribuisce il crimine ad un atto di fanatismo religioso ed al fatto che Isabelle è affiliata alla Qadriyya ed in intimità con i capi della confraternita. Quella donna bizzarra comincia ad essere un personaggio scomodo, troppo particolare, troppo eccentrica .
Dunque si rende necessario richiedere al console russo l'autorizzazione affinché sia espulsa dall'Algeria e questi autorizza di condurre alla frontiera "questa signorina russa che s'abbiglia in costume arabo....".
Ai primi di maggio del 1901 Isabelle riceve l'avviso di espulsione. Fa una breve sosta a Batna per incontrare Slimène quindi si imbarca per Marsiglia. I due sono separati ancora una volta.
La vita a Marsiglia le è intollerabile: non ha denaro, il suo amore è lontano, cosi come l’Algeria ma, verso la fine del mese, riceve una notizia insperata che le offre la possibilità di chiedere l'autorizzazione di rientrare e di far valere le sue ragioni.Viene, infatti, convocata dal tribunale di Costantina perché Abdallah Muhammad, il suo attentatore, sarà processato per tentato omicidio. A giugno rientra per testimoniare al processo.
Il processo desta scalpore. Gli spettatori e i giornalisti osservano Isabelle -abbigliata in costume arabo, femminile stavolta - stupiti e incuriositi. Una strana ragazza, vestita come un'indigena, che parla innumerevoli lingue, che afferma di essere musulmana....
Abdallah, l'attentatore, dichiara - come riporta la Dépêche algérienne del 21 giugno1901 - che 'Allah gli ha ordinato di uccidere M.lle Eberhardt che, contrariamente alle nostre abitudini, si abbiglia in modo maschile e porta scompiglio nelle nostre regioni'.
Isabelle si difende. Le domandano dei suoi abiti maschili e lei risponde: "Monto a cavallo e li trovo più comodi". Le chiedono di cospirazioni e lei ribatte: "Non ho mai partecipato ad alcuna azione antifrancese..", come riporta ancora la Dépêche algérienne.
Il processo le farà guadagnare il favore del pubblico.
L'attentatore viene condannato a dieci anni di carcere, lo scrittore Victor Barrucand protesta contro l'espulsione di Isabelle e lei spera che il decreto venga annullato, ma deve comunque lasciare Costantina. Raggiunge Marsiglia con Slimène che ha ottenuto solo un breve congedo, infatti lui nei primi giorni di luglio del 1901 riparte.
Isabelle è di nuovo sola. Vive in estrema povertà, sta scivolando verso la fine della sua vita che sarà segnata da una totale ed estrema indigenza. Scrive agli amici, cerca di racimolare denaro, di farsi pubblicare qualche articolo; oltre tutto, Slimène, lontano, è ricoverato in ospedale, malato di tubercolosi.
Si scrivono, progettano di sposarsi.
Nell'ottobre del 1901, a Marsiglia, viene celebrato il loro matrimonio civile. Si stabiliscono a Marsiglia, Slimène nel frattempo ha lasciato l'esercito.
Nel febbraio del 1902, Isabelle e il marito possono tornare finalmente ad Algeri.
E questa sarà per Isabelle più che una ulteriore partenza: è la rottura definitiva con tutto ciò che la lega al passato, all'Europa, a quel che resta della sua famiglia. Dopo il 1901 non c'è più traccia di corrispondenza con l'adorato fratello Augustin.Annota nel suo diario: "....il fratello tanto amato è per me come morto...".
Ad Algeri Isabelle diviene amica dello scrittore Victor Barrucand che già si era interessato a lei durante il processo. Barrucand - che si trova ad Algeri dal 1900 ed è corrispondente per La Revue Blanche - ritiene che Isabelle sia la collaboratrice ideale per la sua rivista. Cerca, dunque, di aiutare i due giovani e trova un impiego ad Ehnnicome traduttore nella comunità mista franco-araba di Ténès, sulla costa, ad un centinaio di chilometri ad est di Algeri.
A Ténès - dove i due arrivano nel luglio del 1902 - Isabelle incontrerà un altro personaggio fondamentale nella sua vita: lo scrittore Robert Randau.
Randau (anagramma del vero cognome, Arnaud) era nato in Algeria, figlio di un colono francese, aveva scritto libri sull'Africa e sulla presenza francese in questa terra. A Ténès era una personalità, un funzionario statale presso la comunità mista, un uomo colto e generoso. Grazie al lavoro di Slimène come traduttore, Randau fa la conoscenza di Isabelle. Egli ci ha lasciato un preciso ritratto della donna in quegli anni: elegante,vestita alla cavallerizza, con indosso un immacolato burnous, gli stivali alti e rossi degli Spahi, gli occhi neri, la faccia livida, gli zigomi alti e una voce stridula e nasale che colpiva chiunque la incontrasse.
A Ténès Isabelle inizia a scrivere articoli per l'Akhbar, un periodico in lingua araba e filoarabo, una collaborazione offerta dall'amico Barrucand. Le cose sembrano andare un po' meglio, ma la sua salute è sempre più precaria, non fa alcuno sforzo per curarsi. I suoi denti - una volta descritti come splendidi - cominciano a marcire, è l'inizio di una decadenza fisica precoce e inarrestabile: Isabelle ha solo venticinque anni.
Anche a Ténès Isabelle non sarà risparmiata dalle calunnie. Proprio a causa della sua collaborazione con una rivista filoaraba, viene accusata - nel 1903 in occasione delle elezioni locali - di influenzare i musulmani della regione, di comprare i loro voti. Il marito è accusato di estorcere denaro agli "indigeni" per sovvenzionare le casse dell'Akhbar.
Lei cerca di discolparsi pubblicamente sulla stampa, proclama la sua onestà ma i due vengono comunque sommersi da una campagna diffamatoria. Ténès si è fatta ostile, il fisico di Isabelle è provato da frequenti crisi di febbri malariche.
L'amico Barrucand le offre aiuto: le propone ospitalità ad Algeri in cambio della collaborazione all'Akhbar; sa che non troverà mai più una persona come Isabelle in grado di combinare le ambizioni coloniali della Francia e le realtà locali.
Isabelle accetta l'offerta: le permetterà di riprendere il suo vagabondaggio nel deserto, l'unica cosa che l'attragga veramente. Ed è sul finire dell'anno 1903 che approda alla guarnigione militare di AySefra - a Sud di Orano - dove conosce il generale Hubert Lyautey, inviato alla frontiera algerino-marocchina per sedare e sottomettere le tribù ribelli, e che sarà suo intimo amico fino alla fine.
Nella guarnigione conosce soldati di ogni nazionalità arruolati nella legione straniera, fuma kif, mangia e dorme pochissimo.
L'amicizia con Lyautey è invece profonda, su un piano esclusivamente spirituale.
"Ci siamo ben compresi, il povero Mahmoud ed io... " scriverà lui dopo la morte di Isabelle.
Isabelle diventa una sorta di agente per conto di Lyautey: la sua conoscenza degli ambienti musulmani è nota, così come i suoi contatti con le tribù locali, e la sua possibilità di frequentare le zawiya - che si supponeva fossero i bastioni della ribellione -. Inoltre la sua qualifica di giornalista giustifica la sua presenza nelle zone calde e pericolose.
I resoconti che Isabelle invia all'Akhbar costituiscono una riprova di questo suo ruolo: in linea con i convincimenti di Lyautey, afferma che lo sterminio delle tribù dissidenti è inutile, che è sufficiente isolare e mettere sotto sorveglianza i ribelli. Gli articoli da lei scritti attirano l'attenzione, compaiono anche sulla Dépêche algérienne.
Isabelle diventa un personaggio leggendario. Scrive, viaggia ed è quello che ha sempre desiderato.
Nel dicembre del 1903 torna ad Algeri per trascorrere il Ramadan con Slimène: lui è tubercolotico.
Isabelle vive l'ultimo anno della sua vita, il 1904, in modo febbrile, in continuo movimento.
Ancora una volta viaggia verso Sud al confine col Marocco, visita la zawiya di Kanadsaa 20 chilometri a sud-est di Colombe-Béchar in territorio marocchino, quindi torna ad AynSefra che lei considera il suo punto di riferimento e dove ha affittato una casa. Ma gli attacchi di febbri malariche si fanno talmente violenti che è costretta a farsi ricoverare nell'ospedale militare della guarnigione: è il 2 ottobre 1904.
Il 21 ottobre Isabelle è impaziente di lasciare l'ospedale, quel giorno Slimène l'ha raggiunta dopo una lunga separazione. Lei vuole incontrare il suo zizou e se ne va presto, alla mattina, contrariamente al parere dei medici che vorrebbero trattenerla. Poche ore dopo, l'inondazione.
Il suo corpo sarà ritrovato solo alcuni giorni più tardi, sotto le rovine della sua casupola e l'amico Lyautey lo farà inumare nel cimitero musulmano.
Lo sfruttamento postumo delle opere di Isabelle Eberhardt da parte di Victor Barrucanded altri, furono un'offesa che nessuno dei suoi amici riuscì a perdonare. Il suo manoscritto "Dans l'ombre chaude de l'Islam" venne pubblicato da Barrucand,manipolato, nel 1905, vendette 13.000 copie ed ebbe tre ristampe. Sempre Barrucand, nel 1922, pubblicò anche il romanzo incompiuto "Trimardeur". Questa androgina del deserto, questa amazzone del Sahara, la nomade dal cuore d'oro, corrispondeva perfettamente all'idea dell''Oriente' che coltivavano gli Europei all'inizio del secolo e Barrucand diede loro quello che essi si aspettavano, c'era di tutto: esotismo,travestimento, amore, morte. In realtà come scrive Edmonde Charles Roux nella sua biografia di Isabelle Eberhard: "....Nessuna delle pioniere dell’esplorazione può essere paragonata a lei. Non ci fu nessun principe nella vita di Isabelle, nessun alto funzionario, nessun appoggio, tutto quello che realizzò fu intrapreso senza nessun aiuto e nella solitudine. Non fu né una ricca esploratrice come Alexine Tinné, né la sposa di un capo guerriero come Jane Digby el-Mezrab, rivendicò soltanto la libertà di convertirsi all’Islam e di amare un popolo e un paese - l’Algeria - che non era il suo e di viverci coraggiosamente da sradicata, pur cercando un’integrazione a prima vista proibita".



Rahmatullah ' alaiha
Che la pace sia con lei
Al-Fatiha


Bibliografia essenziale:
- Cherles-Roux Edmonde, Voglia d'Oriente: la giovinezza di Isabelle Eberhardt,Bompiani, Milano 1990;
- Kobak Annette, Isabelle: the life of Isabelle Eberhardt, Chatto & Windus Ldt,London, 1988;
- Delacour M. Odile-Heleu Jean René, Isabelle Eberhardt, Écrits intimes, VoyageursPayot, Paris 1991;
- Blanch Lesley, Amori in terre lontane, La Tartaruga, Milano 1992
- D'Eaubonne Françoise, La couronne de sable, Flammarion, Paris, 1967

Tratto da www.sufi.it

domenica 5 luglio 2009

LA TARIQA NAQSHBANDIYA










 
Gli undici principi
dell'Eccelsa Tariqa Naqshbandi




L'Eccelsa Tariqa Naqshbandi nasce, come tutte le altre 39 Confraternite Sufi, dall'eredità spirituale lasciataci dall'ultimo Messaggero, l'Orgoglio della Creazione, il Profeta Muhammad (S.a.s. - la Pace e la benedizione siano su di lui). Dopo di lui vi saranno solo falsi profeti e, nella notte dei tempi, il ritorno di Gesù, su di lui la Pace. Dio, comunque, nella Sua Misericordia, non ci ha lasciato dopo la dipartita del Profeta nella completa oscurità, in quanto "i Sapienti della mia Comunità saranno come i Profeti di Bani Israel". Una particolarità che distingue l'Eccelsa Tariqa Naqshbandi da tutte le altre è che essa è l'unica a vantare una discendenza da Abu Bakr as-Siddiq, l'unico Khalifatu Rasulu-Llah (Vicario del Profeta), citato nel Sacro Corano come "il secondo dei due", colui che sostituiva il Profeta in sua assenza o che addirittura pregava di fronte a lui durante la sua malattia. Durante l'Ascensione alla Presenza Divina, quando a Muhammad fu dato accesso alla Visione Divina ed introdotto alle stazioni dell'Unicità Divina, la voce di Abu Bakr as-Siddiq era con lui. Più volte i Compagni chiesero al Profeta chi fosse il migliore fra di loro e sempre lui rispose: Abu Bakr.
Il Profeta inoltre disse:
"Abu Bakr non è a voi superiore in virtù delle sue preghiere o dei suoi digiuni, ma in virtù di un segreto radicato nel profondo del suo cuore."
"Tutto ciò che Allah ha riversato nel mio cuore l'ho messo nel cuore di Abu Bakr as-Siddiq."




Da quanto sopra appare evidente che nel Sufismo si parla di catene di trasmissione iniziatiche in cui un Wali (amico di Dio, santo), con il permesso divino ed il beneplacito del Profeta, trasmette nel cuore del suo successore il nobile segreto pertinente a quella Confraternita. Di maestro in maestro Naqshbandi viene trasferito il segreto della vita insufflato in Adamo (la Pace sia su di lui). Per queste ragioni, Ahmed Faruqi Sirhindi, uno dei più grandi maestri Naqshbandi del XVI secolo diceva che la nostra Via riguarda i segreti maggiori, relativi alle realtà profetiche, mentre tutte le altre Vie concernono solo lo svelamento dei segreti minori.
L'Ordine prende nome da Shah Bahauddin Naqshbandi, il cui nome significa colui che ricama su stoffa o l'incisore. Ad un livello più profondo significa la rappresentazione sottile della Realtà Divina attraverso l'incisione sul cuore del Suo Nome. A questo scopo la massima attenzione viene dedicata alla pratica dello dhikr (il ricordo, la menzione del nome di Dio, Allah): lo scopo dell'intera nostra vita é nel ricordarsi di Dio, un ricordo che porta l'aspirante sufi a trasformarsi, consumarsi, annullarsi ed infine a risorgere nello splendore del manto delle Qualità divine. A questo scopo è pratica dei Maestri Naqshbandi iniziare i discepoli alla costante ripetizione del nome di Allah e del "principio di negazione-affermazione": Lã ilaha ill'Allah.
8 degli undici principi della Tariqa Naqshbandi furono coniati da Khwaja 'Abdul Khaliq al-Gujdawani, allevato ed educato da Saiyydina al-Khidr, il Maestro immortale, colui che bevve dall'acqua della Vita, citato nel Sacro Corano come un servitore di Dio che riceve la Conoscenza direttamente dalla Presenza Divina e come colui che mise alla prova Mosè (la Pace sia su di loro). Cfr: Corano (18, 65-82)




1) Consapevolezza del respiro ("Hosh dar dam")




Hosh significa "mente" Dar significa "dentro." Dam significa "respiro." Questo vuol dire, in accordo con Abdul Khaliq al-Ghujdawani (Q.s.), che:
"Il ricercatore saggio deve salvaguardare il suo respiro dalla pigrizia, sia nell'esalazione che nell'inalazione, mantenendo così il suo cuore alla Presenza Divina; e deve vivificare il suo respiro con l'offerta del suo servizio e deve presentare al suo Signore la sua adorazione piena di vita, perché ogni respiro inalato ed esalato nella Sua Presenza è vivo, mentre ogni respiro nella dimenticanza è morto"
Ubaidullah al-Ahrar (Q.s.) disse: "La missione principale del ricercatore di questa Via è la salvaguardia del respiro. Si potrebbe dire di chi non è in grado di salvaguardare il proprio respiro: «Si è perso.»"
Shah Naqshband (Q.s.) disse: "Quest'Ordine è basato sul respiro. Così è necessario salvaguardare il proprio respiro nel tempo della sua inalazione e della sua esalazione ed inoltre nel tempo che intercorre fra queste due."
Shaikh Abul Janab Najmuddin al-Kubra disse nel suo libro Fawatih al-Jamal, "il dhikr fluisce nel corpo di ogni singola creatura vivente nella necessità stessa del respiro - anche senza volerlo, come segno dell'ubbidienza insita in ogni essere creato. Per mezzo della respirazione, il suono della lettera "ha" del nome divino "Allah" viene emesso ad ogni esalazione ed ogni inalazione ed esso è un segno dell'Essenza Immanifesta che intende indicarci l'Unicità Divina. E' perciò necessario essere presente ad ogni respiro per realizzare l'Essenza del Creatore."Il nome di Allah, che comprende i novantanove Nomi e gli Attributi, consiste di quattro lettere: Alif, Lam, Lam e dello stesso Hah (ALLAH). La gente del Sufismo dice che l'Essenza Immanifesta Assoluta di Allah l'Altissimo ed Onnipotente è espressa dall'ultima lettera vocalizzata dall'Alif, "ha". Rappresenta l'Ipsietà Assoluta Immanifesta di Allah (Ghayb al-Huwiyya al-Mutlaqa li-Llah 'azza wa jall), il Potente, l'Eccelso. Il primo Lam è per identificazione (tacrif) ed il secondo Lam è per enfasi (mubalagha). Salvaguardare il proprio respiro dalla dimenticanza vi condurrà alla completa Presenza e la presenza completa vi condurrà alla completa Visione e la Visione completa vi condurrà alla completa Manifestazione dei novantanove Nomi e degli Attributi di Allah. Egli vi condurrà alla completa Manifestazione dei Suoi novantanove Nomi e dei Suoi Attributi perché è detto: "Gli Attributi di Allah sono numerosi come i respiri degli esseri umani".Tutti i cercatori devono sapere che preservare il respiro dalla dimenticanza è difficile. Di conseguenza devono salvaguardarlo cercando il perdono (istighfar) perché la richiesta di perdono lo purificherà, lo santificherà e preparerà il cercatore per incontrare, ovunque egli sia, la vera Manifestazione di Allah.




2) Osservare i propri passi ("Nazar bar qadam")




Significa che il ricercatore deve mantenere gli occhi abbassati mentre cammina. Molti veli che ci precludono la Visione divina sono generati dalle immagini che sono trasmesse dai nostri occhi alla mente durante la vita quotidiana. Shah Naqshband disse: «Se guardiamo agli errori dei nostri amici, ne rimarremo senza (amici), perché nessuno è perfetto». Abbassare lo sguardo è segno di umiltà, ma anche il segno che diamo ad Allâh della nostra intenzione di ricercare null'altro all'infuori di Lui.




3) Viaggio interiore ("Safar dar watân")




Significa viaggiare verso la propria terra natale. Vuol dire che il ricercatore viaggia dal mondo della manifestazione esteriore verso il mondo interiore della Realtà. Questo richiede l'abbandono di tutte le nostre qualità di carattere inferiore e di ogni desiderio mondano verso l'acquisizione di tutte le qualità lodevoli.




4) Solitudine nella folla ("Khalwat dar anjumân")




Khalwat significa reclusione. Vuol dire essere esteriormente con la gente, restando interiormente nell'Intimità divina. Si dice: «Il ricercatore sarà così profondamente immerso nel suo cuore nello dhikr silenzioso che, anche se entrasse nel mezzo di una folla, non sentirebbe alcuna voce. Lo stato del dhikr lo sovrasta. La manifestazione divina lo attrae a Sé e lo rende inconsapevole di tutto tranne che del suo Signore». Nello stesso tempo Shah Naqshband enfatizzava la bontà della riunione congregazionale quando diceva: Tarîqatunâ as-suhbat wa-l-khairu fil-jam'iyyât («La nostra Via è fondata sulla Compagnia, e ogni bene viene dalla riunione»). L'Imâm Rabbânî disse: «Si deve sapere che il ricercatore all'inizio pratica la reclusione esteriore isolandosi dalla folla, adorando e concentrandosi in Allâh l'Eccelso fino a che raggiunge uno stato più elevato. A quel punto verrà consigliato dal suo Shaikh (maestro) nelle parole di al-Kharrâz: «Perfezione non è nell'esibire poteri miracolosi, ma perfezione è sedersi in mezzo alla gente, vendere e comprare, sposarsi e avere figli, senza lasciare mai neanche per un istante la Presenza Divina».




5 ) Ricordo essenziale ("Yad Kard")




Il significato di Yad è Dhikr, Kard invece sta a significare l'essenza dello Dhikr. Il cercatore deve fare Dhikr avendo sulla lingua negazione e affermazione, fino a raggiungere lo stato di contemplazione del proprio cuore (muraqaba). Questo stato sarà raggiunto recitando ogni giorno la negazione (la ilaha) e l'affermazione (ill'Allah) con la lingua, un numero di volte compreso tra 5.000 e 10.000, rimuovendo dal cuore gli elementi che lo oscurano e lo arrugginiscono. Questo Dhikr pulisce il cuore e porta il cercatore nello stato della Manifestazione. Egli deve mantenere questo Dhikr giornaliero, attraverso la lingua o il cuore, ripetendo Allah, il nome dell'Essenza di Dio che comprende tutti gli altri nomi e Attributi, oppure con negazione e affermazione attraverso la ripetizione di La Ilaha ill'Allah.
Questo Dhikr quotidiano porterà il cercatore nella perfetta presenza di Colui che è glorificato.
Lo Dhikr per negazione e affermazione, alla maniera dei Maestri Sufi Naqshbandi, richiede che il cercatore chiuda i suoi occhi, chiuda la sua bocca, serri i denti, ponga la lingua dietro l'arcata superiore dei denti e trattenga il respiro. Egli deve recitare lo dhikr con il cuore, attraverso negazione e affermazione, iniziando con la parola Lâ ('No'). Egli fa salire questo 'No' da sotto l'ombelico fino su al suo cervello. Raggiungendo il cervello la parola 'No' fa uscire la parola Ilaha ('Dio'), la quale si muove dal cervello fino al braccio sinistro e colpisce poi il cuore con Ill'Allah ('eccetto Dio'). Quando questa parola colpisce il cuore, la sua energia e il suo calore si diffondono in tutte le parti del corpo. Il cercatore, che ha negato tutto ciò che esiste in questo mondo con le parole La Ilaha, afferma con le parole IllAllah che tutto ciò che esiste è stato annichilito alla Presenza Divina.
Il cercatore ripete questo con ogni respiro, inspirando ed espirando, sempre terminando nel cuore e ripetendo il numero di volte che è stato prescritto dal suo Shaikh. Il cercatore potrà forse raggiungere lo stato in cui in un respiro può ripetere La Ilaha Ill'Allah ventitre volte. Uno Shaikh perfetto può ripetere La Ilaha Ill'Allah un numero infinito di volte ad ogni respiro. Il significato di questa pratica è che l'unica meta è Allah e che veramente per noi non c'è altro obiettivo. Dopo tutto questo, il fatto di guardare alla Presenza Divina come Unica Esistenza richiama nel cuore del murid l'amore del Profeta (s.A.'a.s.) e in quel momento dice Muhammadun Rasulullah ('Muhammad è il Profeta di Dio'). Questo è il cuore della Presenza Divina.




6) Ritornare ("Baz Gasht")




Questo è uno stato in cui il cercatore, recitando lo Dhikr per negazione e affermazione, arriva a comprendere la frase del Santo Profeta (s.A.'a.s.), Ilahi anta maqsudi wa ridaka matlubi ("O mio Dio, Tu sei la mia Meta e la Tua Felicità è il mio Scopo"). La recitazione di questa frase aumenterà nel cercatore la consapevolezza dell' Unicità di Dio, fino a raggiungere lo stato in cui l'esistenza di tutta la creazione svanisce ai suoi occhi. Tutto ciò che vede, ovunque guardi, è l'Uno Assoluto. I murid Naqshbandi recitano questa forma di Dhikr per estrarre dai propri cuori il segreto dell'Unicità e per aprire se stessi alla Realtà dell'Unica Presenza Divina. Il principiante non ha diritto di abbandonare questo Dhikr se non trova il corrispondente potere apparire nel proprio cuore. Egli deve continuare a recitarlo in imitazione del suo Shaikh, perché il Profeta (s.A.'a.s.) ha detto, 'Chiunque imita un gruppo di persone ne farà parte.' E chiunque imita il suo maestro finirà un giorno o l'altro per trovare questo segreto rivelato nel proprio cuore.
Il significato della frase "baz gasht" è il ritorno ad Allah, Glorificato ed Onnipotente mostrando una completa arresa e sottomissione alla Sua Volontà, e una completa umiltà nel dare a lui ogni dovuta lode. Questa è la ragione per la quale il Santo Profeta (s.A.'a.s.) menzionava nella sua invocazione, ma dhakarnaka haqqa dhikrika ya Madhkur ("Non ci ricordiamo di Te come Tu meriti di essere ricordato, O Allah"). Il cercatore non può arrivare alla presenza di Dio nel suo dhikr, e non può manifestare i Segreti e gli Attributi di Dio nel suo dhikr, se non recita lo dhikr con il Supporto di Dio e con il Suo Ricordo di lui. Come Bayazid al-Bistami (Q.s.) disse: “Quando ho raggiunto Lui ho visto che il Suo ricordo di me aveva preceduto il mio ricordo di Lui". Il cercatore non può fare dhikr da solo. Egli deve riconoscere che Dio è colui che fa Dhikr attraverso di lui.




7) Attenzione ("Nigah Dasht")




"Nigah" significa vista. Significa che il cercatore deve guardare il proprio cuore e salvaguardarlo prevenendo che i cattivi pensieri entrino. Le cattive inclinazioni impediscono al cuore di ricongiungersi con il Divino. E' riconosciuto nella Naqshbandiyya che un cercatore che salvaguarda il proprio cuore dalle cattive inclinazioni per quindici minuti ha raggiunto un gran obiettivo. Per questo sarebbe considerato un vero Sufi. Il sufismo è il potere di preservare il cuore da cattivi pensieri e proteggerlo da basse inclinazioni. Chiunque raggiunga questi due obiettivi conoscerà il proprio cuore e chiunque conoscerà il suo cuore conoscerà il suo Signore. Il Santo Profeta (s.A.'a.s.) ha detto, "Chiunque conosce se stesso conosce il suo Signore".
Uno shaikh Sufi ha detto: "Dal momento che ho preservato il mio cuore per dieci notti, il mio cuore ha preservato me per vent'anni."
Abu Bakr al-Qattani disse: "Io ero la guardia alla porta del mio cuore per 40 anni, e non ho mai aperto per nessuno eccetto Allah, Onnipotente e Glorificato, fino al punto in cui il mio cuore non conosceva nessun altro eccetto che Lui, Onnipotente e Glorificato."
Abul Hassan al-Kharqani disse: “Sono passati 40 anni in cui Allah ha guardato costantemente nel mio cuore e non ha visto altri che Se Stesso. E non c'è posto nel mio cuore per altri che Allah."




8) Raccoglimento ("Yada Dasht")




Significa che colui che recita lo Dhikr salvaguarda il suo cuore con negazione e affermazione in ogni respiro senza lasciare la Presenza Divina. Ciò richiede che il cercatore mantenga il proprio cuore nella Presenza Divina di Allah continuamente. Questo gli permette di realizzare e manifestare la Luce dell'Unica Essenza di Dio ( 'anwar adh-dhat al-Ahadiyya' ). Egli quindi scaccia via tre delle quattro differenti forme di pensiero: i pensieri egoistici, i pensieri malvagi, e i pensieri angelici, mantenendo e confermando soltanto la quarta forma di pensiero, cioè quella haqqani o dei pensieri veritieri. Ciò condurrà il cercatore al più alto stato di perfezione, eliminando ogni sua immaginazione e abbracciando soltanto la Realtà che è Unità con Dio, 'Azza wa Jall'.




9) Consapevolezza del Tempo ("Wuquf Zamani")




Significa osservare la propria presenza ed esaminare la propria tendenza alla distrazione. Il cercatore deve sapere quanto tempo ha trascorso muovendosi verso la maturità spirituale e deve riconoscere in che posto è arrivato nel suo viaggio verso la Divina Presenza.
Il cercatore deve fare progressi con tutti i suoi sforzi. Deve spendere tutto il suo tempo nel rendere come unico suo scopo l'arrivo alla stazione dell'Amore Divino e della Presenza Divina. Egli deve diventare consapevole che in tutti i suoi sforzi e in tutte le sue azioni Dio è il Testimone di ogni minimo dettaglio.
Il cercatore deve mantenere il conto delle sue azioni e intenzioni ogni giorno e ogni notte ed analizzare le sue azioni ogni ora, ogni minuto ed ogni momento. Se sono buone, ringrazia Dio per questo. Se sono cattive, egli si pente e chiede il perdono di Allah.
Ya'qub al-Charki riporta che il suo maestro, Ala'uddin al-Attar disse: "Nello stato di depressione devi recitare istighfar (chiedere perdono) fino all'eccesso, e in stato di euforia lodare invece Allah fino all'eccesso." E poi disse: "Prendere in considerazione questi due stati, contrazione ed espansione, è il significato di wuquf zamani ."
Shah Naqshband (Q.s.) spiegò questo stato dicendo, "Devi essere consapevole di te stesso. Se stavi seguendo la shari'a allora ringrazia Allah, altrimenti chiedi perdono."
Ciò che è importante per il cercatore in questo stato è di mantenere al sicuro il più piccolo periodo di tempo. Egli deve montare la guardia su se stesso e giudicare se era in Presenza Divina o se in presenza del suo ego, in ogni momento della sua vita.
Shah Naqshband (Q.s.) disse: "Devi valutare come trascorri ogni istante: con Presenza o in Negligenza."




10) Consapevolezza dei Numeri ("Wuquf 'adadi")




Questo significa che il cercatore che sta recitando lo dhikr deve osservare il numero esatto di ripetizioni che portano allo silenzioso dhikr del cuore. Tenere il conto dello dhikr non è tanto per il conto in sé, ma piuttosto ai fine di proteggere il cuore da cattivi pensieri. Inoltre, causa una concentrazione maggiore nello sforzo di raggiungere il più rapidamente possibile il numero di ripetizioni prescritte dallo shaikh.
Il pilastro dello dhikr contato è di portare il cuore alla presenza dell'Uno che è menzionato in quello dhikr. Contare, uno alla volta, porta l'attenzione alla realizzazione che ognuno ha bisogno di quell'Uno i cui Segni sono evidenti in ogni creazione.
Shah Naqshband (Q.s.) disse: "L'osservanza dei numeri nello dhikr è il primo passo verso lo stato di acquisizione di Conoscenza Celeste ( ilm ul-ladunni )". Questo significa che contare porta ciascuno a riconoscere che soltanto l'Uno è necessario per la vita. Tutte le equazioni matematiche hanno bisogno del numero Uno. Tutta la creazione ha bisogno dell'unico Uno.




11) Consapevolezza del Cuore ("Wuquf Qalbi")




Ciò significa dirigere il cuore del cercatore verso la Divina Presenza, laddove non vedrà altro che il suo Amato. Significa sperimentare la Sua Manifestazione in tutti gli stati. Ubaidullah al-Ahrar disse: "Lo stato di Consapevolezza del Cuore è lo stato di essere presente alla Divina Presenza in una tal maniera che non puoi guardare nessun altro che Lui."
In un tale stato uno concentra il posto dello Dhikr dentro il cuore, perché questo è il centro del potere. Tutti i pensieri ed ispirazioni, buoni e cattivi, sono percepiti e appaiono uno dopo l'altro, rincorrendosi e alternandosi, muovendosi tra luce e buio, in constante rivoluzione, proprio dentro al cuore. Lo Dhikr è necessario per controllare e ridurre questa turbolenza del cuore.
Pubblicato su. www.sufi.it

venerdì 3 luglio 2009

FALLISCE LA "RIVOLUZIONE COLORATA" IN IRAN


La tecnica dei colpi di Stato dal basso. Fallisce in Iran la « rivoluzione colorata »di Thierry Meyssan*



La « rivoluzione verde » di Teheran è l’ultimo avatar delle « rivoluzioni colorate » che hanno permesso agli Stati Uniti d’imporre in parecchi paesi dei governi al loro soldo senza dover ricorrere alla forza. Thierry Meyssan, che ha consigliato due governi di fronte a queste crisi, analizza questo metodo e le ragioni del suo fallimento in Iran.24 giugno 2009.





Le « rivoluzioni colorate » stanno alle rivoluzioni come il Canada Dry sta alla birra. Vi assomigliano ma non ne hanno il sapore. Sono dei cambi di regime che hanno l’apparenza di una rivoluzione, in quanto mobilitano vasti settori del Popolo, ma rientrano nel colpo di Stato in quanto non mirano a cambiare le strutture sociali, ma a sostituire un’élite ad un’altra per condurre una politica economica ed estera filo-USA. La « rivoluzione verde » di Teheran ne è l’ultimo esempio. Origine del concetto.Questo concetto compare negli anni 90, ma trova le sue origini nei dibattiti USA degli anni 70-80. Dopo le rivelazioni a catena sui colpi di Stato fomentati dalla CIA nel mondo e dopo che le commissioni parlamentari Church e Rockefeller [1] hanno ampiamente vuotato il sacco, l’ammiraglio Stansfield Turner viene incaricato dal presidente Carter di ripulire l’agenzia e di far cessare ogni sostegno alle « dittature fatte in casa ». Furenti, i social-democratici statunitensi (SD/USA) lasciano il Partito democratico e raggiungono Ronald Reagan. Si tratta di brillanti intellettuali trotzkisti [2], spesso legati alla rivista Commentary. Quando Reagan viene eletto, affida loro il compito di continuare l’ingerenza USA, ma con altri metodi. È così che essi creano, nel 1982, la National Endowment for Democracy (NED) [3] e, nel 1984, l’United States Institute for Peace (USIP). Le due strutture sono organicamente collegate: alcuni amministratori della NED siedono nel consiglio di amministrazione dell’USIP e viceversa. Giuridicamente, la NED è un’associazione non a scopo di lucro, di diritto USA, finanziata da una sovvenzione annuale votata dal Congresso all’interno di un budget del dipartimento di Stato. Per condurre le sue azioni, essa le fa co-finanziare dall’US Agency for International Development (USAID), anch’essa legata al dipartimento di Stato. In pratica, questa struttura giuridica non è che un paravento utilizzato congiuntamente dalla statunitense CIA, dal britannico MI6 e dall’australiano’ASIS (e, occasionalmente, dai servizi canadesi e neozelandesi). La NED si presenta come un organo di « promozione della democrazia ». Essa interviene sia direttamente, cioè attraverso uno dei suoi quattro tentacoli : uno destinato a corrompere i sindacati, un secondo incaricato di corrompere gli imprenditori, un terzo per i partiti di sinistra ed un quarto per quelli di destra ; sia, ancora, con l’intermediazione di fondazioni amiche, come la Westminster Foundation for Democracy (Regno Unito), l’International Center for Human Rights and Democratic Development (Canada), la Fondation Jean-Jaurès e la Fondation Robert-Schuman (Francia), l’International Liberal Center (Svezoa), l’Alfred Mozer Foundation (Paesi Bassi), la Friedrich Ebert Stiftung, la Friedrich Naunmann Stiftung, la Hans Seidal Stiftung e la Heinrich Boell Stiftung (Germania). La NED rivendica di aver così corrotto nel mondo più di 6 000 organizzazioni in una trentina d’anni. Tutto ciò, beninteso, mascherato sotto l’apparenza di programmi di formazione o di assistenza. Per quanto riguarda l’USIP, si tratta di un’istituzione nazionale statunitense. È sovvenzionato annualmente dal Congresso nel budget del dipartimento della Difesa. A differenza della NED, che serve da copertura ai servizi dei tre Stati alleati, l’USIP è esclusivamente statunitense. Sotto la copertura della ricerca in scienze politiche, può stipendiare delle personalità politiche straniere. Da quando dispone di risorse, l’USIP finanzia una nuova e discreta struttura, l’Albert Einstein Institution [4]. Questa piccola associazione di promozione della non violenza è inizialmente incaricata di ideare una forma di difesa civile per le popolazioni dell’Europa occidentale in caso di invasione del Patto di Varsavia. Essa prende rapidamente autonomia e modella le condizioni per cui un potere statuale di qualsiasi natura possa perdere la sua autorità e crollare. Primi tentativi. Il primo tentativo di « rivoluzione colorata » fallisce nel 1989. Si tratta di rovesciare Deng Xiaoping appoggiandosi su uno dei suoi vicini collaboratori, il segretario generale del Partito comunista cinese Zhao Ziyang, in modo da aprire il mercato cinese agli investitori statunitensi e da far entrare la Cina nell’orbita USA. I giovani sostenitori di Zhao invadono piazza Tienanmen [5]. Dai media occidentali sono presentati come degli studenti apolitici che si battono per la libertà contro l’ala tradizionale del Partito, mentre si tratta di una dissidenza tra nazionalisti e pro-USA all’interno della corrente di Deng. Dopo aver a lungo resistito alle provocazioni, Deng décide di concludere con la forza. Secondo le fonti, la repressione fa tra i 300 e i 1.000 morti. Vent’anni dopo, la versione occidentale di questo mancato colpo di Stato non è cambiata. I media occidentali che recentemente hanno parlato del suo anniversario presentandolo come una « rivolta popolare » si sono stupiti che i Pechinesi non abbiamo mantenuto il ricordo dell’avvenimento. Il fatto è che una lotta interna al Partito non ha niente di «popolare». Essi non si sono sentiti coinvolti. La prima « rivoluzione colorata » ha successo nel 1990. Mentre l’Unione Sovietica è in via di dissolvimento, il segretario di Stato James Baker si reca in Bulgaria per partecipare alla campagna elettorale del partito pro-USA, abbondantemente finanziato dalla NED [6]. Tuttavia, malgrado le pressioni del Regno Unito, i Bulgari, impauriti dalle conseguenze sociali del passaggio dell’URSS all’economia di mercato, commettono l’imperdonabile errore di eleggere al Parlamento una maggioranza di post-comunisti. Mentre gli osservatori della Comunità europea certificano la validità dello scrutinio, l’opposizione filo-USA urla alla frode elettorale e scende in piazza. Installa un accampamento nel centro di Sofia e fa piombare il paese nel caos per sei mesi, finché il Parlamento elegge come presidente il filo-USA Zhelyu Zhelev.La « democrazia » : vendere il proprio paese ad interessi stranieri all’insaputa della sua popolazione. Da allora, Washington non cessa di organizzare, un po’ ovunque nel mondo, cambi di regime attraverso l’agitazione di piazza anziché per mezzo di giunte militari. Quello che importa è mettere in luce le implicazioni. Al di là del discorso lenitivo sulla « promozione della democrazia », l’azione di Washington mira all’imposizione di regimi che le aprano senza condizioni i mercati interni e che si allineino sulla sua politica estera. Ora, se questi obiettivi sono conosciuti dai dirigenti delle « rivoluzioni colorate », essi non sono mai discussi ed accettati dai manifestanti che essi mobilitano. E, nel caso in cui questi colpi di Stato riescano, i cittadini non tardano a rivoltarsi contro le nuove politiche che vengono loro imposte, anche se è troppo tardi per tornare indietro. Del resto, come si può considerare « democratiche » delle opposizioni che, per prendere il potere, vendono il loro paese ad interessi stranieri all’insaputa della loro popolazione ?Nel 2005, l’opposizione kirghisa contesta il risultato delle elezioni legislative e conduce a Bishkek dei manifestanti dal Sud del paese. Essi depongono il presidente Askar Akaïev. E’ la « rivoluzione dei tulipani ». L’Assemblea nazionale elegge come presidente il filo-USA Kurmanbek Bakiev. Non riuscendo a controllare i suoi sostenitori che saccheggiano la capitale, egli dichiara di aver cacciato il dittatore e finge di voler creare un governo di unione nazionale. Fa uscire di prigione il generale Felix Kulov, ex sindaco di Bishkek, e lo nomina ministro dell’Interno, poi Primo ministro. Quando la situazione è stabilizzata, Bakaiev si sbarazza di Kulov e vende, senza possibilità di una contro-offerta e con successivi accordi sottobanco, le poche risorse del paese a delle società USA ed installa una base militare USA a Manas. Il livello di vita della popolazione non è mai stato così basso. Felix Kulov propone di risollevare il paese federandolo, come nel passato, alla Russia. Non ci mette molto a tornare in prigione. Un male per un bene ?Nel caso di Stati sottoposti a regimi repressivi, talvolta si obietta che se tali « rivoluzioni colorate » apportano solo una democrazia di facciata, in ogni caso esse procurano un miglioramento alle popolazioni. Ora, l’esperienza mostra che niente è meno sicuro. I nuovi regimi possono rivelarsi più repressivi dei vecchi. Nel 2003, Washington, Londra e Parigi [7] organizzano la « rivoluzione delle rose » in Georgia [8]. Secondo uno schema classico, l’opposizione denuncia dei brogli elettorali alle elezioni legislative e scende in piazza. I manifestanti costringono alla fuga il presidente Eduard Shevardnadze e prendono il potere. Il suo successore Mikhail Saakashvili apre il paese agli interessi economici USA e rompe con il vicino russo. L’aiuto economico promesso da Washington per sostituirsi all’aiuto russo non arriva. La già compromessa economia crolla. Per continuare ad accontentare i suoi mandanti, Saakashvili deve imporre una dittatura [9]. Chiude dei media e riempie le prigioni, il che non impedisce per niente alla stampa occidentale di continuare a presentarlo come « democratico ». Condannato alla fuga in avanti, Saakashvili decide di rifarsi una popolarità gettandosi in un’avventura militare. Con l’aiuto dell’amministrazione Bush e di Israele, al quale ha affittato delle basi aeree, bombarda la popolazione dell’Ossezia del Sud facendo 1.600 morti, la maggior parte dei quali ha anche la nazionalità russa. Mosca risponde. I consiglieri statunitensi ed israeliani se la svignano [10]. La Georgia viene devastata. Basta ! Il meccanismo principale delle « rivoluzioni colorate » consiste nel focalizzare il malcontento popolare sul bersaglio che si vuole abbattere. Si tratta di un fenomeno di psicologia delle masse che spazza via tutto al suo passaggio ed al quale nessun ostacolo ragionevole può essere opposto. Il capro espiatorio è accusato di tutti i mali che affliggono il paese da almeno una generazione. Più egli resiste, più cresce la collera della folla. Quando egli cede oppure scappa, la popolazione ritorna in sé, ricompare un divario ragionevole tra i suoi sostenitori ed i suoi oppositori. Nel 2005, nelle ore successive all’assassinio dell’ex Primo ministro Rafik Hariri, in Libano si diffonde la voce che sia stato ucciso dai « Siriani ». L’esercito siriano, che — in virtù dell’Accordo di Taëf — mantiene l’ordine dopo la fine della guerra civile, viene dileggiato. Il presidente siriano Bashar el-Assad è personalmente messo in causa dalle autorità statunitensi, cosa che per l’opinione pubblica vale come una prova. A chi fa osservare che — malgrado momenti tempestosi — Rafik Hariri è sempre stato utile alla Siria e che la sua morte priva Damasco di un collaboratore essenziale, si ribatte che il « regime siriano » è di per sé così malvagio da non potersi impedire di uccidere anche i suoi amici. I Libanesi reclamano a gran voce uno sbarco dei GI’s per cacciare i Siriani. Ma, tra la sorpresa generale, Bashar el-Assad, considerando che il suo esercito non è più il benvenuto in Libano mentre il suo spiegamento gli costa caro, ritira i suoi uomini. Vengono organizzate delle elezioni legislative che vedono il trionfo della coalizione « anti-siriana ». E’ la « rivoluzione del cedro ». Quando la situazione si stabilizza, ognuno si rende conto che, se dei generali siriani per il passato hanno depredato il paese, la partenza dell’esercito siriano non cambia niente economicamente. Soprattutto, il paese è in pericolo, non ha più i mezzi per difendersi contro l’espansionismo del vicino israeliano. Il principale leader « anti-siriano », il generale Michel Aun, si ravvede e passa all’opposizione. Furibonda, Washington moltiplica i progetti per assassinarlo. Michel Aun si allea a Hezbollah attorno ad una piattaforma patriottica. È tempo : Israele attacca.In tutti i casi, Washington prepara in anticipo il governo « democratico », il che conferma che si tratta di un colpo di Stato mascherato. La composizione della nuova squadra è mantenuta il più possibile segreta. Ecco perché la designazione del capro espiatorio si fa senza mai ventilare alternative politiche. In Serbia, i giovani « rivoluzionari » filo-USA scelgono un logo appartenente all’immaginario comunista (il pugno alzato) per mascherare la loro subordinazione agli Stati Uniti. Prendono come slogan « E’ finito ! », federando così il malcontento contro la persona di Slobodan Milosevic che rendono responsabile dei bombardamenti del paese eppure effettuati dalla NATO. Questo modello viene riproposto più volte, ad esempio dal gruppo Pora ! in Ucraina, o Zubr in Bielorussia. Una non violenza di facciata. Le comunicazioni del dipartimento di Stato sono attente all’immagine non-violenta delle «rivoluzioni colorate». Tutte mettono in primo piano le teorie di Gene Sharp, fondatore dell’Albert Einstein Institution. Ora, la non-violenza è un metodo di lotta destinato a convincere il potere a cambiare politica. Affinché una minoranza si impadronisca del potere e lo eserciti, c’è sempre bisogno, in un momento o in un altro, che essa utilizzi la violenza. E tutte le « rivoluzioni colorate » l’hanno fatto. .Nel 2000, mentre manca ancora un anno allo scadere del mandato del presidente Slobodan Milosevic, egli convoca delle elezioni anticipate. Egli stesso ed il suo principale oppositore, Vojislav Koštunica, si ritrovano in ballottaggio. Senza attendere il secondo turno dello scrutinio, l’opposizione grida alla frode e scende in piazza. Migliaia di manifestanti, tra cui i minatori di Kolubara, affluiscono verso la capitale. Le loro giornate di lavoro sono pagate indirettamente dalla NED, senza che essi siano consapevoli di essere remunerati dagli Stati Uniti. Essendo insufficiente la pressione della manifestazione, i minatori attaccano degli edifici pubblici con dei bulldozers che hanno portato con sé: da qui il nome « rivoluzione dei bulldozer ». Nel caso in cui la tensione si prolunghi all’infinito e si organizzino delle contro-manifestazioni, l’unica soluzione per Washington è precipitare il paese nel caos. Vengono allora appostati in entrambe i campi degli agenti provocatori che sparano sulla folla. Ciascuna delle parti può constatare che quelli di fronte hanno sparato mentre avanzava pacificamente. Lo scontro diventa generale. Nel 2002, la borghesia di Caracas scende in piazza per schernire la politica sociale del presidente Hugo Chavez [11]. Con abili montaggi, le televisioni private danno l’impressione di una marea umana. Sono 50,000 secondo gli osservatori, 1 milione secondo la stampa e il dipartimento di Stato. Avviene allora l’incidente del ponte Llaguno. Le televisioni mostrano chiaramente dei filo-chavisti armati che sparano sulla folla. In una conferenza stampa, il generale della Guardia nazionale e viceministro della sicurezza interna conferma che le « milizie chaviste » hanno sparato sul popolo facendo 19 morti. Dà le dimissioni e fa appello per il rovesciamento della dittatura. Il presidente non tarda ad essere arrestato da militari insorti. Ma il Popolo scende a milioni nella capitale e ristabilisce l’ordine costituzionale. Una successiva inchiesta giornalistica ricostruisce nei dettagli la strage del ponte Llaguno. Essa metterà in evidenza un montaggio delle immagini fasullo, il cui ordine cronologico è stato falsificato come attestano i quadranti degli orologi dei protagonisti. In realtà, sono i chavisti ad essere aggrediti e, dopo essere ripiegati, hanno tentato di sganciarsi usando armi da fuoco. Gli agenti provocatori erano dei poliziotti locali formati da un’agenzia USA [12].Nel 2006, la NED riorganizza l’opposizione al presidente kenyano Mwai Kibaki. Finanzia la creazione del Partito arancione di Raila Odinga. Questi riceve il sostegno del senatore Barack Obama, accompagnato da specialisti della destabilizzazione (Mark Lippert, attuale capo di gabinetto del consigliere di sicurezza nazionale, e il generale Jonathan S. Gration, attuale inviato speciale del presidente USA per il Sudan). Partecipando ad un meeting di Odinga, il senatore dell’Illinois s’inventa un vago legame di parentela con il candidato pro-USA. Tuttavia, Odinga perde le elezioni legislative del 2007. Sostenuto dal senatore John McCain nella sua qualità di presidente dell’IRI (lo pseudopodio repubblicano della NED), egli contesta la validità dello scrutinio e chiama i suoi sostenitori a scendere in piazza. . È allora che messaggi anonimi SMS sono diffusi in massa agli elettori dell’etnia Luo. «Cari Kenyani, i Kikuyu hanno rubato il futuro dei nostri bambini…dobbiamo trattarli nel solo modo che essi comprendono… la violenza ». Il paese, sia pure uno dei più stabili dell’Africa, improvvisamente s’infiamma. Dopo giorni di sommosse, il presidente Kibaki è costretto ad accettare la mediazione di Madeleine Albright nella sua qualità di presidente del NDI (lo pseudopodio democratico della NED). Viene creato un posto di Primo ministro che va ad Odinga. Dal momento che gli SMS d’odio non sono stati inviati da installazioni kenyane, ci domandiamo quale potenza straniera abbia potuto spedirli. La mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale. Nel corso degli ultimi anni, Washington ha avuto modo di lanciare delle « rivoluzioni colorate » convinta che esse avrebbero fallito la presa del potere, ma permesso di manipolare l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Nel 2007, numerosi Birmani insorgono contro l’aumento dei prezzi della benzina per uso domestico. Le manifestazioni degenerano. I monaci buddhisti prendono la testa della contestazione. È la « rivoluzione zafferano » [13]. In realtà, a Washington non interessa il regime di Rangoon ; le interessa invece strumentalizzare il Popolo birmano per far pressione sulla Cina che in Birmania ha interessi strategici (oleodotti e basi militari di ascolto elettronico). Per questo, l’importante è mettere in scena la realtà. Immagini prese da telefoni portatili appaiono su YouTube. Esse sono anonime, non verificabili e fuori contesto. È precisamente la loro apparente spontaneità a dare loro autorità. La Casa Bianca può imporre la sua interpretazione dei video. Più recentemente, nel 2008, manifestazioni studentesche paralizzano la Grecia in seguito all’uccisione di un ragazzo di 15 anni da parte di un poliziotto. Rapidamente, fanno la loro comparsa dei teppisti. Sono stati reclutati nel vicino Kosovo e trasportati in autobus. I centri cittadini sono saccheggiati. Washington cerca di far fuggire i capitali verso altri lidi e di riservarsi il monopolio degli investimenti nei terminali del gas in costruzione. Una campagna di stampa farà dunque passare l’asfittico governo Karamanlis per quello dei colonnelli. Facebook e Twittter sono utilizzati per mobilitare la diaspora greca. Le manifestazioni si estendono ad Istanbul, Nicosia, Dublino, Londra, Amsterdam, L’Aja, Copenhagen, Francoforte, Parigi, Roma, Madrid, Barcellona, etc.La rivoluzione verde.L’operazione condotta nel 2009 in Iran s’inscrive in questa lunga lista di pseudo rivoluzioni. In primo luogo, il Congresso vota nel 2007 uno stanziamento di 400 milioni di dollari per « cambiare il regime » in Iran. Questo si aggiunge ai budget ad hoc della NED, dell’USAID, della CIA e tutti quanti. Si ignora come sia utilizzato questo denaro, ma ne sono destinatari tre gruppi principali : la famiglia Rafsanjani, la famiglia Pahlevi e i Mujahidin del popolo. L’amministrazione Bush prende la decisione di sponsorizzare una « rivoluzione colorata » in Iran dopo aver confermato la decisione dello stato maggiore di non attaccare militarmente il paese. Questa scelta è convalidata dall’amministrazione Obama. Per difetto, si riapre dunque il dossier di « rivoluzione colorata », preparato nel 2002 con Israele all’interno dell’American Enterprise Institute. All’epoca, avevo pubblicato un articolo su questo dispositivo [14]. Basta rileggerlo per identificare gli attuali protagonisti : è stato poco modificato. Era stata aggiunta una parte libanese che prevede una sommossa a Beyruth in caso di vittoria della coalizione patriottica (Hezbollah, Aun) alle elezioni legislative, ma è stata annullata. Lo scenario prevede un massiccio sostegno al candidato scelto dall’ayatollah Rafsanjani, la contestazione dei risultati dell’elezione presidenziale, attentati a 360 gradi, la deposizione del presidente Ahmadinejad e della guida suprema l’ayatollah Khamenei, l’instaurazione di un governo di transizione diretto da Musavi, poi la restaurazione della monarchia e l’installazione di un governo diretto da Sohrab Sobhani.Come ideato nel 2002, l’operazione ha come supervisori Morris Amitay e Michael Ledeen. Essa mobilita in Iran le reti dell’Irangate. A questo punto, è necessario un breve richiamo storico. L’Irangate è un’illecita vendita d’armi : la Casa Bianca desidera fornire armi da una parte ai Contras nicaraguensi (perché lottassero contro i sandinisti) e dall’altra parte all’Iran (per far durare la guerra Iran-Iraq fino allo sfinimento), ma ne è interdetta dal Congresso. Allora gli Israeliani propongono di subappaltare contemporaneamente le due operazioni. Ledeen, che ha la doppia nazionalità statunitense ed israeliana, serve da agente di collegamento a Washington, mentre Mahmud Rafsanjani ( fratello dell’ayatollah) è il suo corrispondente a Teheran. Il tutto sullo sfondo di corruzione generalizzata. Quando negli Stati Uniti scoppia lo scandalo, nasce una commissione d’inchiesta indipendente diretta dal senatore Tower e dal generale Brent Scowcroft (mentore di Robert Gates). Michael Ledeen è uno che la sa lunga sulle operazioni segrete. Lo si trova a Roma in occasione dell’assassinio di Aldo Moro, lo si ritrova nell’invenzione della pista bulgara nella circostanza del tentato assassinio di Giovanni Paolo II o, più recentemente, nell’invenzione delle fornitura a Saddam Hussein di uranio dal Niger. Oggi lavora all’American Enterprise Institute [15] (a fianco di Richard Perle e di Paul Wolfowitz) e alla Foundation for the Defense of Democracies [16]. Morris Amitay è ex direttore dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Oggi, è vicepresidente del Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e direttore di uno studio di consulenza per grandi ditte d’armamento. Il 27 aprile scorso, Morris e Ledeen organizzano un seminario sull’Iran all’American Enterprise Institute a proposito delle elezioni iraniane, attorno al senatore Joseph Lieberman. Il 15 maggio scorso, nuovo seminario. La parte pubblica consiste in una tavola rotonda animata dall’ambasciatore John Bolton sulla « grande contrattazione » : accetterebbe Mosca di lasciar cadere Teheran in cambio della rinuncia di Washington allo scudo antimissili in Europa centrale ? L’esperto francese Bernard Hourcade partecipa a questi scambi di vedute. Contemporaneamente, l’Istituto lancia un sito internet destinato alla stampa nella crisi a venire : IranTracker.org. il sito comprende una rubrica sulle elezioni libanesi. In Iran, è compito dell’ayatollah Rafsanjani rovesciare il suo vecchio rivale, l’ayatollah Khamenei. Proveniente da una famiglia di agricoltori, Hashemi Rafsanjani ha fatto fortuna sotto lo Scià con la speculazione immobiliare. È divenuto il principale grossista di pistacchi del paese e ha arrotondato la sua fortuna durante l’Irangate. I suoi averi sono valutati in parecchi miliardi di dollari. Divenuto l’uomo più ricco d’Iran, è stato successivamente presidente del parlamento, presidente della Repubblica e, oggi, è presidente del Consiglio di discernimento (istituzione di arbitraggio tra il Parlamento e il Consiglio dei guardiani della costituzione). Egli rappresenta gli interessi del bazar, ossia dei commercianti di Teheran. Durante la campagna elettorale, Rafsanjani ha fatto promettere al suo ex avversario divenuto suo pupillo Mirhossein Musavi, di privatizzare il settore del petrolio. Senza alcuna connessione con Rafsanjani, Washington si rivolge ai Mujahidin del popolo [17]. Questa organizzazione protetta dal Pentagono è considerata terroristica dal dipartimento di Stato e lo è stata dall’Unione Europea. In effetti, negli anni 80, essa ha effettuato operazioni terribili, tra cui un mega-attentato costato la vita all’ayatollah Beheshti nonché a quattro ministri, sei ministri aggiunti e ad un quarto del gruppo parlamentare del Partito della repubblica islamica. L’organizzazione è comandata da Massud Rajavi, che aveva sposa in prime nozze la figlia del presidente Bani Sadr e poi, in seconde nozze, la crudele Myriam. La sua sede è installata nella regione persiana e le sue basi militari in Iraq, dapprima sotto la protezione di Saddam Husein poi, oggi, sotto quella del dipartimento della Difesa. Sono i Mujahidin che assicurano la logistica degli attentati dinamitardi durante la campagna elettorale [18]. Spetta a loro provocare scontri tra militanti pro ed contro Ahmadinejad, cosa che probabilmente fanno. Nel caso in cui subentri il caos, la Guida suprema può essere rovesciata. Un governo di transizione, diretto da Mirhussein Musavi privatizzerebbe il settore del petrolio e ristabilirebbe la monarchia. Il figlio dell’ex Scià, Reza Ciro Pahlavi, verrebbe rimesso sul trono e designerebbe come Primo ministro Sohrab Sobhani. In questa prospettiva, Reza Pahlavi pubblica in febbraio un libro di conversazioni con il giornalista francese Michel Taubmann. Questi è direttore dell’ufficio d’informazione parigino d’Arte e presiede il Cercle de l’Observatoire, il club dei neoconservatori francesi. Ricordiamoci che Washington aveva previsto il ripristino della monarchia anche in Afghanistan. Mohammed Zaher Scià doveva riprendere il suo trono a Kabul e Hamid Karzai doveva essere il suo Primo ministro. Malauguratamente, a 88 anni, il pretendente era divenuto troppo vecchio. Karzai è dunque divenuto lui presidente della Repubblica. Come Karzai, Sobhani è anche cittadino statunitense. Come lui, lavora nel settore petrolifero del Caspio. Dal lato propaganda, il dispositivo iniziale è affidato allo studio Benador Associates. Ma esso si è evoluto sotto l’influenza dell’assistente del segretario di Stato per l’Istruzione e la Cultura, Goli Ameri. Questa iraniana statunitense è una vecchia collaboratrice di John Bolton. Specialista dei nuovi media, ha realizzato dei programmi di equipaggiamento e di formazione ad internet per gli amici di Rafsanjani. Ha inoltre elaborato radio e televisioni in lingua farsi per la propaganda del dipartimento di Stato e in coordinamento con la britannica BBC.La destabilizzazione dell’Iran è fallita perché la molla principale delle «rivoluzioni colorate» non è stata attivata correttamente. Mir Hussein Musavi non è arrivato a cristallizzare i malcontenti sulla persona di Mahmud Ahmadinejad. Il Popolo iraniano non si è ingannato. Non ha reso il presidente uscente responsabile delle conseguenze delle sanzioni economiche statunitensi sul paese. Per questo, la contestazione si è limitata alla borghesia dei quartieri nord di Teheran. Il potere si è astenuto dall’opporre dei manifestanti gli uni contro gli altri e ha lasciato che i complottisti si scoprissero. Tuttavia, bisogna ammettere che l’intossicazione dei media occidentali ha funzionato. L’opinione pubblica estera ha creduto realmente che due milioni di Iraniani fossero scesi in piazza, quando il numero reale è inferiore di almeno dieci volte. Il fatto che i corrispondenti della stampa rimanessero nelle loro sedi ha facilitato tali esagerazioni dispensandoli dal fornire le prove delle loro accuse. Avendo rinunciato alla guerra e fallito nel rovesciare il regime, quale carta resta nelle mani di Barack Obama ?
* Analista politico, fondatore del Réseau Voltaire. Ultima opera pubblicata : L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient et la guerre israélienne contre le Liban).

[1] I molteplici rapporti e documenti pubblicati da queste commissioni sono disponibili in linea sul sito The Assassination Archives and Research Center. I principali estratti dei rapporti sono stati tradotti in francese sotto il titolo Les Complots de la CIA, manipulations et assassinats, Stock, 1976, 608 pp.
[2] « Les New York Intellectuals et l’invention du néo-conservatisme », di Denis Boneau, Réseau Voltaire, 26 novembre 2004.
[3] « La NED, nébuleuse de l’ingérence démocratique », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 22 gennaio 2004.
[4] « L’Albert Einstein Institution : la non-violence version CIA », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 gennaio 2005.
[5] « Tienanmen, 20 ans après », del professor Domenico Losurdo, Réseau Voltaire, 9 giugno 2009.
[6] All’epoca, la NED si appoggia in Europa orientale sulla Free Congress Foundation (FCF), animata da repubblicani. In seguito, questa organizzazione scompare e cede il posto alla Soros Foundation, animata da democratici, con la quale la NED fomenta nuovi «cambi di regime».
[7] Preoccupato di distendere le relazioni franco-statunitensi dopo la crisi irachena, il presidente Jacques Chirac tenta di riavvicinarsi all’amministrazione Bush sulle spalle dei Georgiani, tanto più che la Francia ha interessi economici in Georgia. Salomé Zourabichvili, n°2 dei servizi segreti francesi, è nominato ambasciatore a Tbilissi, poi cambia nazionalità e diventa ministro degli Esteri della « rivoluzione delle rose ».
[8] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 gennaio 2004.
[9] « Géorgie : Saakachvili jette son opposition en prison » e « Manifestations à Tbilissi contre la dictature des roses », Réseau Voltaire, 12 settembre 2006 e 30 settembre 2007.
[10] L’amministrazione Bush spera che quel conflitto faccia da diversione. Simultaneamente, i bombardieri israeliani devono decollare dalla Georgia per colpire il vicino Iran. Ma ancor prima di attaccare le installazioni militari georgiane, la Russia bombarda gli aeroporti affittati ad Israele e inchioda al suolo i suoi aerei.
[11] « Opération manquée au Venezuela », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 maggio 2002.
[12] Llaguno Bridge. Keys to a Massacre. Documentario d’Angel Palacios, Panafilms 2005.
[13] « Birmanie : la sollicitude intéressée des États-Unis », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.
[14] « Les bonnes raisons d’intervenir en Iran », di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 12 febbraio 2004.
[15] « L’Institut américain de l’entreprise à la Maison-Blanche », Réseau Voltaire, 21 giugno 2004.
[16] « Les trucages de la Foundation for the Defense of Democracies », Réseau Voltaire, 2 febbraio 2005.
[17] « Les Moudjahidin perdus », di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 17 febbraio 2004.
[18] « Le Jundallah revendique des actions armées aux côtés des Moudjahidines du Peuple », Réseau Voltaire, 13 giugno 2009.Voltaire, édition internationale.

Traduzione dal francese eseguita da Belgicus .
Pubblicato sulla Rivista geopolitica "Eurasia".

venerdì 26 giugno 2009

IL FIGLIO DELLO SCIÀ DELL'IRAN



Il figlio dello Scià dell'Iran Mohammad-Reza Pahlavi, espulso nel 1979, esorta Israele a sostenere i disordini post-elettorali in Iran, per far cadere il governo di Teheran.
PressTV 24 giugno 2009


Reza Pahlavi Maariv ha detto che Israele dovrebbe sostenere i recenti scontri in Iran dopo la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad a presidente del paese. La stessa esistenza del governo attuale dell’Iran potrebbe portare a un olocausto nucleare, ha detto l'ex principe ereditario, ma ha messo in guardia nei confronti di un attacco israeliano sul paese. Con l'accusa che l'Iran rappresenta una 'minaccia esistenziale' per Israele, Tel Aviv, l'unico possessore di testate nucleari in Medio Oriente, ha ripetutamente minacciato Teheran di un attacco militare al suo programma nucleare. Reza Pahlavi ha detto che qualsiasi attacco militare contro Teheran potrebbe spingere gli iraniani a stare dalla parte del governo, invece, e quindi manderebbe in frantumi le speranze di ogni ripresa dei legami tra Iran e Israele.Iran e Israele avevano stretti legami prima della rivoluzione islamica del 1979, che ha rovesciato la monarchia sostenuta dagli USA. I due tagliarono tutti i rapporti, in seguito alla rivoluzione, con l'Iran che rifiuta di riconoscere Israele come stato.I moti post-elettorale sono stati innescati dopo che il Ministro degli Interni ha dichiarato Mahmoud Ahmadinejad vincitore delle elezioni presidenziali. La capitale, Teheran, e altre città sono state teatro di illegali manifestazioni di protesta contro i risultati delle elezioni. Le manifestazioni hanno provocato disordini senza precedenti in Iran, nel corso degli ultimi nove giorni.La situazione tranquilla, tuttavia, è tornata a Teheran dopo che la polizia ha messo in guardia contro eventuali raduni illegali. Il Ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki e il portavoce del ministero degli Esteri Hassan Qashqavi, hanno criticato alcuni paesi occidentali per la loro ingerenza negli affari interni del paese. Funzionari iraniani hanno accusato i mass media degli Stati Uniti e della Gran Bretagna per aver provocato i recenti disordini post-elettorali in tutto il paese."Voice of America (VOA) e la British Broadcasting Corporation (BBC) sono canali statali e non privati. I loro bilanci sono ratificate dal Congresso degli Stati Uniti, così come dal Parlamento britannico. I due canali fungono da portavoce dei loro rispettivi governi", ha dichiarato Qashqavi. l’Iran dice che i due media hanno drammatizzato la situazione in Iran, fornendo una copertura degli sviluppi nel paese e provocando lo sviluppo delle violenze post-elettorali.Nel corso delle ultime settimane, gli Stati Uniti e un certo numero di paesi europei hanno espresso costernazione per gli ultimi processi politici nel paese. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia, Svizzera, Repubblica Ceca e Canada, per metterli in guardia dall’interferire negli affari interni del paese.

AR/SC/DT

Traduzione di Alessandro Lattanzio.Alessandro Lattanzio, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, è autore di Terrorismo sintentico, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2007, e di Dominio globale, Fuoco edizioni, Roma 2009. Anima, inoltre, i seguenti siti di informazione ed analisi:http://www.aurora03.da.ruhttp://www.bollettinoaurora.da.ru


Pubblicato su Eurasia, Rivista geopolitica.

CRISI IRANIANA


Le manifestazioni "pacifiche" e "non violente" hanno causato, ad oggi, l'incendio di almeno 300 banche, il danneggiamento di 300 auto e 300 proprietà pubbliche, la distruzione di 700 costruzioni, l'incendio di diversi luoghi di culto, pompe di benzina, mezzi pubblici, l'assalto a postazioni di polizia, l'uccisione di diversi civili innocenti e di un numero imprecisato di basij. Il Governo ha quantificato i danni provocati dai "manifestanti pro-democrazia", finora, pari a circa 4 milioni di euro. Degna di nota in particolare la vicenda, totalmente ignorata da tutti i mass-media democratici, di due donne, madre e figlia, uccise dai "disobbedienti civili e pacifici" all'interno di un asilo nel quale prestavano servizio lunedì 15 giugno. Le due donne erano tra le sette vittime di quella giornata di tumulti annunciate in serata dai mass-media nostrani, per le quali Mousavi aveva indetto una manifestazione di lutto il giovedì successivo. I familiari delle due innocenti vittime hanno però svolto privatamente i riti funebri, rifiutando la strumentalizzazione politica del loro dolore e denunciando anzi la responsabilità di individui che, per rivendicare i loro presunti diritti negati, hanno intrapreso vie illegali che hanno creato insicurezza e disordine nella capitale. L'indirizzo al sito della notizia, purtroppo in persiano. A ciò va aggiunto che il capo della polizia di Tehran, Azizallah Rajabzadeh, ha dichiarato che nessun poliziotto ha sparato nei giorni scorsi contro i manifestanti, perchè essi non hanno alcuna autorizzazione in tal senso, il loro compito essendo limitato a cariche che impediscano manifestazioni illegali. "Sabotatori armati" sono stati inoltre accusati di aver sparato contro civili sabato scorso, e la polizia ha identificato ed arrestato almeno un uomo armato (nei giorni scorsi diverse perquisizioni avevano portato al rinvenimento di armi ed esplosivi in casa di membri legati ad un movimento controrivoluzionario). La tv iraniana in lingua persiana (IRINN), araba (Al-Alam) e inglese (Press Tv) ha inoltre trasmesso alcune intercettazioni telefoniche e confessioni di militanti dell'organizzazione terrorista "Mojahedin-e Khalq", infiltratisi dall'Iraq e dalla Gran Bretagna per provocare disordini e tafferugli nel paese.Curiosamente l'edizione de "Il Messaggero" di oggi, a pag. 3, riproduce, senza didascalia alcuna, la fotografia di uno dei manifestanti "pro-democrazia" che imbraccia 'pacificamente' un mitra....


Hosseyn Morelli Al-Awda-Italia 23 giugno 2009

Pubblicato su Eurasia splinder.com


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