martedì 9 giugno 2009

Il Discorso di Barak Obama



Egitto. Università de Il Cairo -- 05 Giugno 2009 -- (di Barack Obama)
-- "Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso. Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.""Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.""Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze. Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.""Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.""Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.""In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.""Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.""So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.""Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.""Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo"."Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.""E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.""Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.""Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.""Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.""Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso. Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.""Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.""Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.""La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.""Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.""Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.""Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.""Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.""Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo"."Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.""E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo. L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.""La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.""Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele. Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.""D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.""Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.""Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.""I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.""È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere. Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.""Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.""Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.""L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.""Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.""Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.""Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.""Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.""Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.""Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.""La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.""Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.""Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.""Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.""La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.""Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.""È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.""Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.""Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.""Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.""Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.""So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.""Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.""Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.""Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.""Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.""Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.""I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.""So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".""Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.""È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.""Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio"."Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi."


lunedì 8 giugno 2009

Scaccia via l'ansia


Thursday, 21 May 2009
Scaccia via l'ansia!
La pigrizia e' altamente distruttiva e la maggior parte delle persone che hanno preoccupazioni e stati d'ansia sono quelle stesse persone che sono pigre e inattive. Chiacchiere e pettegolezzi sono l'unico appagamento dei bancorottieri di un lavoro significativo e valido. Applicati a qualcosa e lavora sodo. Leggi, recita il Corano, e rendi gloria al tuo Signore. Scrivi, fai visita ad amici, e trai beneficio dal tuo tempo libero. In parole povere non sprecare un singolo minuto senza far nulla di costruttivo. Se tu lo facessi, non faresti altro che fare strada nella tua vita ad ansie e preoccupazioni! Superstizione e bisbigli del demonio entreranno nella tua mente, permettendoti di diventare il campo di gioco per gli scherzetti del demonio. Non disperarti per qualcuno che dimentica o peggio nega i favori che un tempo gli hai potuto fare, il tuo unico desiderio dovrebbe essere di avere una qualche ricompensa da Dio. Fai delle cose giuste ma semplicemente e sinceramente per compiacere Dio, e non aspettarti complimenti o alcuna gratitudine da alcuno. Non prendertela troppo a cuore se fai un favore a qualcuno e questi poi si mostra irriconoscente nei tuoi confronti, non mostrando segno alcuno di apprezzamento per cio' che hai fatto. Cerca la tua ricompensa da Dio. Dio dice di uno dei suoi retti fedeli: "Appartiene inoltre agli emigrati bisognosi che sono stati scacciati dalle loro case e dai loro beni poiche' bramavano la grazia e il compiacimento di Allah, ausiliari di Allah e del Suo inviato: essi sono i sinceri"(Surah al Hashr, versetto 8)."Di''Non vi chiedo ricompensa alcuna, ma solo che, chi lo voglia, segua la via [che conduce] al suo Signore" (Surah Al-Furqan, versetto 57)."Mentre [dal fuoco] ne sara' preservato il timorato che da' dei suoi beni per purificarsi,che a nessuno avra' fatto un bene per ottenere una ricompensa, ma solo per amore del suo Signore l'Altissimo.Per certo sara' soddisfatto"(Surah Al-Layl versetti 17-21).In verita' i giusti berranno da una coppa in cui e' un miscuglio di [acqua e di] Kafur (* nome di una fonte paradisiaca),[attinta da una] fonte da cui berranno i fedeli di Allah, che la faranno fluire con abbondanza,coloro che assolvono ai loro voti e temono il giorno il cui male si propaghera' ovunque,[loro] che , nonostante il loro bisogno, nutrono il povero l'orfano e il prigioniero;[e interiormente affermano:]" E' solo per il volto di Dio, che vi nutriamo; non ci aspettiamo da voi ne' ricompensa, ne' gratitudine."(Surah al-Insan versetti 5-9)Dunque negozia soltanto col Creatore, perche' Egli e' l'Unico che ricompensa le persone per le loro buone azioni. Egli dona e tributa, oppure Egli punisce e mette in conto, compiacente con coloro che agiscono nel bene e arrabbiato con coloro che agiscono nel male. Svariati martiri furono uccisi in Qandahar, e Omar (che Allah ne sia compiaciuto) chiese ai suoi compagni "Chi e' stato ucciso?". Essi menzionarono alcuni nomi e poi dissero " E altra gente che non conosci". Gli occhi di Omar si riempirono di lacrime e poi aggiunse "Ma Allah li conosce".Una persona pia nutri' col cibo migliore un uomo cieco. Membri della sua famiglia gli dissero "Questo uomo e' cieco e non sa quello che sta mangiando (dagli insomma qualcosa di meno pregiato)" Egli rispose: "Ma Allah lo sa!"Il Creatore conosce le nostre azioni, conosce il bene che compiamo per aiutare gli altri, dunque non ti curar di cosa la gente pensa.


Liberamente tradotto da un passo del libro:Don't be sad 'Aaidh ibn Abdullah al-Qarni International Islamic Publishing House
Posted by C. for friendlysisterhood at
21:54
Pubblicato su "Io,mussulmana italiana"

Labels: capire l'Islam, esperienze
Pubblicato su "Janua Coeli" da Abdel Nûr Cabrini lunedi 8 Giugno 2009

giovedì 4 giugno 2009

La Moschea Molinari in Algeria



Nella conquista francese dell’Algeria, la città di Laghouat (al-Aghwât) rappresentava un punto strategico, poiché, in quanto “porta del Sahara”, doveva servire come base per un’ulteriore espansione verso sud. Laghouat venne espugnata nel 1852, dopo aspri combattimenti. Il generale Du Barail, comandante della piazza, ripulì subito la città dalle macerie e, senza nemmeno attendere le disposizioni del governatore generale dell’Algeria, ordinò che si fabbricassero mattoni e pietre per costruire le installazioni necessarie all’esercito e all’amministrazione. Nella ricostruzione della città si inquadra anche l’edificazione della grande moschea di el-Saffeh, che ebbe inizio nel 1853; in quell’anno arrivarono dal Lombardo-Veneto a Laghouat sette muratori italiani, uno dei quali avrebbe legato il proprio nome al luogo di culto, che oggi viene chiamato anche masgid Muninar, “la moschea di Mouninar”.“Mouninar” era Giacomo Molinari. Quando arrivò a Laghouat aveva trentanove anni, poiché era nato il 28 agosto 1814 a Cavagnano (oggi provincia di Varese) da Giovanni Molinari e Maria Giuseppa Bianchi, i quali lo avevano fatto battezzare col nome di Giacomo Antonio nella chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio di Cuasso al Monte (1).Terminata la costruzione della moschea, il gruppo dei muratori italiani ripartì da Laghouat. Giacomo Molinari invece rimase nella città algerina ed abbracciò l’Islam, se non vi era già entrato nel periodo in cui lavorava coi suoi compagni all’edificazione della moschea. Non ci è dato di conoscere le circostanze precise in cui ebbe luogo la conversione di Giacomo Molinari, che assunse il nome islamico di Ahmed. Forse una qualche luce sulla vicenda potrebbe provenire da una documentazione che si dice esista alla sottoprefettura di Laghouat, dove sembra sia custodita anche una fotografia in cui Molinari (evidentemente non ancora diventato Ahmed) è ritratto con un vistoso crocifisso sul petto.Fatto sta che Ahmed Molinari si integrò perfettamente nell’ambiente musulmano: sposò una donna della tribù di Sidi Bouzid, nei dintorni di Aflou, e ne ebbe quattro figli: un maschio di nome Mohammed e tre femmine. Di Mohammed Mouninar si dice che fosse un mutaçawwif d’un certo rango; da lui nacque Bašîr, padre a sua volta di ‘Abd el-Qâder e nonno di ‘Izz ed-dîn.L’ultima traccia lasciata da Ahmed Molinari consiste nel suo testamento, che egli dettò il 28 luglio 1908 al cancelliere notarile francese Paul Curel nella propria abitazione, “nel cortile di una casa sita all’angolo della rue Millot e della rue de Blidah” (2), essendo probabilmente impossibilitato a muoversi per via della veneranda età (novantaquattro anni) e delle condizioni di salute (“malade de corps, mais sain d’esprit”, ce lo descrive monsieur Curel).L’atto notarile venne dunque redatto, in francese e in arabo, alla presenza di un interprete giudiziario e di quattro testimoni, “tous les quatre citoyens français”, residenti in città e in grado di comprendere la lingua araba. Ciò era reso necessario dal fatto che il testatore conosceva male la lingua dei colonizzatori francesi, ma in compenso si esprimeva alla perfezione in arabo, “à la mode indigène”, ormai del tutto dimentico della propria lingua materna (3).Ascoltiamo le dichiarazioni del novantaquattrenne Molinari: “Non posseggo nulla. Avevo un orto, che ho venduto oggi stesso, ricavandone la somma di milleduecento franchi, la quale mi è servita per pagare una somma di eguale entità di cui ero debitore al signor Isaac ben Lalou” (4). Il creditore di Ahmed Molinari, un ebreo del luogo che in virtù del Decreto Crémieux del 1870 era diventato cittadino francese, figura d’altronde fra i quattro testimoni ed è indicato nel documento notarile come “propriétaire et négociant”. Il testatore, infine, conclude così: “Desidero essere inumato, dopo la mia morte, nel cimitero musulmano di Sidi-Yanès” (5).L’ultima volontà di Ahmed Molinari venne regolarmente eseguita. Chi visiti oggi il cimitero di Sidi-Yanès vi può trovare la tomba del muratore italiano che lavorò alla costruzione della grande moschea di Laghouat.1. Atto sottoscritto dal curato C. Menefoglio, nell’archivio parrocchiale di Cuasso al Monte (Varese). Nell’archivio non esiste nessun altro documento (né di matrimonio né tanto meno di morte) riguardante Giacomo Molinari.2. « … dans la cour d’une maison sise à l’angle des rues Millot et de Blidah ». Testament de Jacques Molinari (quattro cartelle con testo francese dattiloscritto dal notaio Adnot Henri e testo arabo redatto a mano da M. Ernest Abribat, “Interprète Judiciaire pour la langue arabe, Près la Justice de Paix de Laghouat”), Laghouat, 28 Juillet 1908.3. « … habitant Laghouat, depuis de longues années, y vivant à la mode indigène, ayant complètement oublié sa langue maternelle, ne connaissant qu’imparfaitement la langue française, mais s’exprimant au contraire parfaitement et habituellement en langue arabe… ».4. « Je ne possède rien. J’avais un jardin que j’ai vendu aujourd’hui même, moyennant le prix de douze cents francs, somme qui m’a servi à payer une dette de pareille somme, que je devais à M. Isaac ben Lalou ».5. « Je désire être inhumé, après ma mort, dans le cimetière musulman de Sidi-Yanès ».
Articolo scritto da Claudio Mutti il 23 Marzo 2007 in http://www.claudiomutti.com/

lunedì 1 giugno 2009

"berranno le acque del Tigri e dell'Eufrate"



Alessandro imprigiona Gog e Magog(…) tra due monti grande era, di rossobronzo, una porta (…)(…) Il figlio dell’Ammonela incardinò, per chiudere gli immondi popoli (…)(G. Pascoli, Gog e Magog). Nel suo resoconto della conquista romana della Commagene al tempo di Vespasiano, Giuseppe Flavio rievoca il saccheggio della Media e dell’Armenia ad opera degli Alani, popolo nomade di stirpe iranica che abitava le steppe a nord-est del Mar d’Azov, tra il Don e il Mar Nero. “Il popolo degli Alani – scrive lo storico ebreo – dei quali abbiamo dichiarato in precedenza che sono Sciti che vivono presso il Tanai e la palude Meotide, avendo in quei tempi progettato di invadere la Media e le regioni situate oltre di essa per saccheggiarle, intavola trattative col re degli Ircani; costui infatti è padrone dell’accesso che il re Alessandro sbarrò con porte di ferro (pýlai sideraí)” (1). Il luogo d’accesso alla Media, controllato dal re degl’Ircani che da poco si era sottratto al dominio partico, era costituito dal valico delle Porte Caspie (Kaspiádes Pýlai), l’odierno passo di Firuzkuh alle pendici orientali dell’Alborz. La menzione delle “porte di ferro” costruite da Alessandro Magno ci rimanda a un celebre episodio che ha come protagonista il sovrano macedone: l’imprigionamento delle orde di Gog e Magog all’interno di un’altissima muraglia. La storia, alla quale Giuseppe Flavio fa cenno, è narrata in maniera sintetica ma completa nei versetti 84-101 della coranica Sura della Caverna, dove si parla di un conquistatore divinamente ispirato, indicato come Dhû’l-qarnayn (“Possessore delle due corna”) e identificato generalmente con Alessandro Magno. Nel brano coranico si legge che Dhû’l-qarnayn, dopo aver portato a termine una campagna militare in Occidente e dopo avervi instaurato un governo fondato sulla giustizia e sul rispetto della Legge divina, si rivolse verso l’Oriente. Imbattutosi in un popolo semiselvaggio ma tranquillo, il Bicorne non cercò di cambiarne il tipo di vita, ma lo lasciò vivere secondo i suoi costumi. Infine giunse in un luogo situato tra due montagne, i cui abitanti gli fecero questo discorso: “O Dhû’l-qarnayn, in verità Ya’ğûğ e Ma’ğûğ diffondono la corruzione in questa terra (mufsidûna fî’l-ard); dobbiamo versarti un tributo, perché tu metta una barriera tra noi e loro?” (2) Il Bicorne accolse la loro richiesta, dicendo: “Il potere che il mio Signore mi ha conferito è meglio del vostro tributo; ma voi aiutatemi con la forza delle vostre braccia e io metterò tra voi e loro una muraglia. Portatemi dei blocchi di ferro” (3). Quando fu colmato lo spazio tra i versanti delle due montagne, il Bicorne ordinò agli operai di soffiare coi loro mantici, finché la massa divenne incandescente; quindi fece portare del rame liquefatto e ve lo fece versare sopra, sicché gli assalti di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ vennero frustrati. Disse infine il Bicorne: “Questa è misericordia del mio Signore; ma quando verrà il Giorno promesso dal mio Signore, Egli ridurrà in polvere la muraglia. E la promessa del mio Signore è verità” (4). Oltre a ciò, due versetti della Sura dei Profeti evocano lo scatenamento delle orde di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ alla fine dei tempi: “E c’è un’interdizione (harâm) su ogni popolazione che abbiamo distrutta: non ritorneranno fin quando non sarà data via libera a Ya’ğûğ e Ma’ğûğ, i quali si precipiteranno giù da ogni altura” (5).Il Profeta Muhammad, avuta la visione di un’apertura che si era prodotta nella barriera di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ, ammonì: “Guai (wayl) agli Arabi! Facciano attenzione a un gran male che si sta avvicinando”; alla domanda che gli venne fatta (“Periremo anche se tra noi vi sono dei santi?”) rispose: “Sì, se la turpitudine si fa troppo grande”. In ogni caso, alla fine dei tempi il rapporto fra i seguaci del Profeta e le orde di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ sarà di 1 a 999: “sarete tra la gente come un pelo nero sul fianco di un toro bianco”, dice un hadîth. Secondo un altro hadîth, alla fine dei tempi Dio aprirà la muraglia che rinchiude le orde di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ, le quali usciranno a portare la devastazione in ogni luogo. “I primi di queste orde – prosegue il hadîth – berranno le acque del lago di Tiberiade e lo prosciugheranno; poi berranno le acque del Tigri e dell’Eufrate. Distruggeranno e mangeranno ogni cosa sulla faccia della terra. Allah, benedetto sia l’Altissimo, annienterà poi queste orde malefiche e le spazzerà via dalla faccia della terra” (6). Sostanzialmente fedele ai termini coranici è l’esposizione della tradizione persiana del Sadd-e Sekander (“Barriera di Alessandro”) che troviamo nell’Eskandar-nâmè di Nezâmî di Gangè (1141-1204).Ya’ğûğ e Ma’ğûğ corrispondono ovviamente ai biblici Gog e Magog. Nella visione di Ezechiele (7), Gog è il re di una non meglio precisata regione settentrionale, “la terra di Magog”, che reca il nome di uno dei sette figli di Jafet (8); nell’Apocalisse di Giovanni, Gog e Magog rappresentano le nazioni che, dopo aver dato l’assalto al campo dei santi e alla città prediletta, vengono distrutte dal fuoco celeste (9).Ma l’analogia esistente fra il binomio biblico di Gog e Magog e quello coranico di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ si estende anche all’ambito indiano: nel Kalki-Purâna si racconta infatti come l’ultimo avatâra di Vishnu riesca ad uccidere due démoni di nome Koka e Vikoka (10).Dalla presenza del tema in esame in testi tradizionali diversi consegue che “una caratteristica del complesso di Gog e Magog è quella di essersi diffuso in tutte le aree culturali dell’Eurasia” (11). Mentre la storia coranica del Bicorne, contaminata con la versione siriaca dello Pseudocallistene, dà origine a una rigogliosa letteratura che interessa sia il mondo musulmano, dalla Spagna alla Malesia, sia le aree cristiane dell’Egitto e dell’Etiopia (12), in Occidente l’elaborazione della leggenda di Gog e Magog ha il suo testo di maggiore rilievo nelle Rivelazioni dello Pseudometodio (13), che, inizialmente diffuse in greco o in siriaco intorno alla metà del VII secolo d. C., furono poi tradotte in latino. Un popolo o un’orda di démoni?Il suo vero nome era, pare, Goggins (…) Alla fine della guerra era uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti, cioè del pianeta.(G. Papini, Gog)Nell’età antica e in quella medioevale, sia la cultura giudaica sia quella cristiana identificano le genti di Gog e Magog con diversi popoli barbari provenienti dal nord, perché le sedi dei nemici d’Israele sono ubicate a nord, in particolare nella dorsale che collega l’Europa nordorientale al Caucaso ed al Caspio. Il Dio di Israele dice infatti a Gog, signore del paese di Magog: “Sono con te Gomer e tutti i suoi, la casa di Tergama dell’estremo settentrione e tutti i suoi, popoli numerosi. (…) verrai dalla tua regione dell’estremo settentrione” (14). Tergama, o Togarma, è l’Armenia. Per quanto riguarda Gomer, primogenito di Jafet e quindi fratello di Gog, dovrebbe trattarsi dell’antenato dei Galati, dal momento che Giuseppe Flavio scrive nelle Antichità giudaiche: “Si chiamavano Gomeriti, da Gomer, quelli che ora sono chiamati Galati dai Greci. Magog chiamò Magoghi i suoi, mentre i Greci li chiamano Sciti” (15). Nella Guerra giudaica, come si è visto, il medesimo autore identifica negli Alani (“Sciti che abitano presso il Tanai e la palude Meotide”) il popolo situato olte le Porte Caspie, cioè oltre l’accesso alla Media che era stato sbarrato da Alessandro. E alani saranno i popoli di Gog e Magog anche per un ebreo del XII secolo, Beniamino di Tudela (16).Non solo sciti e alani: Gog e Magog furono volta a volta unni, ungari, cumani, peceneghi, turchi, tartari, mongoli. Gli Ungari, diventati cristiani, dovettero ricollegare la loro origine all’albero genealogico dell’umanità tracciato dai testi biblici, cosicché accettarono di riconoscersi discendenti di Magog. Nelle prime pagine delle Gesta Hungarorum, redatte dall’anonimo P. Magister all’inizio del XII secolo, leggiamo: “Nella regione orientale vicina alla Scizia c’erano le genti di Gog e Magog, che Alessandro Magno isolò dal mondo rinserrandole (…) Il primo re della Scizia fu Magog, il figlio di Jafet, e dal re Magog quella nazione prese il nome di magyar. Dalla discendenza di questo re germogliò il famosissimo e potentissimo re Attila. (…) Molto tempo dopo, dalla stirpe del medesimo re Magog nacque Ügyek, padre del duce Álmos, dal quale sono discesi i re e i duci dell’Ungheria” (17). Anche l’autore del Chronicum pictum del 1358 ripropone la tesi della discendenza da Magog, ma contamina la storia biblica con la tradizione magiara, inserendo Hunor e Magor, mitici antenati degli Unni e degli Ungari, nella genealogia desunta dalla Genesi biblica (18). La stessa tesi è ribadita dalla Cronaca quattrocentesca di Thuróczi: “Dunque, come afferma la Sacra Scrittura e come dicono i maestri (doctores), gli Ungari sono discesi da Magog figlio di Jafet, il quale – come riferisce il vescovo San Sigilberto nella cronaca antiochense delle nazioni orientali – nell’anno 58 dopo il diluvio entrò nella terra di Eiulath e da sua moglie Enech generò i già menzionati Hunor e Magor, da cui gli Unni e i Magiari hanno tratto la stirpe ed il nome” (19). E ancora nel 1905 il poeta ungherese Endre Ady si dirà “figlio di Gog e di Magog”.Secondo la Povest’ vremennych let, cronaca russa del XII secolo, alle orde imprigionate da Alessandro deve essere ricondotta l’origine dei popoli turchi. Rievocando le incursioni cumane avvenute nell’anno 6604 (=1096) nei dintorni di Kiev, il cronista, al fine di inquadrare la stirpe degli invasori pagani, riporta questo brano di Metodio di Patara: “Alessandro, imperatore macedone, giunse nei paesi orientali e fino al mare, nel paese detto del Sole, e vide qui uomini impuri della tribù di Jafet, dunque vide le loro oscenità (…) Avendo visto ciò Alessandro il Macedone, temendo che essi si moltiplicassero e profanassero la terra, li respinse nei paesi a settentrione tra le alte montagne, e, per volere di Dio, le grandi montagne si strinsero attorno ad essi, non si unirono le montagne soltanto per 12 braccia, e qui vennero erette porte di bronzo, e vennero unte con il sunklit (20): né il fuoco può bruciarlo né il ferro espugnarlo. Negli ultimi giorni verranno fuori otto tribù dal deserto di Jatreb, e verranno fuori anche questi popoli immondi, che sono tra le montagne boreali per volere divino” (21). Basandosi sull’autorità di Metodio, la Povest’ afferma che delle otto tribù del deserto di Jatreb quattro sono state distrutte al tempo di Gedeone, mentre dalle altre quattro hanno tratto origine i Turcomanni, i Peceneghi, i Turchi, i Cumani. “E Ismaele generò dodici figli, dai quali discesero i Turcomanni, e i Peceneghi, e i Turchi e i Cumani, cioè i Polovcy, che sono venuti dal deserto. E più tardi, queste otto tribù, al limitare del mondo hanno generato uomini impuri murati nella montagna da Alessandro il Macedone” (22). In tal modo la cronaca russa innesta sull’albero iafetico la progenie di Ismaele.Fra i testi medioevali che identificano le genti di Gog e Magog con i Turchi, particolarmente degna di nota è la Cosmographia attribuita ad Etico Istrico. I Turchi, che secondo una paretimologia proposta da questo testo si chiamano così perché sono un “popolo truculento” (gens truculenta) (23), alla fine dei tempi devasteranno la terra. E Alessandro il Macedone, che in un anno e quattro mesi riuscì a rinchiuderli nelle terre del Nord, al di là delle Porte Caspie, può esser detto “Magno” proprio per aver inventato “tanti strumenti utili a respingere la follia degli uomini selvaggi (agrestium hominum vesaniam), che un giorno verranno certamente liberati, quando giungerà il tempo dell’Anticristo (temporibus antechristi), perché perseguitino i popoli pagani e puniscano i peccatori (in persecutionem gentium vel ultionem peccatorum)” (24).Nel Milione si legge che la provincia di Tenduc, sulla quale regna Giorgio, un discendente del Prete Gianni, è lo stesso luogo “che noi chiamamo Gorgo e Magogo, ma egli lo chiamano Nug e Mungoli” (25). Marco Polo, che sulla scorta dei viaggiatori musulmani identifica il Muro di Alessandro con la Grande Muraglia cinese, identifica i “Nug” (“Ung” nella versione francese del Milione) con la tribù nestoriana degli Öngüt, e i “Mungoli” coi Tartari.Mentre ebrei e cristiani hanno creduto di ritrovare le caratteristiche delle bibliche genti di Gog e Magog nei vari popoli che, affluendo dal cuore dell’Eurasia verso occidente, hanno minacciato lo spazio da loro abitato, la cultura islamica è stata meno propensa ad assegnare un preciso contenuto etnico all’archetipo coranico di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ. Infatti il Corano, come si è visto, si astiene completamente dal fornire una qualche indicazione che possa contribuire a identificare le orde in questione con una o con più popolazioni storiche. Nel planisfero disegnato nel 1154 da Al-Idrîsî per il Kitâb Ruğâr (26), le genti di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ, localizzate in due porzioni dell’estrema periferia terrestre, sono ben distinte dagli Alani, così come dai Peceneghi e dagli altri popoli turchi. Ibn Khaldûn, che si basa sulla carta geografica di Al-Idrîsî, si limita a fornire dati relativi all’ubicazione delle sedi di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ, ma non si impegna affatto nel compito di precisarne l’appartenenza etnica. “Vi sono nel Nord, - scrive Ibn Khaldûn – nazioni e razze distinte tra loro e chiamate con nomi diversi: Turchi, Slavi, Tughuzghuz, Cazari, Alani, Franchi, Gog e Magog” (27). I paesi di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ occupano la decima sezione della sesta “zona” (iqlîm, dal gr. klíma); nella nona sezione della sesta zona, a separare Ya’ğûğ e Ma’ğûğ dai Kimäk, dagli Adhkish, dai Türgish, dal deserto, dalla Terra fetida e dai Peceneghi, si trova il Muro di Alessandro, a proposito del quale Ibn Khaldûn riferisce il seguente episodio. “Il geografo ‘Ubayd-Allâh b. Khorradazbeh racconta che Al-Wâthiq vide, in sogno, che il Muro era aperto. Spaventato, inviò sul luogo l’interprete Sallâm, che ne riportò una descrizione e delle informazioni. È una lunga storia, che qui non ha nulla a che vedere” (28).L’apertura vista in sogno da Al-Wâthiq era già stata vista dal Profeta Muhammad (29). Si tratta della fessura “attraverso cui penetreranno, all’approssimarsi della fine del ciclo, le orde devastatrici di Gog e Magog, le quali d’altronde esercitano continui sforzi per introdursi nel nostro mondo” (30).Signore dell’Oriente e dell’OccidenteVictor utriusque regionis.(Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni)Abbiamo già avuto modo di notare (31) come l’Islam, tanto nel Corano e negli ahâdîth quanto nelle tradizioni e nelle letterature dei popoli musulmani, abbia narrato la storia di Alessandro attribuendo un particolare risalto alla valenza simbolica degli elementi che la compongono, per cui anche le orde di Ya’ğûğ e Ma’ğûğ sono state più che altro considerate come il simbolo delle influenze inferiori, caotiche e distruttive che cercano di insinuarsi nel mondo umano. L’eloquenza del simbolismo di cui è ricca la storia di Alessandro non poteva sfuggire a uno scrittore come Ernst Jünger, il quale ha visto nel fendente vibrato a Gordio “un principio spirituale che è in grado di disporre in modo nuovo e più conciso del tempo e dello spazio” (32), sicché la spada di Alessandro diventa “lo strumento di una decisione libera e risolutiva ma anche di un potere sovrano” (33). Infatti la decisione, come insegna Carl Schmitt, è l’atto con cui un soggetto fornito di sovranità esprime la volontà di vincere il caos instaurando un ordine politico e giuridico in cui possa avere vigore la norma, il nòmos. Nel caso di Alessandro, alla funzione di decisore è correlata quella di raffrenatore (katéchon), funzione che egli svolge alle Porte Caspie, dove trattiene e raffrena il mistero del disordine, dell’empietà, dell’iniquità (mystérion tês anomìas). È noto che le espressioni greche ho katéchon, tò katéchon, mystérion tês anomìas sono state usate da San Paolo nella seconda epistola ai Tessalonicesi (34) e che diversi esegeti del testo paolino, tra cui Tertulliano, Lattanzio, Giovanni Crisostomo, Girolamo e Giovanni Damasceno (35), hanno individuato nell’Impero romano “colui che trattiene” (ho katéchon) e la forza “che trattiene” (tò katéchon).Tale ermeneusi può trovare conferma nella “leggenda di Alessandro”, in quanto nell’impero romano e negli imperi che successivamente ne riprendono l’eredità si riflette l’archetipo dell’impero fondato da “colui che trattiene” le orde di Gog e Magog. Il sacro romano imperatore Federico II di Svevia venne paragonato dai musulmani – e non solo da loro - a Iskandar Dhû’l-qarnayn (36); il Conquistatore ottomano, che umanisti e cronisti italiani del Quattrocento erano soliti equiparare a quello macedone, elesse come proprio modello Alessandro, “di cui vita e gesta gli erano probabilmente familiari fin dalla gioventù in base alle leggende islamiche” (37); e Napoleone, che già da Primo Console “accarezzava piuttosto l’idea di Alessandro, che si ripresenta ricorrentemente alle soglie di ogni civilizzazione” (38), nel 1812 fu tentato dall’idea di emulare il Macedone spingendosi alla conquista dell’India.Ma cos’è che fa di Alessandro la Gestalt imperiale per eccellenza, cui si connettono intimamente i ruoli di decisore e di katéchon? Come abbiamo già avuto modo di far notare (39), secondo la leggenda Alessandro percorse la terra in tutta la sua estensione orizzontale, da occidente ad oriente, per poi ascendere fino alla sfera del fuoco, percorrendo la direzione verticale complementare ed opposta a quella lungo cui era disceso quando si era calato in fondo al mare. Denis Roman ha dunque potuto osservare: “A questa espansione nel senso della ‘ampiezza’ può aggiungersi una ‘esaltazione’, simboleggiata dall’ascensione del conquistatore (…) La figura di Alessandro può essere così rapportata a una dottrina completa del Sacro Impero, integrante le due dimensioni, individuale e sopraindividuale, del simbolismo della Croce” (40). “Ampiezza” ed “esaltazione”, con cui Denis Roman traduce i vocaboli arabi inbisât e ‘urûj, termini tecnici del lessico esoterico dell’Islam, “corrispondono rispettivamente alle due parti del Viaggio Notturno del Profeta, simbolo per eccellenza del viaggio iniziatico: la prima, chiamata Isrâ’ (trasporto notturno), da Mecca a Gerusalemme, corrisponde alla dimensione orizzontale della croce, mentre la seconda, quella celeste, designata col termine Mi‘râj (mezzo d’ascensione, scala), corrisponde alla dimensione verticale e giunge al Signore della Gloria Onnipotente” (41). Secondo Fadlallâh al-Hindî al-Burhânapûrî (m. 1620), “sia l’esaltazione (‘urûj) sia l’ampiezza (inbisât) hanno raggiunto la loro pienezza nel Profeta, che Allâh lo benedica e gli dia la pace” (42), sicché è il Profeta Muhammad a rappresentare il modello esemplare dell’Uomo Perfetto (al-insân al-kâmil); ma lo stesso Profeta avrebbe detto che, tra tutti gli uomini, il più simile a lui è stato Dhû’l-qarnayn. Infatti il Bicorne realizzò sia la dimensione dell’“ampiezza” sia quella dell’“esaltazione”: se la Sura della Caverna pone in risalto l’ampiezza di un itinerario che si estese da Occidente ad Oriente, un hadîth riferito da ‘Amr ibn al-‘As fornisce il dato relativo all’esaltazione: dopo la fondazione di Alessandria in Egitto, “l’Altissimo inviò a lui (a Dhû’l-qarnayn) un angelo che lo prese e lo innalzò in cielo”, fino a mostrargli tutto il creato compreso tra l’Oriente e l’Occidente.Le “due corna” evocate dall’epiteto coranico Dhû’l-qarnayn sono infatti – così come le due teste dell’aquila bicipite – il simbolo di “un duplice potere esteso sull’Oriente e sull’Occidente” (43). Due corna d’ariete erano il principale attributo di Ammone, del quale Alessandro si era riconosciuto figlio: “E vide ancora Ammone, con l’aspetto di un vecchio, con la barba d’oro e le corna d’ariete sulla fronte, che gli disse: Febo ti parla, che ha corna d’ariete” (44). E corna taurine erano quelle di Dioniso, che prima del suo emulo Alessandro aveva conquistato l’India e percorso l’Asia: “Le campagne dei Lidi ricche d’oro – ho lasciato e dei Frigi, e dalle plaghe – assolate di Persia e dalle rocche – della Battriana giunto all’invernale – terra dei Medi e all’Arabia Felice, - tutta l’Asia ho percorso” (45).La figura del Bicorne si colloca dunque sullo sfondo dello spazio eurasiatico, che non costituisce soltanto lo scenario della sua impresa, ma la proiezione spaziale stessa dell’idea di impero.Il retaggio di Alessandro“Impero” significa qui il potere storico che riesce a trattenere l’avvento dell’Anticristo.Carl Schmitt, Il nomos della terraSulla fronte della Torre del Trabucco, che si erge sulla destra della facciata del Duomo di Fidenza (già Borgo San Donnino), si trova incastrata una formella consunta, nella quale Benedetto Antelami ha raffigurato l’ascensione di Alessandro alla sfera del fuoco. In San Marco a Venezia, nella cattedrale d’Otranto ed altrove si trovano analoghe rappresentazioni del medesimo episodio, che in età medioevale conobbe un’ampia diffusione dalla Francia all’Etiopia (46).Alla stessa altezza della formella di Alessandro, sulla base sinistra della volta del protiro, si trova una lastra scolpita a bassorilievo in cima alla quale sta l’iscrizione “Fortis Hercules”; vi è infatti raffigurato Eracle, che con la destra tiene sollevato per la coda un leone. Come la figura di Alessandro che ascende al cielo, così anche quella del suo antenato Eracle richiama la dottrina dell’impero, in quanto pure l’Alcide realizzò le due dimensioni della croce: l’”ampiezza” con la decima fatica (che lo portò dall’estremo occidente alle montagne orientali del Caucaso) e l’”esaltazione” con la dodicesima fatica (discesa al Tartaro) e con la successiva ascensione all’Olimpo.Con Eracle volle identificarsi, assumendo l’appellativo di Herculeus, Marco Aurelio Valerio Massimiano (240-310), la cui figura compare tre volte sulla facciata della cattedrale fidentina, che è dedicata a San Donnino, cubicularius dello stesso Massimiano. Questo imperatore fu per i cristiani un pagano e un persecutore; e, per quanto in particolare concerne la vicenda del patrono di Fidenza, fu proprio un suo ordine a causarne il martirio. Tuttavia il rilievo “tipico” delle figure scolpite dall’Antelami induce a vedere rappresentata nell’immagine dell’imperatore più una funzione che non un particolare personaggio storico. Nell’icona di Massimiano Erculio bisogna probabilmente scorgere un simbolo dell’autorità imperiale, ossia di un potere la cui legittimità fu riconosciuta anche dai cristiani, come ci viene emblematicamente ricordato dal bassorilievo in cui è lo stesso San Donnino a posare la corona sul capo dell’imperatore.Sul frontone del portale di sinistra, infine, troviamo un rilievo suddiviso in tre scene, nella prima delle quali troneggia, indicata dalla scritta “Karolus Imperator”, la figura di Carlo Magno, con la corona in capo, lo scettro nella destra e il globo nella sinistra. Carlo Magno è qui celebrato per i privilegi che concesse alla chiesa di Borgo; ma soprattutto egli rappresenta, nel contesto delle immagini, la nuova fase imperiale venuta a succedere alle due precedenti, rispettivamente simboleggiate da Alessandro e da Massimiano.Il significato che si sprigiona dalla rete dei simboli conferma il fatto che nella coscienza medioevale è “ben salda l’idea della provvidenzialità di Roma, il cui Imperium non è visto come l’istituzione ‘diabolica’ persecutrice del Cristianesimo, ma l’Orbe nel quale il Cristo aveva scelto di nascere ed ove, grazie alla ‘pax’ assicurata dai Cesari, la nuova fede poté porre salde radici e permeare di sé il reggimento civile” (47). Ma la sinfonia delle immagini antelamiche esprime in modo ben chiaro anche un’altra idea: quella della continuità essenziale della funzione imperiale attraverso le varie epoche storiche. Al prototipo rappresentato da Alessandro e dal suo impero eurasiatico succedono l’imperium di Roma e quindi il Sacro Romano Impero, che nel corso dell’età moderna diventerà l’Impero austro-ungarico e come tale protrarrà la sua esistenza fino alla prima guerra mondiale. Sul tronco dell’Impero Romano d’Oriente si innesterà quell’”impero romano turco-musulmano” (48) che con la sua stessa esistenza smentirà quanti avevano identificato i Turchi con Gog e Magog.Infatti ciascuna di queste manifestazioni storiche dell’idea di impero, indipendentemente dalla propria dimensione territoriale e dall’appartenenza religiosa della dinastia regnante, ha rinnovato l’azione del katéchon archetipico, tenendo a freno le spinte del caos e della dissoluzione. Solo il venir meno della forza “frenante” di cui erano depositari gl’imperi distrutti nella prima guerra mondiale ha consentito che si aprissero delle fessure decisive nella barriera che era stata eretta dal katéchon bicorne, sicché le orde di Gog e Magog, per riprendere le parole del hadîth, hanno bevuto le acque del lago di Tiberiade e poi quelle del Tigri e dell’Eufrate.1. Giuseppe Flavio, De bello judaico, VII, 7, 4.2. Corano, XVIII, 94.3. Corano, XVIII, 94-95.4. Corano, XVIII, 97-98.5. Corano, XXI, 95-96.6. Al-Bukhârî, Sâhîh, 4741.6. Il primo hadîth si trova nel Sahîh di Al-Bukhârî, che ne riporta sette varianti (LX, 7, 3346 e 3347; LXI, 25, 3597; LXVIII, 24, 5293; XCII, 4, 7059; XCII, 29, 7135 e 7136); il secondo hadîth è registrato anch’esso da Al-Bukhârî, come LXV, 4741; per il terzo hadîth cfr. Dâr al-Burhâniyyah, Il Mahdi e l’Anticristo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988, p. 16.7. Ezechiele, 38-39.8. Genesi, 10, 5.9. Apocalisse, 20, 7-10.10. Kalki-Purâna, VII, 14-30. cfr. Le Kalki-Purâna, Première traduction du sanskrit en langue occidentale de Murari Bhatt et Jean Rémy suivi d’une étude d’André Préau. Préface de Jean Varenne, Arché, Milano 1982, pp. 116-117 e 206.11. Giorgio R. Cardona, Indice ragionato, in : Marco Polo, Milione, Adelphi, Milano 1975, p. 640.12. Dario Carraroli, La leggenda di Alessandro Magno, Tipografia G. Issoglio, Mondovì 1892, rist. anast. Arnaldo Forni Editore, Bologna 1979, pp. 150-208.13. Die Apokalypse des Ps.-Methodios, hrsg. von A. Lolos, Meisenheim a. Glan 1976; E. Sackur, Sibyllinische Texte und Forschungen. Pseudomethodius, Adso und die Tiburtinische Sibylle, Halle a. S. 1898, rist. anast. J. Trumpf, Stuttgart 1974, pp. 144-148.14. Ezechiele, XXXVIII, 6 e 15.15. Antiquitates judaicae, I, 11.16. „Jewish Quarterly Review“, 17 (1905), pp. 517-525.17. A magyar középkori irodalma, Szépirodalmi könyvkiadó, Budapest 1984, pp. 10-11.18. A magyar középkori irodalma, cit., p. 168.19. Thuróczi János, A magyarok krónikája, Helikon, Budapest 1986, p. 13.20. Sostanza che preserva dal ferro e dal fuoco.21. Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, Einaudi, Torino 1971, p. 146. L’episodio è presente anche nella favolistica russa: cfr. Aleksandr N. Afanasev, Antiche fiabe russe, Einaudi, Torino 1974, pp. 78-79.22. Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII, cit., p. 132.23. Alessandro nel Medioevo occidentale, a cura di Mariantonia Liborio, Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori Editore, Milano 1997, pp. 322.24. Alessandro nel Medioevo occidentale, cit., pp. 326-327.25. Marco Polo, Milione, Adelphi, Milano 1975, p. 106.26. La carta di al-Idrîsî si trova riprodotta, corredata dalla Clef de la Carte du Monde e la Légende de la carte di F. Rosenthal, in: Ibn Khaldûn, Discours sur l’Histoire universelle, Sindbad, Paris 1978, t. I, pp. 107-110.27. Ibn Khaldûn, op. cit., t. I, p. 170.28. Ibn Khaldûn, op. cit., t. I, p. 161.29. Il Corano, Edizione integrale a cura di Hamza R. Piccardo, Newton & Compton, Roma 2001, p. 261 nota 39.30. René Guénon, Il Regno della quantità e i segni dei Tempi, Edizioni Studi Tradizionali, Torino 1969, pp. 209-210.31. Claudio Mutti, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, Effepi, Genova 2005, pp. 73-74.32. Ernst Jünger – Carl Schmitt, Il nodo di Gordio, Il Mulino, Bologna 1987, p. 32.33. Ernst Jünger – Carl Schmitt, op. cit., p. 33.34. 2 Thessalonicenses, 2, 6-7.35. Massimo Maraviglia, La penultima guerra. Il “katéchon” nella dottrina dell’ordine politico di Carl Schmitt, Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, Milano 2006, pp. 179-203.36. Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore, Garzanti, Milano 1976, pp. 190 e 200.37. Franz Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, Torino 1970, p. 548.38. Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957, p. 255.39. Claudio Mutti, L’Antelami e il mito dell’Impero, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1986, pp. 25-29; Idem, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, cit., pp. 70-79.40. Denis Roman, Les Revues, “Études traditionnelles”, gennaio-febbraio 1975, p. 140. Trad. it. Il tabot etiopico, in : Michel Vâlsan, Il cofano di Eraclio, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, p. 55.41. Michel Vâlsan, Références islamiques du “Symbolisme de la Croix”, “Études traditionnelles”, marzo-aprile e maggio-giugno 1971, p. 53.42. Le Traité de l’Unité dit d’Ibn ‘Arabî, Paris 1977, p. 53.43. René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1994, p. 172.44. [Pseudocallistene,] Il Romanzo di Alessandro, a cura di Monica Centanni, Arsenale, Venezia 1988, pp. 41-43.45. Euripide, Le Baccanti, trad. di Carlo Diano, in Il teatro greco. Tutte le tragedie, Sansoni, Firenze 1980, p. 1008.46. Claudio Mutti, L’Antelami e il mito dell’Impero, cit., pp. 12-23.47. Angelo Terenzoni, L’ideale teocratico dantesco, Alkaest, Genova 1979, p. 44.48. “The Greek Christian Roman Empire fell to rise again in the shape of a Turkish Muslim Roman Empire” (Arnold Toynbee, A Study of History, 2a ed., London – New York – Toronto 1948, vol. XII, p. 158). Cfr. Claudio Mutti, Roma ottomana, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. I, n. 1, ott.-dic. 2004, pp. 95-108.


Articolo scritto da Claudio Mutti il 28.04.2008 su http://www.claudiomutti.com/

domenica 31 maggio 2009

Recensione - Elefanti effervescenti



Lodovico Ellena, Si può ancora criticare l'Islam?, Tabula Fati, Chieti 2009.Come informa una lunga nota biobibliografica alle pp. 61-62, l'Autore dello scritto che dà il titolo a questo libriccino "è nato a Torino nel 1957, ha viaggiato molto e si è laureato in filosofia a Torino. Ha avuto discreta notorietà con il gruppo neopsichedelico Effervescent Elephants, con l'edizione di vari dischi. È stato vice-preside, poi direttore, in un liceo torinese. Svolge numerose attività politiche e collabora a vari giornali".Metà delle sessanta pagine del volumetto sono però firmate da altre personalità: Mario Borghezio, Emanuele Pozzolo, San Tommaso d'Aquino, Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Un eterogeneo quartetto, questo, che non deve essere ovviamente identificato con il gruppo neopsichedelico Effervescent Elephants, anche se una certa nota psichedelica nel libretto in esame non manca. Infatti l’effervescente Mario Borghezio, prefatore dell'opera, richiamandosi agli scritti allucinogeni di quell'Alexandre Del Valle di cui ci siamo già occupati altrove (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=4&id_news=62), lancia un accorato grido d'allarme per avvertirci del pericolo incombente rappresentato dall'instaurazione, già in atto, di una vera e propria dittatura islamica: "Siamo, volenti o nolenti, di fronte a un potere mondiale ed universale di censura pronto a sanzionare con mezzi violenti ogni e qualsiasi infrazione ai dettami della sharia". A quanto pare, parecchia acqua è passata sotto i ponti del divino Eridano da quando l'on. Borghezio, in veste di sottosegretario del primo governo Berlusconi, accoglieva con tutti gli onori al Ministero della Giustizia i dirigenti dell'UCOII; o da quando il tribuno leghista faceva parlare dalla tribuna di San Pellegrino Terme gli oratori dei Murabitun, mentre un paio di giovanotti caucasici (un inguscio e un ceceno), da lui presentati come "veri eroi", gridavano "Allahu akbar" davanti a una platea di attoniti militanti padanisti.Meno effervescente di Borghezio, il candidato della Lega Nord al consiglio comunale di Vercelli, Emanuele Pozzolo, riesce nondimeno anche lui ad evocare, nella sua Presentazione (pp. 9-14), le atmosfere oniriche ed allucinanti di un'esperienza psichedelica. Qui l'evasione dalla realtà è ottenuta mediante la riscrittura dei versetti coranici: dopo averne citati quattro in una traduzione alquanto approssimativa e in una forma mutila ed avulsa dal contesto, Pozzolo conclude la sua breve scelta antologica riferendo un versetto addirittura inesistente (p. 9). Una così particolare acribia filologica consente al candidato leghista di enunciare la sua "evidentissima verità" (p. 10): "ovunque l'Islam venga a contatto con tradizioni altre da sé non risulta in grado di sapervisi rapportare in termini pacifici" (p. 10).Un po' più interessante è invece il giudizio di San Tommaso d'Aquino sull'Islam, riportato alle pp. 49-50; giudizio che, come è stato detto, "ha un'importanza capitale, non solo perché ci indica quali fossero le conoscenze e le opinioni che aveva intorno ad esso [=all'Islam] un così grande uomo, ma anche perché servì lungamente di norma alla massima parte dei controversisti" (A. Malvezzi, L'islamismo e la cultura europea, Sansoni 1956, p. 107). Nel libretto ovviamente non si fa cenno del fatto che lo stesso San Tommaso affermava di esser debitore di alcuni concetti attinenti la beatitudine celeste ad Alfarabi, Avicenna, Avempace ed Averroè, i quali a loro volta li avevano desunti dal Corano (G. Gabrieli, Intorno alle fonti orientali della Divina Commedia, Tip. Vaticana 1919, p. 41). Altrettanto interessante il quadro dell'Islam abbozzato da Sant'Alfonso Maria de' Liguori e riportato alle pp. 51-60: esso mostra come questo settecentesco difensore del cattolicesimo ignorasse, al pari degl'intellettuali razionalisti contemporanei, le nuove fonti d'informazioni che l'orientalismo aveva pur tuttavia messe a disposizione. I secoli erano evidentemente trascorsi invano, se, per sostenere una caratteristica tesi cattolica (Non può esser vera la religione maomettana), il doctor Ecclesiae era costretto a riproporre il vieto ritornello della "libidine" e delle "sozzure della carne" quali caratteristiche della cultura islamica, anche se per amor di equità bisogna dargli atto di essersi astenuto dal ripetere il topos trito e ritrito secondo cui i musulmani adorerebbero... la dea Venere.Veniamo infine allo scritto di Lodovico Ellena che dà il titolo al libriccino. Tale scritto, ci avverte l'Autore stesso, "nacque come taccuino di appunti" (p. 17). Ma appunti sono rimasti, privi di qualunque organicità, sicché il lettore non può non restare colpito dal carattere frammentario e raccogliticcio del testo. Esso è costituito di due capitoli slegati tra loro, il primo dei quali ripropone qualche banale argomento di polemica antislamica desunto dagli scritti di vari agit prop (Guido Olimpio, Ayaan Hirsi Ali, Christopher Hitchens, Tim Leedom, Maria Murdy ecc.), mentre il secondo è un puro e semplice elenco di citazioni tratte dall'Apologia dell'islamismo di Laura Veccia Vaglieri (fantasiosamente qualificata come "musulmana italiana"), da L'Islam di Alessandro Bausani e... da un articolo apparso sul quotidiano degli Elkann.Tra le personali affermazioni dell'intellettuale torinese, deve esserne però citata una che è veramente degna di nota: quella che attribuisce ai musulmani non il culto di Venere, né quello di Bafometto (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=2&id_news=60), bensì "la venerazione di una pietra già adorata dai persiani nel culto dedicato a Crono, dio del tempo" (p. 20).




Recensione scritta da Claudio Mutti il 29 Maggio 2009 in http://www.claudiomutti.com/


Powered By Blogger