domenica 23 gennaio 2011

La caduta del tâghût tunisino

gennaio 23, 2011 di ummusama
Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, Colui che dona misericordia
La caduta dell’idolo Zîn ash-Shayâtîn[1], chiamato [a torto] Zîn Al ‘Âbidîn[2] (Ben Ali)
La Lode spetta ad Allah, pace e benedizioni sull’ultimo dei Messaggeri.


La Ummah assiste oggi alla caduta di uno dei più grandi idoli e tiranni [che abbia conosciuto]. Per lungo tempo, si è gonfiato d’orgoglio, ha tiranneggiato, oppresso e schiacciato [la sua popolazione], ha seminato la corruzione e il disordine sulla Terra e si è attribuito delle caratteristiche divine e [relative al]la Signoria… Si tratta del tâghût tunisino chiamato: Zîn Al ‘Âbidîn, che sarebbe stato più giusto chiamare: l’obbrobrio degli adoratori o ancora: dei corruttori (Shîn Al ‘Abidîn wa-t-Talihîn).
In effetti, egli ha preteso la stessa cosa che pretese il suo predecessore nella tirannia, il primo Faraone che, rivolgendosi ai dignitari, disse:
Per voi non conosco altra divinità che me (Corano XXVIII. Al-Qasas, 38)
Sono io il vostro signore, l’altissimo (Corano LXXIX. An-Nâzi‘ât, 24)
Vi mostro solo quello ch’io vedo e vi guido sulla via della rettitudine (Corano XL. Al-Ghâfir, 29)

Ecco cosa il suo comportamento, le sue parole e le sue azioni hanno lasciato trasparire lungo tutto il corso del suo regno e della sua dominazione sul paese e la sua popolazione.
La sua preoccupazione prima e principale durante tutto il periodo del suo regno era quella di combattere l’Islâm e i musulmani, di opporsi alla purificazione e alla castità… di impedire alle tunisine di indossare l’hijâb e di impedire l’apparizione di qualsiasi aspetto di religiosità o di pratica visibile in seno a questo paese e alla sua popolazione. Sotto il suo regime, le prigioni rigurgitavano di credenti monoteisti, il cui solo torto era di non aver creduto al taghût e di aver creduto in Allah l’Onnipotente.
Così, eccolo ora caduto col permesso di Allah, dopo che la sua tirannia, la sua oppressione e la sua miscredenza sono durate per più di due decenni. È stato umiliato, terrorizzato, espulso e maledetto, senza rimpianto, dal suo [stesso] popolo e dall’insieme della gente. E ciò, mentre l’Islâm è rimasto saldo, stabilito e radicato nel cuore dei suoi adepti  in  seno alla popolazione tunisina.
L’Islâm andrà di progresso in progresso e di vittoria in vittoria, qualunque sia la repulsione che ciò ispiri ai tirranni criminali.
Questo avvenimento grave e importante, e tutto ciò che suscita intorno a sé a livello di reazioni e di punti di vista, merita di essere studiato e analizzato al fine di trarne le lezioni del passato e dell’avvenire… È d’altra parte ciò che ci ha spinto ad annotare le osservazioni seguenti:
In primo luogo: Esprimiamo la nostra gratitudine nei confronti di Allah l’Altissimo, Che ci ha permesso, così come alle nostra famiglie in Tunisia, di avere la meglio sul regno di questo tiranno maledetto: Shîn Al ‘Âbidîn. In effetti, Allah ha posto il terrore nel suo cuore, attraverso il grido di collera delle popolazioni musulmane che ripetevano: “Allahu Akbar”. Gli hanno strappato il potere e il regno infiggendogli l’umiliazione, dopo lunghi anni di orgoglio e despotismo. Il soccorso di Allah ai musulmani indeboliti tra i figli della Tunisia contro questo Faraone e i suoi soldati è [infine] arrivato.
Allah dice:
Poiché la vittoria non viene che da Allah, l’Eccelso, il Saggio (Corano III. Âl-‘Imrân, 126)
Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi. Quando tiravi non eri tu che tiravi, ma era Allah che tirava (Corano VIII. Al-‘Anfâl, 17)
Le lodi, il merito e i favori appartengono ad Allah, Che a cacciato e posto fine a questo taghût e ai suoi soldati.
Seguitando, ci teniamo ad esprimere la nostra gratitudine nei confronti delle nostre famiglie e verso il popolo musulmane eroico della nostra benamata Tunisia per i sacrifici che hanno presentato e per il sangue puro e integro che è colato nella lotta dinanzi a questo taghût e ai suoi soldati, con l’obiettivo di proteggere le loro anime, i loro diritti, le loro sacralità e le rivendicazioni giuste che difendevano. Essi hanno ravvivato in seno alle popolazioni della Ummah lo spirito di dignità, di sacrificio e di Jihâd, nonostante molte persone avrebbero scommesso che questo spirito fosse stato annientato e fosse scomparso.
Ci era stato detto: “Il popolo tunisino è morto”; due tiranni tra i peggiori despoti che la nostra epoca abbia conosciuto: Burguiba e Ben Ali hanno governato i tunisini per diversi decenni e due generazioni si sono succedute sotto il loro regno. Ma noi diciamo loro che i popoli non muoiono… I cuori che racchiudono la testimonianza dell’Unicità: “Lâ ilâha illa Allah” non muoiono e non moriranno mai. Queste popolazioni possono certo indebolirsi, tuttavia non muoiono. Esse possono rapidamente ritrovare la via, sollevarsi, rivoltarsi e far sgorgare tutto il potenziale nascosto in esse, in modo tale che se ne possano concretamente sentire gli effetti nella vita reale. Per poco che esse siano alimentate da qualche ragione di vivere, potranno infine liberarsi dalle loro catene, dalla perfidia e dalle macchinazioni dei despoti ingiusti e criminali.
Dunque ancora e ancora, una decina di volte, un grande ringraziamento ai nostri, uomini e donne tra i figli della Tunisia benamata, poiché colui che non ringrazi la gente non ringrazia Allah.

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In secondo luogo:
I partiti politici laici locali, con tutta la ripugnanza che ispirano, rappresentano l’altra sfaccettatura tetra del regime di Ben Ali. Essi non hanno dispiegato il minimo sforzo o giocato il minimo ruolo in questo istante di sollevazione benedetta effettuata dal popolo tunisino musulmano dinanzi al tiranno e al suo regime. Abbiamo di conseguenza il diritto di essere fieri e di dire che questa sollevazione benedetta dinanzi al tiranno è una rivolta popolare tunisina e islamica e che è ben lungi dalle direzioni e dagli orientamenti dei laici, dai loro programmi e dai loro incerti obiettivi. Evidentemente, altre persone cercheranno di sfruttare l’avvenimento a loro favore e di servirsene per la loro ascesa, al prezzo del sangue e dei sacrifici pagati dalla popolazione tunisina musulmana. Questa è stata la constatazione cui siamo pervenuti fin dai primi giorni che hanno seguito la rivolta benedetta.
In terzo luogo:
La caduta del regime di Shîn Al ‘Âbidîn, strappata di forza sotto la pressione delle popolazioni, ha comportato la distruzione delle ambiguità propagate dai sapienti del palazzo e dell’irjâ’, che si sono impegnati a porre la loro scienza al servizio della protezione dei governanti tirannici e miscredenti. In effetti, essi hanno voluto persuadere la gente dell’impossibilità di rivoltarsi contro di essi e contro i loro regimi… Hanno fatto credere loro che fosse una fitna e che si trattasse dell’opzione che comportava il maggiore dei mali per il paese e i suoi abitanti. Hanno scoraggiato la gente e sono stati responsabili del cumulo di umiliazione, di degradazione, di sottosviluppo e di povertà che la Tunisia e la sua popolazione hanno dovuto subire per decenni.
E oggi, allo scopo di sciupare la vittoria tunisina e al fine di provare che avevano ragione a proposito delle ambiguità da loro stessi propagate, eccoli di nuovo che si ispirano mutualmente, tra tiranni arabi e loro simpatizzanti tra i collaboratori e i sapienti dell’irjâ’. In effetti, essi hanno approvigionato in armi ex elementi dei servizi segreti e della guardia privata del presidente in fuga; questi ultimi hanno provocato il caos nelle strade, si sono messi ad uccidere gente pacifica e a seminare il panico e il terrore nelle abitazioni. Soprattutto, non volevano lasciare che la gente godesse di questa vittoria, poiché temevano che essi pensassero che sarebbe stato facile, in seguito, sbarazzarsi del resto dei governanti tirannici e miscredenti del mondo arabo. Era ancora un mezzo per dare credito alla teoria dei sapienti dell’irjâ’, [teoria] che sostiene come la sollevazione dei popoli miseri e oppressi contro i tiranni dell’ingiustizia e della miscredenza rappresenterebbe una fitna, una cattiva opzione e un male maggiore.
Ma noi diciamo ai tiranni e ai loro agenti: economizzate le vostre lacrime menzognere versate sul conto dell’onore [del popolo]… Il sortilegio dello stregone è stato sconfitto, il vostro stratagemma e [i vostri] inganni sono stati svelati… il vostro inganno è stato svelato dinanzi a tutti. Voi siete una calamità… una malattia incurabile che bisogna eradicare, foss’anche amputando un membro del corpo se ce ne fosse bisogno. E i giorni a venire ce lo dimostreranno.
In effetti, se oggi è il turno della Tunisia, domani sarà quello della Siria ferita; dopodomani il turno dell’Egitto prigioniero… eppoi quello della Libia asservita dal suo taghût e dai suoi figli… e così di seguito, col permesso di Allah, si succederanno le rivolte contro i tiranni, il loro regno e i loro regimi corrotti.
Siamo coscienti del fatto che l’onore ha [inevitabilmente] un prezzo, ma qualunque sia il prezzo da pagare, sarà molto meno costoso di quello dell’umiliazione, della degradazione e della servitù ai tawâghit.
In quarto luogo:
 Il fatto che i tawâghit sauditi abbiano accettato di dare rifugio al loro fratello, Shîn Al ‘Âbidîn, tâghût di Tunisia, mentre [perfino] gli Stati miscredenti dell’Occidente l’avessero rifiutato, è una decisione che dimostra diverse cose. Prima di tutto [ciò conferma il detto]: “Chi si somiglia di piglia”. Poi, l’attitudine adottata dal regime saudita costituisce una prova supplementare di validità del giudizio che abbiamo emesso riguardo questo regime miscredente, poiché una volta di più esso prova di essere l’alleato degli altri tawâghît, e di sostenere i loro regimi miscredenti che seminano la corruzione in seno alla popolazione oppressa. Ciò prova altresì che il regime saudita è andato così oltre nella sua lordura, da farsi beffe del fatto di aggiungere alla lista delle sue brutture quella di dare rifugio a un taghût miscredente.
Inoltre, ciò prova a qual punto il regime saudita si faccia beffe della sua [stessa] popolazione, poiché non presta alcuna attenzione alla sua volontà o ai suoi desideri. Il fatto di trovarsi su una riva, mentre le aspirazioni del suo popolo sono sulla riva opposta, non imbarazza minimamente questo regime, poiché si immagina che ciò non gli possa per nulla nuocere. In effetti, [il regime] conta sui sapienti dell’irjâ’ e del palazzo reale che detengono i mezzi per ammaliare i popoli allo scopo di colpevolizzarli e di anestetizzarli nel momento stesso in cui osino dire una parola di verità dinanzi ai governanti tirannici.
Inoltre, accogliendo il taghût tunisino, il regime dimostra di essere il compare [fedele] dei tawâghît arabi e dei loro regimi traditori e corrotti, tanto prima che dopo la loro caduta. È il primo responsabile del loro mantenimento e della loro sicurezza. Il regime saudita si augura anche di utilizzare la presenza del tiranno tunisino sul suo territorio come mezzo di pressione e di sedizione sul popolo tunisino musulmano allo scopo di trasmettere ad esso e alle altre popolazioni musulmane il messaggio seguente: “Non crediate che la sollevazione contro i tiranni sia una cosa semplice e una scelta facile come immaginate… Lo provano il caos e il disordine che ha fatto seguito alla rivolta dei tunisini contro il potere in carica…”. Essi si immaginano [senza dubbio] di trovare un mezzo per far rientrare il tiranno fuggito, perché governi di nuovo il popolo tunisino. Ma ne sono lontani!
Non sappiamo se ridere o piangere quando veniamo a sapere che, allo scopo di disorientare le popolazioni, i sapienti del palazzo reale fanno credere loro che la reazione del regime saudita deriverebbe dal principio di offerta di protezione, qual’è menzionato nel versetto:
E se qualche idolatra ti chiede asilo, concediglielo affinché possa ascoltare la Parola di Allah, e poi rimandalo in sicurezza. Ciò in quanto è gente che non conosce! (Corano IX. At-Tawba, 6)



Rispondiamo a questi ciarlatani che dissimulano la scienza e che utilizzano menzogne e sortilegi contro le popolazioni, che questo versetto fu rivelato a proposito degli associatori [idolatri] di base e non dei musulmani, mentre il tiranno cui avete offerto rifugio e asilo, è un zindîq[3] apostata di coloro aventi commesso un’apostasia aggravata[4] e composta[5]. Egli ha miscreduto, apostatato, aggravato la sua apostasia, ucciso, saccheggiato, depredato e combattuto l’Islâm e i musulmani pubblicamente e alla luce del sole. Ha seminato la corruzione sulla terra, ha oppresso un popolo musulmano per più di due decenni, ha lavorato duramente allo scopo di seminare la turpitudine in seno a loro… Nessuno ha il diritto di offrire asilo e rifugio a un tale individuo e di impedire l’applicazione della pena legale su di lui; e colui che lo faccia, incorrerà nella maledizione di Allah, dei Suoi Angeli e di tutta la gente, come precisato nell’hadîth autentico il cui il Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam) disse: “Colui che offra rifugio a un innovatore [ossia colui che abbia introdotto un’innovazione che comporti l’applicazione della pena legale] incorre nella maledizione di Allah, degli Angeli e dell’insieme della gente. Non sarà accettato da parte sua né atto obbligatorio né atto raccomandato [nel Giorno della Resurrezione]”[6]. Disse anche (pace e benedizioni di Allah su di lui): “Che Allah maledica colui che offre rifugio ad un innovatore”[7]. Ecco la parte riservata ai tawâghît sauditi nella religione di Allah, per aver offerto rifugio al loro fratello nella miscredenza, l’ingiustizia e la tirannia: la maledizione di Allah, degli Angeli e dell’umanità intera, che assaporino dunque la maledizione del popolo.
In quinto luogo:
Ci rivolgiamo francamente ai nostri fratelli e alle nostre famiglie tunisine dicendo loro: Avete compiuto il primo passo verso la vittoria, ma il cammino che resta da percorrere è il più duro. Ne avete attraversato la metà e realizzato, attraverso la vostra sollevazione, la metà della vittoria… avete fatto cadere il taghût e la sua famiglia, ma l’altra metà della vittoria resta da compiere, e cioè: che cosa avverrà dopo la sua caduta? Forse che un altro taghût lo sostituirà? Un taghût vestito a nuovo, accompagnato da nuovi slogans menzogneri? Forse che Shîn Al ‘Âbidîn è partito per essere sostituito dal peggiore dei criminali?
La vostra azione si fermerà là? Con la caduta del tâghût e della sua famiglia, e dopo nient’altro? Forse che la vecchia classe politica di questo tiranno, che è stata complice di tutti i suoi crimini, continuerà ad occupare il paesaggio politico tunisino sotto gli occhi di tutti?
Forse che il problema risiede unicamente nella persona del tâghût, senza tener conto del regime e dei suoi stretti collaboratori, che hanno eseguito questa politica criminale contro il popolo tunisino musulmano, che hanno vegliato alla sua applicazione e che continuano fino ad oggi a coordinare la loro azione con quella del tâghût fuggito?
Tali sono le questioni che ci preoccupano e che preoccupano ogni osservatore impensierito e animato da benevolenza verso la vostra rivolta, la vostra lotta e i vostri sforzi. In effetti, noi pensiamo che la risposta concreta a tutto ciò cominci col fatto di restare vigili e di non chiudere gli occhi, non potete dormire sugli allori prima di aver eradicato tutti i resti e le sequele lasciate da questo tâghût e dal suo vecchio regime, votate a perire col permesso di Allah.
Sicuramente, temiamo che la fiamma della vostra rivolta si spenga troppo presto, prima ancora che possiate condurre a termine la vostra missione; sarebbe allora difficile ravvivare questa fiamma.
Nel passato, sono le popolazioni [dei nostri paesi] che hanno pagato il prezzo più alto per liberarsi dal giogo della colonizzazione e dagli invasori e, in fondo, sono dei tawâghît criminali che hanno raccolto i frutti dei loro sforzi, della loro lotta e dei loro sacrifici. Sono dei tiranni criminali che parlano la nostra stessa lingua e che hanno il nostro stesso colore di pelle, ma i cui cuori somigliano a quelli dei lupi e delle volpi che si sono alleati coi nemici della Ummah, contro la Ummah e i suoi figli… Hanno governato il paese con una lancia di ferro e di fuoco e di politiche ancora più ingiuste di quelle adottate dai colonizzatori stessi. Ecco esattamente l’esperienza che non ci auguriamo di vedersi riprodurre per le nostre famiglie e la popolazione della Tunisia benamata.
In sesto luogo:
Gli Stati Uniti, con l’aiuto di altri paesi occidentali, così come dei loro agenti tra la gente della nostra origine, hanno già progettato i loro piani diabolici per il “dopo Ben Ali”. Questi piani si riassumono come segue:

1 – Mettere al potere un regime che allo stesso titolo del precedente veglierà a proteggere gli interessi degli Stati Uniti e dei paesi occidentali nella regione in generale e più particolarmente in Tunisia; che si tratti dei loro interessi politici, di sicurezza, economici o culturali, ivi compreso il riconoscimento dello Stato di Israele e delle relazioni amichevoli con esso.
2 – Sorvegliare l’Islâm politico con le sue dimensioni dogmatica e jihadica, impedirgli di progredire e di emergere, per timore che possa accedere a posizioni decisionali e influenti in seno alla società tunisina.
3 – Concedere uno spazio di libertà maggiore, paragonato alla situazione sotto il regime del tiranno dannato, in particolare per ciò che riguarda la libertà di culto a livello individuale e privato, fintantoché questa libertà non sfoci nel punto n˚ 2 precedentemente citato.
Ecco le principali caratteristiche del prossimo regime secondo la strategia degli Stati Uniti, secondo i loro desideri e la loro volontà, così come quella dei loro agenti provenienti dall’interno della società tunisina.
Ma noi diciamo agli Stati Uniti e a coloro che hanno aderito alla loro alleanza e alla loro strategia che il popolo tunisino è un popolo musulmano sunnita e omogeneo nella sua appartenenza religiosa e comunitaria. Non vi si riscontrano il comunitarismo o il settarismo confessionale che potrebbe porre in pericolo la sua armonia religiosa o la sua unità. In effetti, il caso contrario è spesso sfruttato allo scopo di dividere i popoli secondo il famoso principio: “divide et impera”. Così, questo popolo musulmano ha pienamente diritto a vivere in conformità con la sua appartenenza islamica, tanto sul piano politico che sul piano economico e sociale. I tunisini hanno il diritto di governare e di essere governati dall’Islâm. Le nostre famiglie in Tunisia – che Allah le protegga – non devono arrossire avanzando una tale rivendicazione e non devono in alcun caso accontentarsi si un’altra [opzione] che fosse al di sotto dello stabilimento di un regime che li governerà con l’Islâm.
Vedete bene tuttavia i comunisti e gli altri non religiosi tra la gente della nostra specie – in quanto rappresentanti dell’altro lato oscuro del regime e della tirannia di Ben Ali – non esitare un istante, con tutta la sfacciataggine e l’insolenza che ciò implica, a fare in modo che la Tunisia sia governata secondo le loro teorie, i loro principi e i loro valori atei e liberticidi e secondo la jâhiliyya occidentale intrusa inventata e ignobile.
Chi, di questi due gruppi, dovrebbe avere più vergogna? Chi sarebbe meglio si tirasse indietro e cessasse di rivendicare una maniera di governo conforme ai suoi giudizi e alle sue leggi? Colui che reclami che il paese e il popolo siano governati dal giudizio e dalla legislazione di Allah, il Creatore di tutte le creature e il Signore dei mondi, o piuttosto colui che rivendichi che il paese e il popolo siano governati dalle leggi del tâghût, le leggi della miscredenza, le leggi dell’ateismo, della perversione e della dissolutezza? Quale dei due gruppi ha maggior diritto di vivere in sicurezza? E quale dovrebbe maggiormente dar prova di pudore e di ritegno?

Allah l’Altissimo dice:

È la giustizia dell’ignoranza che cercano? Chi è migliore di Allah nel giudizio, per un popolo che crede con fermezza? (Corano V. Al-Mâ’idah, 50)
Ora, qualunque giudizio diverso da quello di Allah è un giudizio del tempo dell’Ignoranza (al-jâhiliyya). L’Altissimo dice anche:
Allah decide con equità, mentre coloro che essi invocano all’infuori di Lui, non decidono nulla. In verità Allah è colui che tutto ascolta e osserva (Corano XL. Ghâfir, 20)
E ancora:
Come potrei temere i soci che Gli attribuite, quando voi non temete di associare ad Allah coloro, riguardo ai quali, non vi ha fatto scendere nessuna autorità? Quale dei due partiti è più nel giusto, [ditelo] se lo sapete (Corano VI. Al-An‘âm, 81)
Così, colui che non aspiri ad essere governato dall’Islâm, colui che veda nel governo dell’Islâm qualcosa di imbarazzante di cui si debbano vergognare lui, la sua famiglia e il suo popolo, costui non è né credente, né musulmano; manca poco che sia un soldato tra i partigiani del tâghût decaduto, anche se pretenda apparentemente di opporvisi.
Allah l’Altissimo dice:
No, per il tuo Signore, non saranno credenti finché non ti avranno eletto giudice delle loro discordie e finché non avranno accettato senza recriminare quello che avrai deciso, sottomettendosi completamente (Corano IV. An-Nisâ’, 65)
E ancora:
Non hai visto coloro che dicono di credere in quello che abbiamo fatto scendere su di te e in quello che abbiamo fatto scendere prima di te, e poi ricorrono all’arbitrato del tâghût, mentre è stato loro ordinato di rinnegarli? Ebbene, Satana vuole precipitarli nella perdizione (Corano IV. An-Nisâ’, 60)
Queste persone che vogliono ricorrere al giudizio del tâghût e alle sue leggi al di fuori di Allah, la loro pretesa di essere credenti (supponendo che lo pretendano davvero) non è che una pretesa fassa e menzognera; si danno delle arie (da credenti) nonostante non siano stati gratificati [della fede] e ne siano sprovvisti; il peso del peccato di cui si caricano attraverso questa falsa pretesa, mentre sono colpevoli del contrario, è ancora più pesante e ben peggiore del fardello del kufr in sé stesso.

In settimo luogo:
Ha sempre fatto parte della politica dei tawaghît arabi di cui Ben Ali faceva parte, il fatto di svuotare la scena politica di personalità dotate di una leadership attiva. E semmai un personaggio che si distinguesse per la sua capacità d’occupare un tale ruolo fosse emerso, sarebbe stato immediatamente vittima di assassinio, di imprigionamento o di esilio. L’obiettivo è che i popoli perdano fiducia nella capacità di un cambiamento in meglio e che tutte le loro speranze siano legate alla persona del tiranno e del suo regime, come se si trattasse della sola opzione possibile e concepibile, e come se ogni tentativo di fare a meno di lui fosse sinonimo di distruzione e di caos per il paese e i suoi abitanti.
In effetti, in seguito ai decenni sventurati che hanno caratterizzato il regno del tâghût, la via tunisina musulmana manca oggi crudelmente di una leadership islamica forte, indipente e carismatica, capace di rappresentare le aspirazioni, le ambizioni, la cavalleria e l’eroismo del popolo tunisino musulmano. Per cui, quest’ultimo deve agire in fretta per trovare e far emergere i suoi leaders islamici sul terreno, dei leaders sinceri, competenti e indipendenti che parleranno a loro nome e che proteggeranno i sacrifici e le realizzazioni del popolo.
Così, non ci auguriamo, in questo periodo di transizione, di vedere il popolo tunisino musulmano seguire o allearsi ai partiti politici laici sviati o sospetti, qualunque bisogno li spinga a fare ciò, poiché l’alleato di un popolo fa parte di esso: “Colui che li prenda per alleati sarà dei loro” e “colui che rafforzi il rango di un popolo ne farà parte”. State dunque in guardia, o servi di Allah!
In compenso, facciamo appello alla creazione di un gruppo islamico indipendente che adotti il Corano e la Sunnah secondo la via dei Pii Predecessori, come metodologia, che vi si tenga fermamente, e che possieda una leadership forte e indipendente capace di essere all’altezza di questa religione così come all’altezza delle aspirazioni e delle ambizioni del popolo tunisino musulmano.
In ottavo luogo:
Infine, noi diciamo a tutti i popoli dominati da decenni dall’oppressione e dalla tirannia dei tawaghît: è giunto il tempo per voi di rovesciare questi tiranni ingiusti e di sbarazzarvi dei loro sistemi corrotti e miscredenti, conformemente alla parola del Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam): “A meno che vediate in loro una miscredenza evidente, di cui abbiate una prova chiara proveniente da Allah”.
Certamente! È tempo di liberarvi dall’umiliazione, dalla paura e dal degrado. È tempo per voi di vivere come Uomini liberi, e non come schiavi sotto la servitù di altri schiavi o come un gregge sulla terra dei suoi padroni.
Sappiate che una sola cosa vi separa dalla vittoria e dal trionfo, dall’onore e dalla dignità: dovete spezzare le sbarre della paura lo spazio di una sola ora, poiché il tâghût non ha la forza di misurarsi col popolo per più di una battaglia, purché il popolo sia unito. E se egli cerchi di opporsi al popolo per la seconda o la terza battaglia, ne uscirà soltanto più fragile e indebolito. L’onorevole esperienza tunisina ne è la perfetta illustrazione.
Se volete distaccarvi dal tâghût, dovete prima liberarvi dalla paura che opprime i vostri petti. Il diavolo vi ispira questa paura a prezzo dell’onore e della dignità, vi fa temere i suoi alleati tra i tawâghît, rendendo piacevoli ai vostri occhi l’umiliazione, il degrado e la servitù agli uomini. Ora, il riscatto da tutto ciò è indubitabilmente più oneroso di quello dall’onore; Allah l’Altissimo dice:
Certo è Satana che cerca di spaventarvi con i suoi alleati. Non abbiate paura di loro, ma temete Me se siete credenti (Corano III. Âl-‘Imrân, 175)
E anche

Li temete? Allah ha più diritto di essere temuto,se siete credenti :(Corano IX. At-Tawba, 13)



Ci rivolgiamo altresì ai tawâghît al potere dicendo loro: “Sappiate analizzare i vostri popoli così come i movimenti popolari con molta attenzione, prima che sia troppo tardi e prima di mordervi le mani, il giorno in cui i rimorsi non vi saranno di alcuna utilità. Non lasciatevi ingannare dalla calma apparente del vulcano in ebollizione che non attende altro che il momento [opportuno] per esplodere. Non contate sulle vostre milizie criminali, considerate a torto come delle forze di sicurezza, con troppa fiducia mentre la sola sicurezza su cui vegliano è quella del tâghût, del suo palazzo e della sua famiglia.. Queste milizie non vi serviranno a nulla dinanzi alla collera delle popolazioni.
Dunque comprendete correttamente i vostri popoli e riconciliatevi con loro prima che giunga il giorno in cui né la comprensione né l’intesa, né la pace o la riconciliazione vi serviranno. Quel giorno, direte la stessa cosa che ha detto il tâghût tunisino al suo popolo: “Vi ho capiti, sì, vi ho capiti. Oggi vi ho finalmente capiti. Farò questo e quello”. Per poi mettersi ad illuderli con false speranze, come il diavolo che faccia delle promesse ai suoi alleati, ma la sua comprensione è giunta troppo tardi, nel momento in cui l’intesa e il dialogo non potevano che lasciar spazio ai rimpianti.
Insomma, la tirannia è un piacere effimero seguito dai rimorsi, dalla tortura e dalla maledizione dei popoli fino al Giorno del Giudizio:
Non c’è altro compenso per colui che agisce così se non l’obbrobrio in questa vita e il castigo più terribile nel Giorno della Resurrezione. Allah non è incurante di quello che fate (Corano II. Al-Baqara, 85)
Numerosi sono gli esempi ma poche persone ne traggono le lezioni necessarie. E non vi è forza né potenza che in Allah.

Abdul Mun’im Mustafa Halîma
Abû Bassîr At-Tartûssî
Redatto il 14/2/1432 dell’Hijrah – 18 gennaio 2011 (calendario gregoriano)
la presente traduzione è basata sulla versione francese (che Allah ricompensi le traduttrici âmîn)
Sito in arabo:

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[1] Letteralmente: “Lo spendore dei démoni”.
[2] Letteralmente: “Lo splendore degli adoratori”.
[3] Zindîq significa: falso devoto, irreligioso o ancora miscredente [ndt francese].
[4] L’apostasia aggravata (Riddatu Mughalladha) è citata in opposizione all’apostasia semplice (Riddatu Mujarrada). In effetti, l’apostasia è di due tipi: semplice o aggravata. Essa può essere aggravata in sé (es. Insultare Allah o il Suo Profeta) o a causa di tutto ciò che l’accompagna come corruzione, decadenza, omicidio e guerra contro l’Islam e i musulmani. In uno Stato Islamico, la pena legale relativa al colpevole di un’apostasia aggravata è applicata senza domanda di pentimento preliminare (Istitâba). Contrariamente all’apostasia semplice in cui è data al colpevole l’occasione di ritrattare e di pentirsi prima dell’applicazione della pena [ndt francese].
[5] Apostasia composta (Murakkaba): questo termine è talvolta impiegato come sinonimo dell’apostasia aggravata o può voler dire la somma di diversi tipi e diverse cause di miscredenza riunite nella stessa persona, e Allah è il più Sapiente [ndt francese].
[6] Al-Bukhârî.
[7] Muslim.



sabato 22 gennaio 2011

Ermanno Visintainer, Ahmed Yassawi. Sciamano, sufi e letterato kazako, Vox Populi, Pergine Valsugana 2010

Cupola of the Yassawi Mausoleum in Türkistan (Turkestan). The mausoleum has been built between 1397 and ca. 1600 and still looks unfinished. However, the minor cupola presents fine tilework.

                                                                                        

Nato verso il 1100 a Sayrâm (odierno Xinjiang), Ahmed ibn Ibrâhîm ibn ‘Alî è noto con l'appellativo di Yesevî (Yassawi) dal nome della città di Yesî (odierno Kazakistan), dove fece i suoi primi studi. La sua istruzione proseguì a Bukhara, dove fu discepolo di Yûsuf Hamadânî (441/1049-535/1140); tornato a Yesî, vi morì nel 562/1166-1167. In seguito Yesî fu chiamata Türkistan, donde il titolo di Hadrat-i Turkestân attribuito ad Ahmed. Sulla sua tomba e sulla vicina moschea, lungo la riva del Sîr-Darya, nell'VIII secolo dell'Egira Tamerlano fece erigere un mausoleo a doppia cupola, che, completato nell'801/1398, divenne meta di frequenti pellegrinaggi, specialmente di Uzbechi e Kazaki.
Infatti la Yeseviyye, l'ordine iniziatico fondato da Ahmed Yesevî, attraverso le sue varie diramazioni svolse un ruolo fondamentale nell'islamizzazione delle tribù turche e nell'adattamento dell'Islam all'ambiente delle steppe. Nelle pratiche del sufismo vennero integrati diversi elementi tipici della cultura centroasiatica: la partecipazione promiscua di uomini e donne alle assemblee rituali, il sacrificio di vittime animali e la consumazione del banchetto (shilen) presso i sepolcri dei santi, l'uso del turco nelle recitazioni di testi diversi dall'orazione canonica. Ibn Battuta, il quale visitò l'accampamento invernale di ‘Alâ' ad-dîn Tarmâshirîn (1326-1334), sultano della Transoxiana, riferisce (III, 36) che dopo l'orazione mattutina quest'ultimo recitava il dhikr in lingua turca.
La Yeseviyye fu una confraternita di nomadi che si diffuse su una vasta porzione dello spazio eurasiatico: dal Turkestan cinese alla regione della Volga, dalle Steppe dei Kirghisi al Khorasan, all'Azerbaigian, all'Anatolia, dove produsse uomini come Yûnus Emre (m. 1320?), il più grande santo e poeta dell'età selgiuchide.
Poeta, oltre che santo, fu d'altronde lo stesso Ahmed Yesevî, sotto il nome del quale ci è pervenuto un Dîvân-i Hikmet ("Canzoniere della Saggezza"). Composto probabilmente in una lingua vicina a quella del Qutadgu Bilik (la prima opera letteraria della cultura musulmana d'epoca qarakhanide, sec. XI), il Canzoniere ci si presenta oggi in una lingua ciagatai alquanto tarda. Undici hikmet di questo Canzoniere (componimenti articolati in quartine di versi in metrica sillabica) sono stati riportati nel testo originale, con traduzione italiana a fronte, nella monografia che Ermanno Visintainer ha intitolata a Ahmed Yassawi. Sciamano, sufi e letterato kazako. Questo saggio del turcologo trentino (preceduto da una Presentazione dell'ambasciatore della Repubblica del Kazakhstan presso la Repubblica Italiana e da una Prefazione dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco) inquadra la "vita leggendaria" di Ahmed Yesevî in un contesto culturale, quello centroasiatico, di cui viene messa in luce la caratteristica varietà di forme tradizionali: dal monoteismo uranico precursore di quello islamico al taoismo venuto dalla Cina, dall'arcaico sciamanesimo autoctono allo zoroastrismo irradiatosi dall'Iran, dal buddhismo al cristianesimo nestoriano e manicheo.
Illustrando l'eredità spirituale di Ahmed Yesevî attraverso una rassegna delle pratiche e degli insegnamenti che furono trasmessi alle successive generazioni di discepoli, l'Autore si sofferma in particolare sulla "khalvet, la solitudine ascetica". In effetti Ahmed Yesevî attribuì grande importanza al ritiro spirituale, sicché è possibile considerare la Khalvetiyye, che si sviluppò nella regione caucasica e si diffuse in Anatolia, come un'appendice occidentale della Yeseviyye. Per quanto concerne filiazioni di questo genere e, in particolare, la questione della derivazione della Naqshbendiyye e della Bektashiyye, le due confraternite più diffuse nel mondo turco e poi irradiatesi in gran parte del continente eurasiatico, l'Autore mantiene un atteggiamento di corretta cautela: sia riguardo al rapporto tra Ahmed Yesevî e Hâjjî Bektâsh, sia riguardo alla nascita della Naqshbendiyye, che, se fosse ricollegabile alla Yeseviyye, rappresenterebbe "l'eredità spirituale del Maestro verso Oriente in senso lato, dal subcontinente indiano all'Indonesia, ma anche ad Occidente, verso il mondo anatolico" (p. 135).

Hajji BektashVeli



Inserita il 17/01/2011 alle 11:47:18                                          
Recensione scritta da Claudio Mutti
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Hajji Bektash Veli «Der heilige Hadschi Baktāsch»; türkische Schreibweise: Hacı Bektaş Veli war ein muslimischer Mystiker (Sufi) aus Khorasan, der in der zweiten Hälfte des 13. Jahrhunderts in Anatolien lebte und wirkte. Nach ihm ist die Bektaschi-Tariqa (Bektaschi-Derwisch-Orden) benannt, die aber aller Wahrscheinlichkeit nach nicht von ihm selbst gegründet wurde. Über sein Leben ist nicht viel bekannt. Es gilt zwar als gesichert, dass eine Person mit diesem Namen existiert hat und bedeutenden Einfluss auf die Bevölkerung Anatoliens hatte. Alles weitere fällt jedoch größtenteils in den Bereich der Legende.Die Hauptquelle für das Leben Hajji Bektash Velis ist die Walāyat-Nāma aus dem späten 15. Jahrhundert. Hadschi Baktāsch wurde in Nischapur im Westen Khorasans (heute Iran) geboren. Nach der Walāyat-Nāma war er der Sohn eines gewissen SayyidImam Mūsā al-Kāẓim, des 7. Imams der Imamiten. Jedoch ist das ein ganz offensichtlicher Fehler des Autors, denn seine Angabe ist, zeitlich betrachtet, unmöglich. Ebenfalls ist es durch andere Quellen nicht nachweisbar, ob er tatsächlich aus Nischapur stammte. Die Bezeichnung "Khorasan erenleri""die Heiligen Khorasans") war bei den turkmenischen Nomaden Anatoliens ein allgemeiner Ehrentitel für viele Mystiker und religiöse Gelehrten, denn das ostpersische Khorasan war zu jener Zeit ein Zentrum der islamischen Blütezeit. Anders betrachtet ist die Bezeichnung aber auch gleichzeitig ein Indiz dafür, dass Hadschi Baktāsch wohl tatsächlich aus Khorasan stammte und mit hoher Wahrscheinlichkeit persischer, denn zur Lebzeit Hadschi Baktāschs hatte sich das Reich der Rum-Seldschuken zu einer Fluchtstätte für persische Gelehrten und Heilige entwickelt, die aus ihrer Heimat aufgrund der mongolischen Invasion fliehen mussten - das ist wohl der Kern der türkischen Redewendung. (siehe auch: Rumi, Attar) Muhammad bin Musā und, so wird behauptet, ein Urenkel des (türk. Abstammung war
Der Legende nach war er zum Zeitpunkt seiner Flucht nach Anatolien ein vierzigjähriger Derwisch der Yesevi-Tariqa und der khalifa (Stellvertreter) Ahmad Yasawis, des Begründers des Ordens. Aber auch diese Behauptung ist zeitlich betrachtet unmöglich und ist eher als eine spätere Innovation aufzufassen, welche die beiden Heiligen zusammenführen soll.
Glaubhafter ist hingegen die Annahme, dass Hajji Bektash Veli zu den Qalandari-Sufis Bābā Rassul-Allāh Eliyās Khorāsānīs (1240 hingerichtet) gehört hat. Diese Annahme wird durch frühe Chronographen der Mevlevi-Derwische indirekt bestätigt, die ihn als einen anti-orthodoxen Mystiker mit "gnostischer Illumination" beschrieben, welcher "die Scharia vollkommen ablehnte" - Eigenschaften, die für ostpersische Qalandari-Mystiker jener Zeit sehr typisch waren.
Hajji Bektash Veli ließ sich in Sulucakarahöyük (heute Hacıbektaş, Provinz Nevşehir) nieder, möglicherweise aus dem Grund, weil es dort zur damaligen Zeit wenig Tekkes gab. Sulucakarahöyük war ein entlegener Ort, weit entfernt von den Zentren Anatoliens, wo das politische Geschehen und ein reger Handel stattfanden.
Aggiunto da Janua Coeli il 21.01.2011




mercoledì 19 gennaio 2011

Il veicolo linguistico dell'egemonia atlantica



“Non vi lasciate sedurre da quell’anglomania che regna da qualche anno in qua in alcuna parte d’Italia”. (Metastasio, Lettera al Rovatti del 18 gennaio 1775)


La lingua del sì                                                             

Come le analoghe denominazioni relative agli Arabi, ai Turchi, agli Austriaci, ai Russi e ad altri popoli costruttori d'imperi, così anche Romanus è uno di quegli aggettivi e sostantivi che, dopo aver indicato l'appartenenza ad una comunità nazionale o tribale o ad un luogo particolare, persero quasi del tutto l'originario valore etnico per rivestire un'accezione giuridica e politica. Fu così che tra il IV e il V sec. d. C. l'africano Agostino poté scrivere che nell'Impero romano "omnes Romani facti sunt et omnes Romani dicuntur" (1) e un alto funzionario imperiale d'origine gallica, Claudio Rutilio Namaziano, componeva l'ultimo inno in onore di Roma celebrandone la missione: "Fecisti patriam diversis gentibus unam, (...) urbem fecisti quod prius orbis erat" (2).
Tuttavia allo spazio imperiale romano, che per mezzo millennio costituì un'unica patria per le diversae gentes comprese tra l'Atlantico e la Mesopotamia e la Britannia e la Libia, non corrispose un'unica lingua comune, poiché nella parte orientale, sia prima sia dopo la divisione ufficiale tra Arcadio ed Onorio, non giunse mai a termine il processo di romanizzazione linguistica. "E' noto che il Latino trovò sempre molta difficoltà a imporsi in quei territori in cui si trovò in concorrenza col Greco, lingua che aveva, presso gli stessi Romani colti, un maggiore prestigio storico e culturale" (3). Quello romano fu dunque in sostanza un impero bilingue: il latino e il greco, in quanto lingue della politica, della legge e dell'esercito, oltre che delle lettere, della filosofia e delle religioni, svolgevano una funzione sovranazionale, alla quale gli idiomi locali dell'ecumene imperiale non potevano adempiere.
Con la fine dell'Impero d'Occidente, ebbe luogo quella frantumazione della latinità che favorì il processo di formazione delle parlate romanze, sicché sul principio del sec. XIV l'Europa appariva agli occhi di Dante articolata in tre aree linguistiche: quella corrispondente alle parlate germaniche e slave nonché all'ungherese, quella greca e quella neolatina, all'interno della quale egli poteva ulteriormente distinguere le tre unità particolari di provenzale (lingua d'oc), francese (lingua d'oil) e italiano (lingua del sì). Ma Dante era ben lungi dall'usare l'argomento della frammentazione linguistica per sostenere la frammentazione politica; anzi, solo la restaurazione dell'unità imperiale avrebbe potuto far sì che l'Italia, "il bel paese là dove il sì suona" (4), tornasse ad essere "il giardin dello 'mperio" (5). E l'impero aveva la sua lingua, il latino, poiché, come diceva lo stesso Dante, "lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile" (6).
Se nella visione di Dante l'identità linguistica e quella nazionale rimanevano all'interno dell'ideale cornice dell'Impero, con la fine del Medio Evo venne in primo piano il nesso di lingua, nazione e Stato nazionale. Tale nesso "si rafforzò poi per il sorgere d'una politica linguistica degli stati, si ravvivò nelle polemiche letterarie e in quelle religiose, acquistò colore e vivacità nelle fantasie popolaresche o semidotte sui caratteri delle lingue e nazioni europee, e assunse, infine, la dignità d'una idea centrale nelle meditazioni di Francesco Bacone e di Locke, di Vico e di Leibnitz sulla storia linguistica e civile dei popoli" (7).
A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, quando in alcune parti d'Europa venne proclamato il principio dell'autonomia politica delle nazionalità, la lingua diventò bandiera di lotta politica. "Se chiamiamo popolo gli uomini che subiscono le medesime influenze esterne sui loro organi vocali e che, vivendo insieme, sviluppano continuamente la propria lingua comunicando sempre tra loro; dovremo dire che la lingua di questo popolo deve essere di necessità quella che è e non può essere diversa. (...) Tutto lo sviluppo di un popolo dipende dalla natura della lingua da lui parlata" (8). Così, attraverso queste parole di Fichte, si esprime il nazionalismo romantico agl'inizi dell'Ottocento, mentre si manifesta l'esigenza che ad ogni unità statale corrisponda una parallela unità linguistica. "Ogni sistema linguistico, in quanto condizione di reciproca comprensione e affratellamento, è una spinta verso un disegno politico di indipendenza, di unità" (9). Dove l'aspirazione all'autonomia era ostacolata dalla dispersione della nazione in una serie di entità politiche subnazionali, il richiamo all'unità linguistica diventava fattore di unità; ma se il progetto d'autonomia doveva confrontarsi con una formazione statale sopranazionale, allora l'enfatizzazione dell'identità linguistica veniva a costituire un fattore di ulteriore disgregazione dello spazio politico europeo.
Per quanto riguarda in particolare il Risorgimento italiano, se esso da una parte contribuì alla disgregazione dello spazio politico europeo sottraendo all'impero absburgico i territori italiani direttamente o indirettamente soggetti all'Austria, dall'altra si trattò pur sempre di un processo unitario, perché il potere dei Savoia si estese su tutta una Penisola che era precedentemente frazionata in sette entità politiche. Fu così che nel Regno d'Italia la scuola, la burocrazia e l'esercito modificarono le condizioni linguistiche e contribuirono alla diffusione della lingua comune; all'azione degli organi del nuovo Stato unitario si aggiunse quella svolta dalla stampa (quotidiana, periodica e non periodica) e dagli spettacoli, poi dal cinema sonoro e dalla radio.
Con la Grande Guerra, che favorì la temporanea convivenza di soldati originari di ogni parte del territorio nazionale, il lessico italiano si arricchì di unità lessicali provenienti da vari dialetti. Ma le sorti della lingua italiana furono decise dagli esiti della successiva guerra mondiale: l'invasione e l'occupazione dell'Italia e il suo inserimento nell'area geopolitica egemonizzata dalle Potenze atlantiche segnarono l'inizio di un processo linguistico che ha condotto alla nascita dell'attuale itanglese. Giacomo Devoto ha registrato l'avvio di tale processo usando la terminologia anodina e fredda del glottologo: "Una impronta interessante anglo-americana lasciarono, irradiando da Napoli, i ragazzi detti sciuscià (dall'inglese "shoeshine"), in quanto si offrivano come "lustratori di scarpe". Anche segnorina, riferita al significato restrittivo di "passeggiatrice", è sì l'italiano "signorina", ma la pronuncia E della vocale protonica vi è rimasta come traccia della pronuncia normale sulla bocca dei militari anglo-americani a Napoli, e cioè del filone che le ha assicurato la fortuna" (10).


L'influsso inglese sull'italiano

La lingua inglese, diventata egemone nel corso di quel "secolo americano" che ha visto la conquista statunitense dell'Europa, fino al XVIII secolo esercitò sull'italiano un influsso praticamente irrilevante. Nel Dugento troviamo attestato un unico anglicismo, sterlina; nel Trecento è documentata la presenza di poche voci del lessico commerciale; fra il Quattrocento e il Cinquecento abbiamo una quarantina di termini, peraltro scarsamente diffusi, attinenti alla vita politica e civile dell'Inghilterra; al Seicento, il secolo dei primi dizionari italiano-inglesi, risalgono milord e rum; nel Settecento, per lo più attraverso la mediazione del francese, entrano in italiano e vi attecchiscono numerosi anglicismi appartenenti soprattutto al lessico politico, a riconferma della conclusione tratta da Arturo Graf al termine di un suo celebre studio: "l'anglomania e l'influsso inglese furono nel Settecento uno dei fatti più notabili della storia nostra, produttivo di effetti molteplici" (11).
Ma è nel corso dell'Ottocento che si fanno più strette le relazioni culturali tra Italia e Inghilterra. Grande è in quel secolo la fortuna italiana di poeti quali Alexander Pope, John Milton e George Byron e di romanzieri quali Walter Scott, Fenimore Cooper e Charles Dickens, nonché la diffusione di opere storiche, giuridiche, scientifiche e tecniche tradotte dall'inglese in italiano. Gli anglicismi ottocenteschi si presentano spesso in forma adattata (abolizionista, assolutista, radicale, boicottare, ostruzionismo ecc.); ma a volte compaiono in forma non adattata, come nel caso di leader, meeting, premier, budget, o di self government e platform ("programma di partito" nell'inglese d'America), cui però subentrano successivamente i calchi autogoverno e piattaforma. Dato l'interesse per il sistema politico inglese, particolarmente vivo tra i liberali italiani del secolo decimonono, il numero degli anglicismi è elevatissimo nella terminologia politica; ma se ne diffondono parecchi anche nel settore della moda (dandy, jersey, plaid, smoking, tight ecc.), dei mezzi di comunicazione (ferry-boat, tandem, cab, tunnel ecc.), delle attività agonistiche (foot-ball, tennis, base-ball ecc.), del commercio (copyright, manager, stock ecc.), della gastronomia (sandwich, brandy, whisky ecc.) e in altri campi ancora (12).
Nella prima metà del Novecento, la lingua europea più conosciuta in Italia era il francese. Le prime cattedre universitarie di inglese vennero istituite nel 1918; a quel medesimo anno risale la nascita dell'Istituto Britannico fiorentino, che, "con la sua biblioteca e i suoi corsi linguistici, divenne ben presto il centro più importante di diffusione appunto della lingua inglese a livello universitario" (13). La Grammatica ragionata della lingua inglese di V. Grasso, pubblicata a Palermo nel 1924, arriva all'ottava edizione nel 1965; il Corso di lingua inglese moderna di M. Hazon esce in ventitré edizioni fra il 1933 e il 1963; la Grammatica della lingua inglese per gli alunni degli istituti tecnici, ginnasi moderni e scuole commerciali di G. Orlandi conosce tre edizioni e tre ristampe fra il 1923 e il 1935. Nondimeno nella prima metà del secolo la conoscenza dell'inglese rimane piuttosto limitata, sicché "molte volte la pronunzia italiana delle parole inglesi rispecchia la forma grafica della parola, cioè si pronunziano le parole inglesi come se fossero italiane o si adottano soluzioni di compromesso; e questo prova come la maggior parte dei prestiti dall'inglese siano giunti per via scritta, a differenza di quanto era avvenuto precedentemente per i prestiti dal francese, giunti in gran parte per via orale" (14). Gli anglicismi che, in forma sia adattata sia non adattata, penetrano in italiano fino alla Seconda Guerra Mondiale riguardano le attività agonistiche (bob, corner, dribblare, goal, golf, rally ecc.), il campo degli affari (business, slogan, traveller's cheque, trust ecc.), il mondo dello spettacolo (cast, film, gag, girl, music-hall, recital, vamp ecc.), l'abbigliamento (golf, nylon, slip, trench ecc.), i rapporti sociali e politici (boss, fair play, gentlemen's agreement, isolazionismo, obiettore di coscienza ecc.) e ad altri campi semantici di vario genere (bar, camping, carta carbone, clacson, cow-boy, globe-trotter, hobby, jolly, pipeline, proibizionismo, sex appeal, stilografica ecc.).
Ma a determinare la definitiva prevalenza dell'inglese sul francese furono la sconfitta dell'Europa nella Seconda Guerra Mondiale e l'ampia diffusione della "cultura" anglo-americana nell'area egemonizzata dagli Stati Uniti d'America; in seguito all'assorbimento della Penisola nell'Occidente a guida statunitense, un numero enorme di anglicismi e di americanismi invade la lingua italiana e i suoi stessi dialetti (15). Una percentuale consistente riguarda il mondo della musica, dei balli e dello spettacolo: boogie-woogie, rock and roll, juke-box, night-club, strip-tease, show, happening, quiz ecc.; dei giochi: bowling, flipper, minigolf ecc.; dell'alimentazione: fast food, pop corn, drink ecc.; dell'abbigliamento: baby-doll, beauty-case, blue-jeans, montgomery, topless ecc.; dei trasporti: guardrail, jet, scooter, ski-lift, terminal ecc.; delle attività produttive e commerciali: full time e part time, leasing, marketing, self-service, supermarket, discount, duty free, franchising ecc.; delle professioni: hostess, steward, tour operator, baby-sitter, dog-sitter, call-girl, escort ecc.; dell'informatica: computer, bit, hardware, mouse, internet, web, link, e-mail, social network, bannare, chattare ecc.; della vita sociale: escalation, establishment, leadership, public relations, top secret, privacy ecc.; della delinquenza: kidnapping, killer, racket, pusher, new economy, hedge fund, subprime, broker ecc.; perfino degli stati d'animo: relax, stress, suspense ecc. Ma c'è di più: sono penetrati nell'uso italiano anche acronimi (NATO, VIP, AIDS ecc.), suffissi (come -ale in demenziale, dirigenziale ecc.), interiezioni e didascalie fumettistiche avvertite come tali (sigh, gulp, wow), perfino nomi personali (William, Rudy, Jessica ecc.). Oltre all’abominevole okay, addirittura l’avverbio della risposta affermativa: yes.
Non bisogna quindi meravigliarsi più di tanto, se da un convegno di Federlingue (Associazione italiana di servizi linguistici) tenuto nel 2010 è emerso che negli ultimi otto anni l'uso di anglicismi e americanismi nei testi italiani è aumentato del 773% (16).


La lingua dello yes

Il glottologo Paolo Zolli, che a metà degli anni Settanta elencava buona parte dei termini elencati più sopra per esemplificare "l'influsso prepotente dell'inglese sull'italiano in quest'ultimo dopoguerra" (17), osservava: "Il modello di vita americano, al quale l'occidente guarda, fa sì che si adoperino anglicismi in luogo di parole italiane che pure esistono, o potrebbero esistere" (18). Che esistano parole italiane corrispondenti sotto il profilo semantico agli anglicismi e americanismi attualmente in voga, lo ha cercato di dimostrare un volenteroso dilettante, compilando una sorta di Appendix Probi adeguata alla bisogna (19). Il fatto che iniziative di questo genere non vengano assunte dagl'italianisti universitari è emblematico della colpevole indifferenza con cui gl'intellettuali assistono a una situazione così grave. Particolarmente emblematico, nonché drammatico, è che i dizionari della lingua italiana, adottando non il criterio normativo, bensì quello "della massima indiscriminata apertura", registrino qualunque vocabolo dell'itanglese, da acker (sic) a zapping (20).
Perfino un autorevole cruscante, Giovanni Nencioni, ha affermato con noncuranza che "non conviene dar peso agli anglismi di moda, snobistici, destinati a tramontare (...) né a quelli che ammiccano intenzionalmente all'appartenenza al costume straniero, come fast food, che in bocca italiana ha la stessa intenzione connotativa di pizza o spaghetti in bocca americana". Il vero problema sarebbero invece gli anglicismi scientifici e soprattutto quelli tecnologici, a proposito dei quali Nencioni richiama un analogo precedente della storia linguistica italiana: "la penetrazione, nell'Italia settecentesca, della cultura illuministica per mezzo del principale suo strumento, la lingua francese, che inondò l'italiano di francesismi, provocando una sdegnata reazione puristica" (21).
Ma l'analogia storica proposta da Nencioni zoppica un po'; d'altronde è lui stesso a rilevare la differenza tra il francese del XVIII secolo e il tipo di inglese attualmente in uso: "Quel francese era la raffinata voce del più elevato strato etico e speculativo di una cultura nazionale non molto settorializzata e radicata in un profondo humus umanistico", mentre l'inglese globalizzato "ha assunto il compito di pragmatico interprete di relazioni internazionali e di diffusore dell'attività scientifica e tecnologica del mondo anglosassone (e del restante mondo che condivide quell'attività), con spirito, se non culturalmente neutrale, prevalentemente strumentale. Funge infatti da lingua settorialmente specificata (bancaria, commerciale, diplomatica, informatica ecc.) oppure circùita, nei suoi limiti di lingua naturale, quei risultati delle scienze pure ed applicate che negli aspetti più esoterici ed essenziali si servono di codici artificiali accessibili ai soli iniziati" (22).
Il confronto tra il ruolo svolto dal francese settecentesco e quello dell'inglese odierno costituisce un argomento che potrebbe essere approfondito richiamando le considerazioni svolte a suo tempo da Giacomo Leopardi circa i francesismi. "Certo è - leggiamo nello Zibaldone - che non ripugna alla natura né delle lingue, né degli uomini, né delle cose, e non è contrario ai principii eterni ed essenziali dell'eleganza, del bello ec. che gli uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d'idee con parole e modi appresi e ricevuti da un'altra nazione, che sia seco loro in istretto e frequente commercio, com'è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e generalmente per l'influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la colta Europa" (23). I francesismi che penetravano nell'italiano fra il Settecento e l'Ottocento erano dunque degli europeismi, mentre gli anglicismi odierni sono in realtà degli occidentalismi, se mi è lecito far uso di tali termini. In secondo luogo, se Leopardi riteneva che l'influenza del francese sull'italiano non pregiudicasse i princìpi dell'eleganza e del bello, chi potrebbe seriamente sostenere la compatibilità di tali princìpi con la lingua dello yes?
Infatti la condizione sulla quale il Leopardi insiste è che il barbarismo, oltre a non essere l'inutile doppione di un vocabolo italiano, "non ripugni dirittamente, anzi punto, all'indole generale e all'essenza della lingua, né all'orecchio e all'uso de' nazionali" (24). Ora, parole come spot, flash, staff, team, soft, hard, freak, punk ecc. ripugnano per l'appunto "all'indole generale e all'essenza" dell'italiano a causa della diversità di struttura fonetica, mentre l'italiano sembra aver perso la sua tradizionale capacità di adattare al proprio sistema fono-morfologico la parola straniera (ad es. trasformando beef-steak in bistecca) o di realizzare calchi formali (ad es. riproducendo skyscraper nella forma grattacielo).
La posizione di Nencioni riferita più sopra sembra confermare quella di un brillante intellettuale non specialista, il quale, volendo servirsi dei risultati acquisiti dall'indagine etimologica per dedurne informazioni relative alla storia del popolo italiano e chiarirne in particolare i rapporti coi vicini europei e mediterranei, ha preso in esame i prestiti francesi, germanici, iberici ed arabi, ma ha escluso gli anglicismi, in quanto la caterva alluvionale di parole inglesi e americane si è riversata "sull'Italia, non sulla lingua italiana. (...) Restano inglesi, non diventano italiano" (25). Verissimo. In genere gli anglicismi, a differenza dei prestiti provenienti da altre lingue (completamente assimilati al sistema fono-morfologico dell'italiano), mantengono l'aspetto formale originario, anche se spesso vengono trascritti con una grafia imprecisa e pronunciati in maniera approssimativa. Rientrano dunque in quella categoria di parole di prestito che i glottologi tedeschi chiamano Fremdwo"rter, "parole straniere", e che dovrebbero essere, "dalla maggior parte dei parlanti colti, ritenuti come un corpo estraneo, come una moneta straniera" (26).
Così almeno teorizzava Carlo Tagliavini (1903-1982), il quale preferiva chiamare "prestiti di moda" quelli che lo svizzero Ernst Tappolet (1870-1939) aveva chiamati Luxuslehnwörter, "prestiti di lusso" (27). Ma l'attuale invasione linguistica angloamericana non è più riducibile a un fenomeno di moda e tanto meno di lusso, sicché tali definizioni andrebbero aggiornate e il fenomeno dovrebbe essere considerato alla luce di esplorazioni in ambiti extralinguistici. Ma la linguistica accademica non è solita occuparsi di fattori che essa ritiene estranei al proprio campo d'indagine, quali il collaborazionismo della classe politica, la complicità di un ceto intellettuale mercenario e il conformismo della plebe dei dominati. Il nesso tra questione linguistica e questione politico-sociale si trova invece esplicitamente indicato in una riflessione del già citato Zibaldone leopardiano: "Per rimetter davvero in piedi la lingua italiana, - annotava il poeta in data 16 marzo 1821 - bisognerebbe prima in somma rimettere in piedi l'Italia, e gl'italiani" (28).

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1. Sant'Agostino, Ad Psalmos, LVIII, 1.
2. Rutilio Namaziano, De reditu, I, 63-66.
3. C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Pàtron, Bologna 1982, p. 174.
4. Dante, Inf. XXXIII, 80.
5. Dante, Purg. VI, 105.
6. Dante, Convivio, I, 5.
7. T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza, Bari 1965, p. 10.
8. J. G. Fichte, Discorsi alla nazione tedesca, Edizioni di Ar, Padova 2009, pp. 58 e 69.
9. G. Devoto, Il linguaggio d'Italia, Rizzoli, Milano 1974, p. 295.
10. G. Devoto, op. cit., pp. 327-328.
11. A. Graf, L'anglomania e l'influsso inglese in Italia nel secolo XVIII, Loescher, Torino 1911, p. 426.
12. A. Benedetti, Le traduzioni italiane da Walter Scott e i loro anglicismi, Olschki, Firenze 1974; A. L. Messeri, Voci inglesi della moda accolte in italiano nel XIX secolo, "Lingua nostra", XV, 1954, pp. 47-50; A. L. Messeri, Anglicismi ottocenteschi riferiti ai mezzi di comunicazione, "Lingua nostra", XVI, 1955, pp. 5-10; A. L. Messeri, Anglicismi nel linguaggio politico italiano nel '700 e nell''800, "Lingua nostra", XVIII, 1957, pp. 100-108.
13. I. Baldelli in: B. Migliorini e I. Baldelli, Breve storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1972, p. 331.
14. P. Zolli, Le parole straniere, Zanichelli, Bologna 1976, p. 60.
15. Per gli anglicismi del secondo dopoguerra, cfr. I. Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze 1972; I. Klajn, Su alcuni anglicismi nella recente terminologia linguistica, "Lingua nostra", XXXV, 1974, pp. 86-87; G. Rando, Anglicismi nel "Dizionario moderno" dalla quarta alla decima edizione, "Lingua nostra", XXX, 1969, pp. 107-112; G. Rando, Influssi inglesi nel lessico italiano contemporaneo, "Lingua nostra", XXXIV, 1973, pp. 111-120. Per gli anglicismi nei dialetti italiani, cfr. A. Menarini, Sull'"italo-americano" degli Stati Uniti, in Ai margini della lingua, Sansoni, Firenze 1947, pp. 145-208; O. Parlangeli, Anglo-americanismi salentini, "Lingua nostra", IX, 1948, pp. 83-86; G. Tropea, Americanismi in Sicilia, "Lingua nostra", XVIII, 1957, pp. 82-85; G. Tropea, Ancora sugli americanismi del siciliano, "Archivio glottologico italiano", XLIV, 1959, pp. 38-56, XLVIII, 1963, pp. 170-175, LVIII, 1973, pp. 165-182; G. Rando, Alcuni anglicismi nel dialetto di Filicudi Pecorini, "Lingua nostra", XXVIII, 1967, pp. 31-32.
16. Il nostro uso di parole inglesi è cresciuto del 773% in otto anni, "Corriere della Sera", 10 marzo 2010.
17. P. Zolli, op. cit., pp. 67-68.
18. P. Zolli, op. cit., p. 67.
19. A. Mezzano, L'antibarbaro. Vocabolario dell'italianità, Jivis Editore (mancano le indicazioni del luogo e della data d'edizione).
20. G. Devoto - G. C. Oli, Nuovo dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1987.
21. G. Nencioni, Il destino della lingua italiana, Accademia della Crusca, Firenze 1995, p. 3.
22. G. Nencioni, op. cit., pp. 5-6. L'evocazione di concetti quali "esoterismo" e "iniziazione", in relazione all'attuale funzione dell'inglese, mi induce qui ad una digressione che cercherò di contenere entro limiti accettabili. Più d'una volta sono stato tentato di riconoscere nell'inglese odierno le caratteristiche di una "lingua sacra", ma, ovviamente, in quel senso invertito del termine che si rapporta all'idea di "controiniziazione", intesa nel senso precisato da René Guénon. Infatti, come la fase attuale della Zivilisation occidentale è caratterizzata da una parodia della spiritualità (il fenomeno New Age), del diritto sacro (i "diritti umani"), del culto dei martiri (la Shoah), del messianismo escatologico (la vaticinata fine della storia all'insegna dell'universal trionfo liberalcapitalista), della musica liturgica (il jazz, il rock ecc.), dei luoghi di pellegrinaggio (Auschwitz, lo Yad Vashem, New York), così l'Occidente ha pure una sua parodistica "lingua sacra": l'inglese per l'appunto. Nella sua funzione di lingua mondialista, l'inglese si presenta dunque come una parodia caricaturale di quelle lingue, propriamente sacre o anche solo liturgiche, che hanno svolto o ancora svolgono una funzione spirituale di universalità rispetto ad una corrispondente ecumene tradizionale: tali sono, per esempio, lingue quali il cinese, il sanscrito, il latino, l'arabo.
23. G. Leopardi, Zibaldone, 2501-2502.
24. G. Leopardi, op. cit., 2503.
25. R. Sermonti, Il linguaggio della lingua, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2008, p. 87.
26. C. Tagliavini, op. cit., p. 171.
27. "Quando (...) la parola mutuata corrisponde perfettamente o quasi ad una voce già esistente nel lessico indigeno, ci troviamo dinanzi ad uno di quei prestiti che il Tappolet chiama 'di lusso' (Luxuslehnwörter) e che forse meglio si potrebbero chiamare 'di moda'" (C. Tagliavini, op. cit., p. 273).
28. G. Leopardi, Zibaldone, 799.

Inserita il 20/12/2010 alle 11:09:02
Scritto da Claudio Mutti

domenica 16 gennaio 2011

L'Islamofobia

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Lunedì 27 Dicembre 2010 23:59

L’islamofobia è una forma dell’odio verso la religione e della ribellione verso il Creatore di tutte le cose.Osservazioni propedeutiche ad una trattazione dettagliata dell’ostilità verso l’Islam.

di Enrico Galoppini

Tra le forme del pregiudizio e dell’ostilità[1]attualmente diffuse fra gli italiani e gli altri popoli europei, quella contro l’Islam e i musulmani è senz’altro la più radicata e viscerale. Per rendersi conto di ciò, basti un confronto con altre storicamente note forme del pregiudizio e dell’ostilità: contro i neri, i rom, gli ebrei, gli omosessuali, solo per fare alcuni esempi: certamente esistono oggi persone che nutrono sentimenti negativi verso le suddette categorie, ma tutti costoro o quasi tendono a mascherare, in pubblico, i loro reali pensieri.
Un politico, un giornale o un intellettuale che osasse proferire una parola anche vagamente negativa nei confronti di neri, rom, ebrei ed omosessuali si vedrebbe presto costretto a fare marcia indietro in ossequio al politicamente corretto, pena la rovina professionale e personale. Men che meno, in nessuno dei casi summenzionati improntati al “rispetto” si assiste ad un incoraggiamento al pregiudizio, più o meno diretto, da parte degli esponenti del mondo della politica, dell’informazione e della cultura, i quali, anzi, ci spingono a sentimenti assolutamente positivi verso gli ebrei, Israele e la sua politica, gli omosessuali e le loro “rivendicazioni” in quanto gruppo lobbistico organizzato, i rom che hanno diritto alle case popolari eccetera.
Il motivo ufficiale per cui oggi nessuno può permettersi il lusso di criticare pubblicamente quelle categorie che storicamente, in Europa, sono state oggetto del pregiudizio e dell’ostilità, è che “dobbiamo evitare che si ripetano gli orrori del Novecento”. Eppure gli stessi che “vigilano” in un senso, approvano, giustificandole in ogni modo, analoghe discriminazioni e sopraffazioni che oggi prendono la forma dell’aggressione armata, e culturale, verso intere popolazioni del pianeta e i loro modi di vita. Se si presta infatti attenzione alle linee di politica estera dell’Unione Europea, in un’Europa sede di centinaia di installazioni militari Usa e Nato, e al tipo di “società aperta”, “fluida”, che i suoi dirigenti incoraggiano, ci si rende conto che il forzato rispetto per certune categorie e il disprezzo per altre, incoraggiato per giunta da quasi tutto l’apparato politico-mediatico-culturale, dipende da una precisa scelta di campo ‘civilizzazionale’. L’islamofobia è una forma dell’odio verso la religione e della ribellione verso il Creatore di tutte le cose.Osservazioni propedeutiche ad una trattazione dettagliata dell’ostilità verso l’Islam.

di Enrico Galoppini                                                     


Tra le forme del pregiudizio e dell’ostilità[1]attualmente diffuse fra gli italiani e gli altri popoli europei, quella contro l’Islam e i musulmani è senz’altro la più radicata e viscerale. Per rendersi conto di ciò, basti un confronto con altre storicamente note forme del pregiudizio e dell’ostilità: contro i neri, i rom, gli ebrei, gli omosessuali, solo per fare alcuni esempi: certamente esistono oggi persone che nutrono sentimenti negativi verso le suddette categorie, ma tutti costoro o quasi tendono a mascherare, in pubblico, i loro reali pensieri.
Un politico, un giornale o un intellettuale che osasse proferire una parola anche vagamente negativa nei confronti di neri, rom, ebrei ed omosessuali si vedrebbe presto costretto a fare marcia indietro in ossequio al politicamente corretto, pena la rovina professionale e personale. Men che meno, in nessuno dei casi summenzionati improntati al “rispetto” si assiste ad un incoraggiamento al pregiudizio, più o meno diretto, da parte degli esponenti del mondo della politica, dell’informazione e della cultura, i quali, anzi, ci spingono a sentimenti assolutamente positivi verso gli ebrei, Israele e la sua politica, gli omosessuali e le loro “rivendicazioni” in quanto gruppo lobbistico organizzato, i rom che hanno diritto alle case popolari eccetera.
Il motivo ufficiale per cui oggi nessuno può permettersi il lusso di criticare pubblicamente quelle categorie che storicamente, in Europa, sono state oggetto del pregiudizio e dell’ostilità, è che “dobbiamo evitare che si ripetano gli orrori del Novecento”. Eppure gli stessi che “vigilano” in un senso, approvano, giustificandole in ogni modo, analoghe discriminazioni e sopraffazioni che oggi prendono la forma dell’aggressione armata, e culturale, verso intere popolazioni del pianeta e i loro modi di vita. Se si presta infatti attenzione alle linee di politica estera dell’Unione Europea, in un’Europa sede di centinaia di installazioni militari Usa e Nato, e al tipo di “società aperta”, “fluida”, che i suoi dirigenti incoraggiano, ci si rende conto che il forzato rispetto per certune categorie e il disprezzo per altre, incoraggiato per giunta da quasi tutto l’apparato politico-mediatico-culturale, dipende da una precisa scelta di campo ‘civilizzazionale’.
L’omosessuale, infatti, con le sue “rivendicazioni”, viene utilizzato per scardinare l’istituto della famiglia, mentre lo sperticato “rispetto” per tutto quel che riguarda gli ebrei ed Israele serve a porre nettamente l’Europa nel campo “occidentale” isterilendo sul nascere ogni anelito di rinascita perché gli europei devono vivere in un eterno ed irrimediabile “senso di colpa”.
La famiglia, infatti, secondo un luogo comune moderno, avrebbe fatto il suo tempo, sostituita da qualsiasi altra forma di aggregazione in nome della “libertà individuale”, mentre l’Occidente – col Sionismo che ne costituisce l’avamposto strategico e ideologico - sarebbe il quadro di riferimento, politico e sociale in cui far crescere questo esperimento che rappresenta un unicum nella storia del genere umano oltre il quale, tra l’altro, non vi sarebbe più “storia”, poiché la sua “modernità” segnerebbe la fase finale ed ‘escatologica’ al termine di un percorso evoluzionistico (l’uomo deriva dalla scimmia ecc.) e progressista (tutte le epoche precedenti, in ogni dove, sono state peggiori dell’attuale).
Il fine implicito di tutto ciò sarebbe la “liberazione” dell’uomo da ogni vincolo e costrizione. Liberazione sociale (fine della famiglia) e politica (Occidente “democratico” da esportare a tutti i costi). L’uomo “liberato” che si crede Dio, o che può farne a meno, il che è lo stesso.
Questo punto è importante per capire come mai gli stessi che predicano la “tolleranza” e il “rispetto” sempre o comunque, facciano eccezione solo per la religione, che può essere sbeffeggiata, derisa e presentata alla stregua di un “retaggio”, nel migliore dei casi, di una follia, nel peggiore. Infatti, se vogliamo essere osservatori onesti, non è che il Cristianesimo venga rispettato molto dal mondo della politica, visti i provvedimenti che adotta, i quali, dando forma ad un determinato “modello”, ostacolano in maniera insormontabile chi vuole vivere in linea coi principi del Cristianesimo stesso; né viene rispettato dal mondo dei media: si pensi all’insistenza monomaniacale sui “preti pedofili” e sugli “scandali del Vaticano”; e che dire del mondo della “cultura”, con le sue incomprensioni dettate da un laicismo nichilista senza speranza e le sue insolenti banalizzazioni di ciò che non riesce proprio a comprendere (sempre più la figura del comico linguacciuto si mescola a quella dell’intellettuale).
E se questa è la situazione per quel che concerne la religione che ci si attenderebbe essere rispettata e incoraggiata in Europa e in Italia, figuriamoci cosa viene riservato all’Islam e ai musulmani, che qua sono minoranza, per giunta proveniente perlopiù da fuori. L’Islam, infatti, grazie al lavorio complementare di politica, media e cultura finisce per essere percepito dai più come la “religione dei terroristi”, né più né meno, versione aggiornata dei “turchi”, dei “saraceni”, dei “maomettani” adoranti una specie di demonio.
Sì, perché “terroristi” sono di volta in volta i libanesi, i palestinesi, gli afghani, gli iracheni, gli iraniani… in poche parole tutti i musulmani, tranne quelli che si mostrano entusiasti verso il “modello occidentale” e che non vedono l’ora di conformarsi in tutto e per tutto a quello. Quando si tratta di occuparsi dell’Islam e dei musulmani, tutto quel che valeva come “questione di principio” per gli omosessuali, gli ebrei eccetera diventa opinabile e ci si può tranquillamente sbracare nell’insinuazione (“ma lei è dalla parte dei kamikaze?”), nella provocazione (escrementi sul terreno di un’erigenda moschea ecc.), nell’insulto gratuito (“Maometto pedofilo!”).
Come detto, l’atteggiamento di fondo della politica, dell’informazione e della cultura occidentali è ostile a qualsivoglia tipo di religione, perché una religione integra nei suoi elementi essenziali (un credo, un rito e una morale) rappresenta agli occhi di chi difende la “modernità” (da tradursi: “io sono legge a me stesso”) la prova vivente che tutta questa “tolleranza” e “rispetto” sono degli artifici retorici per nascondere dove invece si vuole andare a parare: la creazione di un tipo umano che si ritiene scollegato dal Principio, ma pronto invece per andare dritto all’Inferno quando finirà la sua breve vita terrena perché ingannato (e sottolineiamo ingannato) sul fatto che poteva “godersela” e fare “come gli pare”. In verità, chiunque sia dotato di un minimo di discernimento può constatare che nessuno, soprattutto tra la cosiddetta “gente normale”, può fare “come gli pare”, ma anzi viene sottoposto a continue coercizioni e sottomissioni a questo o a quel potere illegittimo, che prendono la forma di persone, istituzioni, regole, suggestioni sociali e culturali (gli “idoli”, insomma, che non sono delle statuine dalle forme antropomorfe!), col risultato che la vita dell’uomo occidentale è ridotta ad una schiavitù verso una serie indefinita di cose che concorrono alla sua dispersione nella molteplicità, mentre in realtà l’uomo è solamente sottomesso al suo unico Creatore (che lo riconosca o meno non cambia il dato oggettivo, ma la differenza sta nel corretto uso della facoltà di libero arbitrio di cui siamo stati dotati). Quest’uomo completamente schiavizzato, che insegue solo i suoi appetiti terreni abbindolato com’è da ogni sirena, vive immerso in una concezione relativista dell’esistenza, per cui egli s’illude che ogni cosa equivalga all’altra, che non vi sia un alto e un basso, che ogni comportamento vada bene perché “ognuno fa come gli pare” (fintanto che “non dà fastidio a nessuno”, secondo la formula autoassolutoria più in voga).
Bene, tutto ciò è l’esatto contrario di quel che dice la religione e nello specifico l’Islam, che postula l’esistenza di un Principio (Allah) che ha creato tutte le cose e da cui tutte le cose (uomini compresi) dipendono e verso il quale tutto deve fare ritorno. Ma il problema è in quali condizioni ciascuno vi farà ritorno… Così, si delinea il ‘marchio di fabbrica’ di ciò che agisce coloro che, in buona o in malafede, con lo spauracchio dell’islamofobia si ergono a difensori dell’Occidente, della “modernità”, dei “nostri valori”… Naturalmente, per far credere che si tratti dei “nostri valori” bisogna aver prima rescisso ogni saldo approdo e riferimento, riducendo l’uomo ad una specie di naufrago, e fatto tabula rasa di ogni concezione ordinata verso l’alto e il sovrasensibile. Vogliamo ancora credere la maggior parte di questi cantori del nulla che occupano ogni spazio della politica, dei media e della cultura astiosi verso l’Islam solo perché non hanno mai avuto l’occasione propizia per comprenderlo, perché altrimenti realizzerebbero che non ha senso prendersela con l’Islam se davvero si sentono cristiani; oppure, una volta risvegliatisi dall’incantesimo del laicismo “liberatore”, si renderebbero conto che quello li stava portando dritti al fallimento in questa vita e nell’altra. Una minoranza degli islamofobi invece è in malafede, o meglio, anch’essa non ha avuto modo di comprendere che la via verso la verità non è lastricata di relativismo, ma si presta, convinta, come per una sorta di patto col diavolo (o magari un patto vero e proprio!), a gettare tutto il fango possibile sull’Islam, in quanto vi individua a ragione il pericolo principale che incombe sugli pseudo-principi della “modernità” e del relativismo ai quali hanno giurato fedeltà incondizionata. L’autoidentificazione con le idee fasulle del mondo moderno, fa il resto, pertanto chi si reputa orgogliosamente “occidentale” pensa di mettere a repentaglio tutto se stesso, fin nell’intimo, se concede un seppur minima apertura delle pareti del suo cervello, ma soprattutto del suo cuore, all’Islam e al suo messaggio.
Tutto quanto precede non è una digressione sul tema dell’islamofobia, ma rappresenta la premessa necessaria per capire da dove prende le mosse tutto il variegato quotidiano stillicidio di allarmismi, scandali, paure mirate a fomentare la sensazione di un incombente “pericolo islamico”. Che cosa di più “terribile”, infatti, tanto per fare un esempio, di un modo di vita che prescrive cinque momenti quotidiani, in sintonia col movimento apparente del sole, dedicati al raccoglimento e alla preghiera. Un momento per tornare in quiete, in mezzo all’agitarsi delle acque delle occupazioni quotidiane. Non a caso, tra gli indefiniti pretesti per far polemica, viene messo in conto anche il desiderio, da parte del musulmano, di poter interrompere per pochi minuti l’attività lavorativa in maniera da svolgere il rito della preghiera. Apriti cielo! Tutto un discettare sull’assurda pretesa di interrompere i “ritmi della produzione”, come se quella non fosse - certo ricondotta alle normali esigenze - al servizio dell’uomo, mentre, al contrario, è diventata un giogo al quale tutti sono stati assicurati come degli schiavi. I “nostri valori”, evidentemente, prevedono la riduzione dell’esistenza terrena ad un girone infernale nel quale si praticano sacrifici umani in onore delle divinità “produzione”, “mercato”, “prodotto interno lordo”. Per non parlare del “digiuno”, o meglio “astinenza” del mese di Ramadan, percepito dagli entusiasti difensori dei “nostri valori” come un attentato al “benessere” (infatti Bourghiba, entusiasta assertore dello “sviluppo”, chiese una volta al gran mufti di Tunisia di emettere una fatwa anti-Ramadan in nome della lotta al “sottosviluppo”!)… Eh già, l’astinenza e la rinuncia, evocano la “miseria”, come quella dei racconti, ripetuti come una litania, di chi ha vissuto gli anni del dopoguerra in cui “si pativa la fame”. Guai a parlare di sobrietà, quindi, guai a rinunciare a qualcosa, perché l’uomo occidentale non intende privarsi di nulla. Eppure, in un dato momento dovrà rinunciare a tutto, ma proprio a tutto, compreso se stesso, quindi tanto vale abituarsi all’idea, no? Ma l’uomo “occidentale” crede di appartenere a se stesso, anzi, di essere il centro del mondo, invece anche lui non ha alcun potere né su se stesso né sul mondo esterno a lui, perché anche votandosi a tutti i demoni del mondo non potrebbe posticipare di un milionesimo di secondo l’istante della sua dipartita verso un’altra dimensione che, comunque la si voglia chiamare, è pur sempre una forma di “vita”. Preghiera e astinenza sono l’esatto contrario di quel che predicano i ‘sacerdoti’ del mondo moderno, di destra, di centro e di sinistra, tutti uniti appassionatamente nella riduzione dell’uomo a “elemento della produzione”, assieme al “capitale” e al “lavoro”, tutt’al più distinguendosi tra opzioni individualiste e collettiviste dalle quali, però, l’orizzonte della trascendenza è stato scelleratamente espunto.
Che dire poi della solidarietà sociale? Ciascuno tira fuori dal cilindro la propria originale soluzione, col risultato però che aumentano gli ospizi (“case di riposo”…) e gli asili nido, segno che i vecchi per la “modernità” sono da buttare e i bambini, sin da quando vedono la luce, sono considerati come un peso di cui sbarazzarsi. Vecchi e bambini, infatti, vengono percepiti nel mondo moderno senza Dio come un ostacolo alla propria “realizzazione”, una “perdita di tempo” ecc. Eppure basterebbe dare ascolto a quel che l’Islam ha da dire sul rispetto per i genitori e sulla complementarietà funzionale del maschio e della femmina. Ancora apriti cielo! Macché, la donna “deve lavorare” (non “può”: è obbligata) perché deve “realizzarsi” e perché “i soldi non bastano mai” (per pagare l’asilo nido ecc.). Innanzitutto “i soldi non bastano mai” perché da una parte vige un sistema oppressivo che ha imposto una vita che richiede disponibilità di denaro per fare ogni cosa, dall’altra perché nessuno, come detto, non intende rinunciare a nulla. Che poi la donna si “realizzi” sul lavoro è puntualmente smentito dall’esperienza della maggior parte di esse, sull’orlo di una crisi di nervi tra responsabilità e pressioni lavorative e impegni familiari, col risultato che proliferano le “tate” e i “nidi”, mentre le famiglie scoppiano perché le tensioni sono troppe. Quanto ai vecchi, il disinteresse che questa società dimostra loro, deriva anche in un certo qual modo dal non rappresentare più, com’è stato per millenni, un “esempio”: in una società normale, ovvero orientata verso l’alto e il trascendente, chi arriva ad un’età avanzata è anche progredito nel suo cammino spirituale, per cui i giovani non hanno che da imparare (shaykh, in arabo, non casualmente significa sia “vecchio” che “autorità spirituale”), per non parlare dell’assurda rigida divisione tra “bambini”, “giovani”, “adulti”, “vecchi” che vige in questa società moderna: tutti siamo stati bambini, poi diventeremo giovani, poi magari adulti e chi vivrà di più anche vecchio, quindi ciascuno di noi solo illusoriamente crede di essere, in una certa fase, “giovane”, o “vecchio”, coi suoi specifici “problemi”, ai quali l’apparato pubblicitario mirato a creare sempre nuovi “bisogni”, dà certamente man forte. Nell’Islam non esiste quest’assurda parcellizzazione in fasce di età e la riprova la si ha nei gruppi di preghiera e meditazione, sotto la guida di maestri, che riuniscono uomini e donne di ogni età proprio perché la “domanda essenziale” è la stessa per tutti.
Questi sono solo alcuni degli innumerevoli spunti suscitati dal confronto tra le imposizioni, le violenze (quelle vere, che entrano nel profondo, altro che gli scontri di piazza!) della “vita moderna” e l’accettazione di una vita in sintonia coi ritmi della natura, di una natura che è sempre stata la stessa perché regolata da leggi immutabili. Attenzione, stiamo parlando dell’Islam, ma potremmo operare il confronto con qualsiasi tradizione sacra che postuli, come fa quella islamica, certo in forme diverse ma analoghe, che “non vi è altra divinità se non Allah”, ovvero il Principio che tutto ha creato, a cui tutte le cose appartengono e al quale tutte fanno ritorno. Che poi le varie società islamiche presentino difformità tra i principi e la realtà non deve costituire un pretesto, come fanno i professionisti dello scetticismo e della disillusione, per non impegnarsi a dare forma a una società a misura d’uomo, cosa che, con ogni evidenza, non interessa in alcun modo a chi difende i “nostri valori” quali l’iperproduzione, il “benessere”, il relativismo e il nichilismo. Quei “valori” non sono mai stati patrimonio di alcuna società sana, perché una società composta da persone che non credono a nulla se non a se stesse pone le premesse per una vita d’inferno, assaggio di quello che sperimenteranno dopo l’ineluttabile trapasso.
Ecco un’altra cosa che spaventa a morte chi s’è incaponito nel prendersela con l’Islam ad ogni occasione: la credenza nella vita dopo la morte. Gli stregoni della “modernità”, infatti, abbindolano gli uomini facendo credere loro che tutto si risolve qui, e che questa è la prima e l’ultima ‘occasione’ che abbiamo; quindi, “dopo di me il diluvio”, con conseguenze devastanti sia a livello spirituale, individuale, che d’ordine sociale. Anche questo è un unicum nella storia dell’umanità perché tutte le civiltà che ci hanno preceduto non hanno mai perso la fede nell’oggettività di una realtà celeste che trascende il piano meramente umano. Per cui la guerra dichiarata che i padroni dell’Occidente - i capi dell’usura che strozza l’esistenza degli uomini, sia come individui che come nazioni - hanno dichiarato all’Islam come concezione del mondo e sistema di vita, ma soprattutto come via verso la “salvezza” e, per i più puri (ecco la vera “gerarchia”!), verso la “liberazione”, ha l’obiettivo di confondere l’uomo, di non fargli capire chi realmente è e perché è stato creato, facendone un burattino in preda di una serie indefinita di pulsioni egoistiche che lo manderanno dritto verso la rovina. Gli esponenti del mondo della politica, quello dei media e quello della cultura vanno solo al carro di impulsi che non sono farina del loro sacco, anche se essi, boriosi come normalmente sono, ritengono un dovere sacrosanto mettere in guardia contro l’Islam e difendere “i nostri valori” perché è nel “nostro interesse”.



Il nostro interesse, invece, è capire che questa cosiddetta “civiltà” sta andando sparata come un treno senza macchinista verso la distruzione. Una distruzione di cui si vedono già le prime macerie delle frustrazioni, delle psicosi e delle crisi depressive, della violenza e della disgregazione sociale, della mancanza di un progetto di vita in comune in grado di porre finalmente l’uomo al centro, perché l’uomo deve appunto “centrarsi” per non fallire. Ma non l’uomo “troppo umano” delle varie ideologie fallimentari e delle filosofie – come quella dei “diritti umani” - che, sotto il velo del laicismo, lasciano intravedere i tentacoli di una visione del mondo invertita come i crocefissi dei satanisti; bensì l’uomo creatura divina, fatto a Sua immagine, la cui esistenza terrena è un’occasione unica ed irripetibile che è un peccato (in tutti i sensi) sperperare in cose ed aspirazioni futili che ad un momento che per tutti deve arrivare si riveleranno senza alcuna consistenza.
Con queste osservazioni, senza alcuna pretesa di completezza, si spera di aver posto una premessa chiara alla trattazione della questione dell’islamofobia; di aver fatto intendere quali ragioni profonde, più che quelle di ordine sociale, economico, culturale o politico, stanno alla base del pregiudizio e dell’ostilità dimostrate verso l’Islam dai fautori dell’Occidente e della “modernità”. In seguito, si spera di poter proseguire, nei dettagli, con la spiegazione del problema che - dovrebbe essere evidente - si risolve, per chi vive immerso in una crisi totale di riferimenti saldi e di valori, in un autogol, in una forma di autolesionismo simile a quella di chi, mentre affonda la nave, sceglie di mandare alla deriva anche le scialuppe di salvataggio perché così gli è stato suggerito di fare.

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[1]Pregiudizio ed ostilità sono, ovviamente, due cose distinte ma correlate. Il primo è un giudizio che prescinde da una reale conoscenza, la seconda è un sentimento di avversione che può tradursi in atti; sentimento di avversione che può nascere dal pregiudizio, ma anche – non siamo ipocriti al punto dal sostenere che ci deve per forza andare bene tutto – da una conoscenza approfondita!







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