lunedì 8 novembre 2010

I FALSARI DELLA FED

I soldi falsi della FED
Pubblicato il 7 novembre 2010 da Stefano                                  

Uscire dalla crisi é facile: stampa i tuoi soldi fai-da-te.
Lo ammetto, da bambino ho fatto
Totó falsarioanch’io le mie brave raccolte di figurine Panini. La prima che mi ricordi era intitolata “Storia d’Italia”. Le bustine costavano dieci lire e dentro c’erano figurine su carta patinata da incollare all’album con la colla nei barattolini di plastica che aveva l’odore (e il sapore) delle mandorle. Il maestro, a scuola, un po’ si arrabbiava se nell’intervallo facevamo lo scambio delle doppie, ma, alla fine dei conti, la raccolta con le sue figure di epiche battaglie fra romani e barbari, fungeva un po’ da sussidiario alle lezioni di storia. Poi vennero le raccolte dei cantanti e dei calciatori e lì il conflitto con l’autorità scolastica divenne scontro aperto.
Ora, mi dicono, alcune di quelle raccolte sono vendute e comprate sui banchi dei collezionisti a prezzi esorbitanti. E questa è la seconda differenza con le banconote americane. La prima differenza fra banconote americane e le figurine Panini è che la differenza fra il prezzo di stampa e quello di mercato delle figurine è stabilito dal mercato, cioè dalla disponibilità finanziaria dei ragazzi per i quali il prodotto è stato pensato. Se stampare cinque figurine costa alla ditta Panini 30 centesimi di Euro e in edicola sono rivendute a 50 centesimi di euro, Panini ha guadagnato venti centesimi. Per le banconote, la differenza fra le spese di stampa e il loro valore nominale è virtuale e fantastica. La Banca Centrale (che non appartiene allo Stato, ma è di proprietà privata) spende pochi centesimi per la carta e per l’inchiostro e, una volta consegnate alle banche o allo Stato, le sue figurine valgono tanti miliardi quanti ne hanno scritti sulle figurine. Se per la figurina da dieci euro, la banca ha speso trenta centesimi, il guadagno è di 9,70 € e se la banconota è di 100 €, il guadagno è di 99,70 €.
È credenza comune che dietro ad ogni banconota in circolazione esista nel caveau di chissà quale banca, una corrispettiva quantità di oro. Anche questo è falso. La banca centrale di qualsiasi paese, è autorizzata dallo Stato a stampare quantità dieci volte superiori alle proprie riserve in oro, divise e valori finanziari. Ciò significa che nella regola, nei caveau delle banche centrali ci sono cumuli di cambiali firmate dagli Stati sovrani sotto forma di buoni del tesoro, una certa quantità di divise e qualche tonnellata di oro e che tutto questo messo assieme non coprirà mai MAI! la quantità di denaro in circolazione e, nella regola, nemmeno il dieci per cento dello stesso. Per dirne una, le riserve in oro della Banca d’Italia ammontano a 2.451,8 tonnellate, pari a 86.484.699,984 once (1 oncia = 28,3495231 g.) al prezzo di 1.400 $ l’oncia è uguale a 121.078.579.977,9468 $ (121, … miliardi $) pari a ca. 86.213.742.554,35006 € (86, … miliardi di €). Il debito pubblico dello Stato ammonta al 31/12/2009 a € 1.760,765 miliardi di €. Se domani i risparmiatori italiani andassero tutti a ritirare il controvalore dei loro B.O.T., B.T.P. e C.T.Z., alle 10 del mattino le riserve della Banca d’Italia sarebbero finite e ca. diciannove risparmiatori su venti resteranno a bocca asciutta.
Negli Stati Uniti, non da oggi, hanno fatto una scoperta geniale. Una grande parte del loro debito pubblico, cioè il corrispettivo dei nostri buoni del tesoro, è stato venduto all’estero, particolarmente in Cina (dai 750 ai 900 miliardi di dollari) ma anche in Germania.
Ora, trovandosi nella situazione di non poter più pagare i propri debiti, Ben Bernanke, attuale presidente dei governatori della FED (la banca centrale americana) ha deciso di stampare più soldi. Così, dal nulla, saranno creati 600 miliardi di dollari  senza nessun controvalore. Totó non avrebbe saputo fare di meglio, con una piccola differenza: Totó sarebbe finito in galera, Ben Bernanke continuerà a essere Presidente dell’istituto finanziario più potente del mondo e questa è l’unica differenza fra Totó e Ben Bernanke. Va da sé che Cina e Germania are not amused. Immaginate di aver preso in pegno il Rolex del vostro vicino di casa a un prezzo di cento dollari e che durante la notte il dollaro abbia subito una svalutazione del 30% (600 miliardi di dollari equivalgono a circa un terzo dei dollari in circolazione, M1). Quando il giorno dopo dovete restituire il Rolex, i cento dollari che vi sono ridati valgono un terzo in meno del giorno prima. Un po’ vi sentirete presi per i fondelli.
Ecco che il termine “Stato Canaglia” acquista un significato del tutto nuovo.
Pubblicazione de Il Derviscio

giovedì 4 novembre 2010

Sufismo e Taoismo

04/11/10 Sufismo e Taoismo di Toshihiko Izutsu

edizioni Mimesis 2010, pp 535 € 38,00                                             
di Claudio Lanzi


                                                                          *************

Questo è forse uno dei testi più importanti di Izutsu, uno dei massimi studiosi delle due grandiose correnti meta-filosofiche d’oriente e d’occidente.
Il testo è brillantemente curato da Alberto de Luca e si avvale di una prefazione di Giangiorgio Pasqualotto che inquadra il pensiero e la originale figura di Izutsu in poche pagine di rara efficacia.
In effetti, per lo meno in Italia, Izutsu, uno dei massimi esponenti della storia della filosofia e della religione a livello mondiale scomparso nel 1993, è assai poco conosciuto. Si tratta di uno di quei “fenomeni” culturali che potremmo paragonare forse al nostro Filippani Ronconi, conoscitori di una spropositata quantità di lingue, tra le quali l’arabo, il sanscrito, il greco antico, oltre ovviamente al cinese, al giapponese e ad una ventina di lingue moderne, fra occidentali e orientali. Tale conoscenza ha consentito a questo accanito e profondo studioso delle forme antiche di pensiero, l’accesso “diretto” ad una immensa quantità di testi, senza la mediazione di traduzioni che spesso snaturano o interpretano gli originali. Ma la figura di Izutsu si distingue fortemente da quella di tanti altri studiosi, soprattutto per il suo approccio “metastorico”, e metafilosofico, come correttamente lui stesso si impegna a spiegare.
Izutsu non si è fatto assolutamente condizionare da quella posizione laica e moderna che tenta di inscatolare costantemente anche il pensiero filosofico nei confini della razionalità, come quello “zen” o quello taoista o quello sufi, in un approccio “neutrale” e positivista, ma non ha mai temuto di affrontare l’”oltre”, spiegando nei termini filosofici consentiti dal linguaggio, ciò che dei colossi come Lao Tzu o Ibn Arabi hanno spesso mediato “sotto il velame delli versi strani”
Izutsu delinea i contorni di una “metafilosofia”, definendone la semantica per rendere possibile una comparazione tra filosofie con differenti origini storiche. In tale coraggiosa avventura partecipa, più o meno volontariamente, a “sdoganare” il pensiero di Guénon, di Corbin o di tutti coloro che hanno parlato di una “Philosofia perennis” o di una “Religio perennis”, da quell’ostracismo (e provincialismo) accademico, che ha sempre avuto grandi difficoltà nel digerire una “mistica” all’interno di una filosofia (o se vogliamo un “sovrarazionale” al di la di un “razionale”).
In questo testo (540 pagine) Isutzu esamina il pensiero taoista di Lao Tzu e di ChuangTzu, confrontandolo con i principi ontologici di Ibn’ Arabi (l’opera principale di riferimento sarà “I Castoni della Saggezza”, ovvero i Fusùs al Hikam) e con i commenti di al Qashani.
I due assunti principali messi a confronto sono: l’Assoluto (o la Verità, o la Realtà, in Ibn ‘Arabi detto al-haqq) messo a confronto con il Tao; e l’Uomo Perfetto (per Ibn ‘Arabi detto al.insàn al kàmil) confrontato con l’Uomo Sacro o Santo (shèng jèn per il Taoismo).
In tale opera di confronto Isutzu mette in evidenza una incredibile quantità di similitudini rispetto alla concezione dell’”essere”.
Vogliamo estrapolare due citazioni di Isutzu. La prima tratta appunto dai “Castoni” :
“Gli uomini sono addormentati (in questo mondo); solo al momento della morte si svegliano”…
“Il mondo è illusione, esso non ha esistenza reale e questo è quello che s’intende per “immaginazione” (khayàl). Perciò tu immagini che esso (il mondo) sia una realtà autonoma, del tutto diversa e indipendente dalla realtà assoluta, mentre in verità, non è nulla di tutto ciò: Sappi che perfino tu stesso altro non sei che immaginazione. Tutto ciò che percepisci e che discrimini con le parole “quello è altro da me” è anch’esso immaginazione. L’intero mondo dell’esistenza è quindi immaginazione nell’immaginazione”
A questo punto scatta ovviamente il problema di “come svegliarsi” e se sia possibile che questo accada e dove vada cercata quella “Realtà” assoluta nascosta nel Sogno.
Passando a Chuang Tzù, Isutzu cita questa straordinaria “storia”:
“Un uomo beve vino, in sogno e, piange e al mattino (al suo risveglio) geme. Un uomo piange in un (triste) sogno ma al mattino si leva e va a caccia gioiosamente. Mentre sta dormendo egli non è conscio di star sognando; egli prova anche (nel sonno) ad interpretare il suo sogno. Solo allorché si desta dal sonno egli realizza di aver sognato. Analogamente, solo quando sperimenta un Grande Risveglio, si realizza che tutto questo non è altro che un grande sogno. Ma gli sciocchi immaginano di essere effettivamente svegli. Illusi dalla loro meschina intelligenza, costoro si considerano sufficientemente capaci di valutare ciò che è nobile da ciò che è ignobile. Quanto profonda ed irrimediabile la loro stupidità.
In realtà, invece, tu ed io siamo sogni. Si, il fatto stesso che io ti stia dicendo che tu stai sognando è anch’esso un sogno!
Questo genere di affermazione rischia di essere classificato come bizzarro sofisma (ma così appare propriamente perché rivela la verità), ed un grande saggio, in grado di penetrarne il mistero, possiamo aspettarci in questo mondo ogni diecimila anni.”
Abbiamo estratto queste due citazioni dal libro di Isutzu, non perché siano assolutamente esaustive della vastità dei temi trattati ma perché, a nostro avviso, costituiscono il punto di partenza di quella che, mediando dal buddismo, ci permettiamo di definire “dottrina del risveglio”.
Sia nel Sufismo come nel taoismo per raggiungere il “centro” di se è necessario fermare l’attitudine “centrifuga” della mente e portarla a sprofondare, ad implodere in se stessa. Ovviamente sia in una dottrina che nell’altra viene proposta una “metodologia”. Metodologia che non va confusa con il conseguimento stesso. Proprio per questo è interessante il confronto che Isutzu propone fra i tre “stadi” di “purificazione” proposti sia da Chuang Tzù che da Ibn’Arabi, che pervengono ad una illuminazione in cui tutti i livelli di realtà “relativa” vengono riunificati nell’unità della non coscienza. L’Uno metafisico, per l’Uomo Perfetto del Taoismo e del Sufismo, testimonia e riflette nella mente pacificata, il mondo fenomenico policromo (o i Nomi della Realtà) senza mai esserne turbato.
Il “Mistero dei Misteri”, sia nel sufismo che nel Taoismo appare quale fondamento dell’Esistenza. E’ qualcosa che, per Ibn ‘Arabi, trascende ogni qualificazione concepibile. E’ trascendente e perciò inconoscibile. Per tale ragione la definizione di tale stadio di Esistenza, soprattutto nel taoismo è in negativo (in modo analogo a quanto svolto dall’apofatismo vedantino o anche dalla mistica cristiana, soprattutto renana).
L’Esistenza, in tale ottica, appare quale frutto del lavoro incessante della “Via”, che “soffia” costantemente la sua necessità di “portare all’esistenza il mondo”. Tale atto, rileva Izutsu sembra, totalmente privo di misericordia nella visione taoista mentre sembra animato da una “benevola elargizione” da parte del Sufismo. Izutsu fa invece notare come trattarsi, in entrambi i casi, di una Misericordia ontologica assolutamente gratuita, coincidente con la incessante attività creativa dell’esistenza, assolutamente svincolata dal raggiungimento di uno scopo umanamente ed emozionalmente comprensibile. L’emozione umana risulterebbe un limite ala imparzialità divina. L’assoluta imparzialità divina si estende perciò ad una dimensione al di la della conoscenza del bene e del male. Cioè ad una condizione che, in una metafisica cristiana, potremmo definire “pre-edenica”.


                                                                                                           
Riportiamo l’efficace considerazione con cui si chiude il testo di Izutsu:
E’ degno di nota che, né nel Sufismo né nel Taoismo, la discesa ontologica dal Mistero dei Misteri allo stadio delle cose fenomeniche, è posta a rappresentare il compimento finale dell’attività dell’esistenza. La discesa è seguita dal suo opposto, cioè l’ascesa. I “diecimila esseri” fioriscono rigogliosamente all’ultimo stadio del corso discendente, per prendere quindi un corso ascendente verso la loro fonte primigenia, fino a scomparire nell’originale oscurità, trovando il loro luogo di pace nella tranquillità cosmica pre-fenomenica. L’intero processo della creazione forma dunque un immenso cerchio ontologico, in cui non è dato in realtà un punto iniziale e finale. Il movimento da uno stadio all’altro, considerato in sé, è certamente fenomeno temporale ma l’intero cerchio, non avendo punto iniziale né finale, costituisce un fenomeno trans-temporale o atemporale: è, in altre parole, un processo metafisico. Ogni cosa è attuale in un eterno presente.”


http://www.simmetria.org/

Pubblicato su Janua Coeli il 4 Novembre 2010

martedì 2 novembre 2010

ZARATHUSTRA E IL MAZDEISMO

Pio Filippani Ronconi
Pio Filippani Ronconi, Zarathustra e il mazdeismo, Irradiazioni, Roma 2007


Pio Filippani Ronconi ci presenta l'esordio della "leggenda di Zarathustra" sullo sfondo di un Iran che, secondo una prospettiva squisitamente spirituale, corrisponde alla "terra centrale": quel settimo karshvar della geografia sacra mazdaica che la tradizione iranica identifica col mitico Airyanem Vaêjô. "La tradizione religiosa - egli avverte - non poteva ammettere la nascita, o la rivelazione, del Profeta, in altro luogo sulla terra che in un sito sacerrimo e puro, una specie di umbilicus mundi, ove gli archetipi divini immediatamente si riflettessero nella realtà terrena" (p. 56). In casi come questo, spiega ulteriormente l'Autore, la terminologia neopersiana ricorre all'espressione "luogo del senza-dove" (na-kojâ âbâd), tipica di una "geografia dell'anima" in cui il reperimento di regioni e contrade "è soprattutto un atto di orientamento spirituale" (p. 58). Da questa originaria sede degli Ariani, bagnata dalle acque paradisiache, il messaggio profetico primordiale si diffonderà nel territorio storico dell'Iran, fulcro del primo grande impero eurasiatico, esteso fra la Tracia ed il Turkestan.
Ad illuminare il significato metapolitico di questo impero è la stessa dottrina mazdaica. In base ad essa, le generazioni persiane successive a quelle di Ciro II e di Dario figlio d'Istaspe "ravviseranno nel Gran Re (xshâyathiya vazraka), Re dei Re (xshâyathiya xshâyathiyânâm), l'immagine riflessa sulla terra e attualizzata nel presente" (p. 82) di Yimô Xshaêtô. E' questi il Re Primordiale, epifania vivente del principio solare che discende sulla terra, il cui mito costituisce per l'Iran il fondamento della morale e della politica: "la primordiale condizione di vita celeste in terra che il mito ario attribuisce a Yimô Xshaêtô" (p. 201) è lo scopo delle lotte e delle sofferenze affrontate con animo eroico dall'uomo consapevole e responsabile. La possibilità di realizzare sulla terra l'originaria natura celeste è simboleggiata dalla figura paradigmatica del Re, il quale deriva la propria saggezza e forza dall'aureola di gloria (hvarenô) che Ahura Mazdâh gli conferisce, dopo averla tratta dalle Luci Infinite. Questo trascendente principio di luce è "la forza motrice del mondo, incarnatasi con particolare purezza nella persona del re, e, come particella divina, presente in ogni uomo" (p. 144).
Fu proprio con Zarathustra che la religione ario-iranica sviluppò "un orientamento energicamente monoteistico" (p. 191). Fra i testi avestici, infatti, sono proprio le Gâthâ (i "Canti" in cui consiste la parte più autentica del messaggio zoroastriano), quelli in cui scompare ogni residua menzione della pluralità degli dèi. Ciò consentirà all'Islam di annoverare Zarathustra nel novero dei profeti e l'Avesta tra i libri rivelati prima del Corano, sicché l'Iran ci attesta in maniera caratteristica la possibilità della Sophia perennis di esprimersi attraverso la molteplicità delle sue forme storiche.

Inserita il 21/09/2010 alle 11:48:50 http://www.claudiomutti.com/
Pubblicato su Janua Coeli il 2 Novembre 2010

lunedì 1 novembre 2010

LA SCUOLA AKBARIANA

LA SCUOLA AKBARIANA E ALCUNI INTERESSANTI LIBRI



Uno degli aspetti più pericolosi e deteriori del mondo attuale è costituito dalla cosiddetta moda. Essa identifica un atteggiamento necessariamente instabile che vanifica il contenuto di qualsiasi cosa a favore della superficialità, della mera evidenza visibile della stessa. La visione non è qui un atto di cognizione (il video cusano), ma solo un piacere edonistico che non trascende mai la differenza, illusoria in realtà, tra oggetto e soggetto.
Quasi tutto, se non tutto, cade sotto gli strali della moda proprio perché la stessa moda, intesa come termine, è in realtà il frutto di quell’instabilità interiore, che costringe l’uomo a rincorrersi senza mai trovarsi.
In questo senso anche le tradizioni sono state oggetto di moda: prima il buddismo, poi il Sufismo (Tasawwuf) e ora, a quanto pare, l’Esicasmo.
Da queste considerazioni parte proprio questo intervento, che così si articola: primo definire, per quanto possibile, cosa sia la scuola akbariana che prende nome da Ibn ‘Arabî, lo Shaykh al-Akbar; secondo recensire tre traduzioni in italiano di opere della scuola akbariana e dello stesso Ibn ‘Arabî con il non celato intento di favorirne la circolazione.

La scuola akbariana

Parlare di “scuola akbariana”, implica la necessità di dover precisare innanzi tutto che, così parlando, non si vuole intendere una “scolastica akbariana”. Quest’ultima, intesa in senso deteriore, costituisce un’anomalia della prima, la quale, invece, più correttamente potrebbe dirsi “influenza akbariana”.
L’idea di influenza, appunto, è in grado di rendere in maniera migliore l’estrema vitalità spirituale di Ibn ‘Arabî, che si diffuse in tutto il mondo islamico e oltre. Il suo lascito si propaga tramite una successione ininterrotta di discepoli a lui collegati, talvolta anche mediante una linea di trasmissione iniziatica, ma sempre e comunque contraddistinti da una filiazione di ordine intellettuale. Su quest’ultimo punto, infatti, i suoi maggiori avversari, sia di un tempo che odierni, pongono le basi per le accuse di innovazionismo (bid‘a) e quindi di eterodossia. In realtà, per una certa parte dell’Islâm è tutto il Tasawwuf ad essere giudicato eterodosso, a causa di quel pregiudizio legato a tutto ciò che non le è possibile comprendere.
Non potendo e non volendo proseguire nella trattazione di quello che è un conflitto quasi irrisolvibile tra mistici o iniziati e rigidi letteralisti, basterà, forse, ricordare il testo di al-Qaysarî – Risâla fî ‘Ilm al-Tasawwuf – e quello di Kalbâdhî – Kitâbal-ta‘arruf li-madhhab ahl al-Tasawwuf –, in cui le accuse mosse ad Ibn‘Arabî come al Tasawwuf stesso, vengono smontate e fatte decadere. In ultima analisi, forse, le maggiori accuse dovrebbero essere rivolte piuttosto nei confronti di chi, misurando con il proprio metro, ritiene assurdamente di poter esaurire le teofanie divine.
Principale prosecutore del pensiero akbariano è, dunque Sadr al-dîn al-Qûnawî (m. 1274), che fu anche figlio acquisito dello stesso Ibn‘Arabî. Vanno poi menzionati Tilimsânî (m. 1291), Jandî (m. 1300), Farghânî (m. 1296), ‘Iraqî (m. 1289), Qâšânî (m. 1329), Busnawî (m. 1643-44), noto anche come ‘Abdi Efendi, Qaysarî (m. 1350), Haydar Amolî (m. 1384), Jâmî (m. 1492), Nâbulusî (m. 1730) e l’Emiro ‘Abd al-Qâdir (m. 1883), per non citare che i più importanti.
Il pensiero akbariano, che si irradierà con la sua influenza, ha come chiave di colloquio, con gli intelletti più prodigiosi, l’idea della wahdat al-wujûd, che si rende anche come “unicità dell’esistenza”. Va subito, però, precisato che tale espressione non fu coniata dallo stesso Ibn‘Arabî, quanto proprio dal primo dei suoi discepoli, Qûnawî.
L’errore, che molti hanno commesso e che ne ha decretato l’anatemizzazione come dottrina eretica, risiede nell’averla scambiata per un panteismo. Diametralmente opposto è, invece, il pensiero akbariano anche se, per la coincidentia oppositorum, ad una lettura superficiale potrebbe sembrare identificarvisi.
Scopo della vulgata akbariana non è, infatti, identificare il cosmo nella sua integralità con Dio, bensì affermare che non vi è altra realtà che la Realtà divina. In questo senso il wujûd, l’essere, non appartiene in alcun modo alle cose esistenti, ma appartiene esclusivamente al Principio supremo (dhât al-Haqq). Dunque, se solo Lui è in quanto Realtà, ne deriva che l’idea di esistenza, come noi la percepiamo e la applichiamo, coincide con l’idea di ente, ovverossia con la visualizzazione della copula è.
Ecco perché la “coseità” (shay’iyya) è solo partecipe dell’essere del Principio che le dona l’“essere relativo” (al-wujûd al-idâfî). Con riferimento a quest’ultima, si parla, appunto, di mawjûd, ossia “ciò che è esistente”.
Il pensiero teandrico di Ibn‘Arabî, per una trasposizione metafisica del Tawhîd – l’Unicità divina – considera, quindi, come unica Realtà quella del Principio divino e che questa, per la dinamica implicita nella sua onnipresenza, genera un insieme di relazioni interne, costituenti i Suoi Nomi (asmâ’), espressione della perfezione dell’Essenza (al-dhât) – per inciso, si segnala qui l’estrema affinità tra la “Scienza dei Nomi” akbariana e le “energie” di Palamas. Ibn‘Arabî, quindi, li ritiene in possesso di una realtà apofatica rispetto al mondo creato: benché Dio non sia i Suoi Nomi, neppure questi sono qualcosa di diverso da Lui. Si potrebbe sostenere che essi siano gli archetipi increati ed eterni degli enti concreti, ma affinché ciò sia corretto, è necessario aggiungere che fra Dio e i Suoi Nomi non esiste alcun tipo di distinzione. I Nomi divini sono, allora, le radici divine del cosmo rispetto al nostro sapere e tramite esse, Dio si manifesta nel mondo creato.
Quanto appena visto, porta direttamente al concetto di passaggio dall’Uno al molteplice e quindi all’esistenza condizionata di ciò che è altro da Dio (mâ siwâ Allâh): sappi che l’universo è tutto ciò che è “altro da Dio” e questo non è altro che i “possibili”, sia che esistano o non-esistano (nel mondo esteriore) ... Lo statuto di “possibile” è loro inerente sia che esistano o no; e ciò costituisce il loro statuto ontologico (Futûhât, III, p. 443, citato in C. Addàs, Ibn‘Arabî et le voyage sans retour, p. 88).
Il possibile è, pertanto, semplicemente non-esistente ed esso è la forma apparente che si staglia tra colui che vede e lo specchio: non è né colui che vede ma neppure altri che lui. Infatti, la forma del possibile è la forma che l’Essere vede di sé, quando si specchia nel “non-essere”. L’unica cosa che può essere concettualmente osservata del possibile, è, quindi, il suo passaggio dalla non-esistenza all’esistenza, con il quale esso diventa mondo esperibile empiricamente, senza che questo possa far pensare minimamente ad una co-eternità dei possibili a Dio.
Nel pensiero akbariano, quindi, la creazione è un atto volontario, libero, temporale ed unitario, mediante il quale Dio crea qualcosa come un’eco indistinta del proprio Essere. Questo va, però, di pari passo con l’idea di creazione infinita, che non solo è logicamente concepibile (la Volontà divina può essenzialmente creare ad infinitum), ma non obbliga nemmeno ad ammettere una modificazione dell’Essere di Dio. Il pensiero di Ibn‘Arabî non si esprime in una teologia razionalistica di tipo peripatetico e neppure in una cosmogonia emanazionistica, bensì in un’autentica teofania, in forza della quale Dio appare con amorosa ansia di auto-manifestazione, di conoscenza e di amore. Da qui il motivo che spinge Ibn‘Arabî, nel momento di indicare l’attributo mediante il quale Dio crea, a ricorrere al Nome divino il Clemente (al-Rahmân).
La creazione ex-nihilo è, quindi, frutto innanzi tutto della clemenza e misericordia divine, cioè del suo amore.
In questo senso anche la stessa idea di creazione divina ad infinitum è spiegata in maniera soddisfacente: la premura di Dio nei confronti del creato è tale che la proiezione degli archetipi, corrispettiva alle cose, si rinnova continuamente.



Recensioni:

al-Qaysarî, LA SCIENZA INIZIATICA (Risâlafî ‘Ilm al-Tasawwuf)
a cura di Giorgio Giurini, ed. Il Leone verde, Torino, 2003, p. 144, € 13,50

Recensire un libro è sempre cosa difficile, vista la possibilità di cadere in stucchevoli celebrazioni quanto in tediose ripetizioni di parti introduttive del testo stesso.
Per questa ragione le notizie attinenti alla vita dell’autore e del traduttore saranno volutamente ridotte all’indispensabile.
L’autore della Risâlafî ‘Ilm al-Tasawwufè, quindi, Dâwûd al-Qaysarî (1260-1350), uno dei massimi interpreti akbariani all’interno del mondo ottomano, che, a ragione, può essere considerato un ponte tra il mondo esoterico strictu sensu e quello intellettualmente dotato che, però, non si ritrova nel primo.
A confermare questa sua possibile funzione è lo stesso testo che si recensisce, un testo che ha come scopo principale quello di insegnare ai sapienti essoterici che la dottrina iniziatica, il tasawwuf, è una scienza basata su principi incontestabili.
Qaysarî, ponendosi di fronte al conflitto classico tra iniziati o mistici in genere e chi si limita invece alle forme essoteriche e quindi anche razionali, non sente la necessità di fare del proselitismo e quindi di guadagnare alla “sua causa” chicchessia. Egli si pone, invece, il problema di ribadire ed attestare assolutamente il valore conoscitivo della dottrina iniziatica. Una scelta questa non solo corretta ma “strategicamente” utile e doverosa.
In questo senso, l’autore è del tutto insensibile a problemi demodossoligici, poiché chi è già per sé certo, non ha bisogno che venga o meno confermata la validità del tasawwuf, in questo caso.
L’intento è, allora, volto a proteggere l’ambiente circostante dai pregiudizi negativi verso ciò che non si può comprendere, posto che è un fatto assodato che la maggioranza non indaga per sé ma si fida dell’opinione altrui, specie se emessa da figure autorevoli. Il possibilismo, che Qaysarî sembra quindi auspicare, è ovviamente ben lontano dal relativismo, sposandosi, invece, completamente con il concetto esposto da Ibn‘Arabî sulle infinite manifestazioni di Allâh.
Si scopre, quindi, l’importanza estremamente attuale della lettura di questo libro soprattutto in un periodo come quello presente – ma che viene da pensare non sia molto distante da quello del suo tempo – in cui le visioni monodirette hanno la pretesa di esaurire l’Onnipotenza divina. Non a caso il predominio di modalità di ragionamento catafatiche, prive però di una mentalità catalettica alla base, caratterizzano quel mondo “profano” che cerca di ingabbiare l’ineffabilità del Mistero.
L’adozione di un linguaggio parzialmente differente dal solito lessico akbariano potrebbe far pensare, però, ad un tentativo innovativo da parte dell’autore, cosa che invece si spiega molto più logicamente con la necessità di adottare un linguaggio consono ad un uditorio che utilizza di preferenza argomenti razionali. A tal proposito l’autore dice che, infatti il genere di disvelamento (kašf) conseguito dalle genti di visione diretta (šuhûd) non ha per loro valore probatorio. Quanto al senso immediato di vari versetti e tradizioni, chiaramente indicativi delle asserzioni di chi ha il disvelamento, secondo loro non sarebbe tale ma un’interpretazione (mu’awwal). Perciò dobbiamo comunicare con loro usando il loro linguaggio, secondo le parole divine: “Non inviammo messaggeri che non parlassero la lingua del loro popolo” (p. 59).
Qaysarî è, dunque, autore chiaramente di “matrice” akbariana e prova ne è il fatto che uno dei suoi Maestri fu Qâšânî, allievo di Qûnawî, uno dei primi “discepoli” di Ibn‘Arabî. Nonostante Qaysarî, però, non manifesti di appartenere ad una qualche tarîqa, la sua “silsila” sopra riportata e lo svolgimento dei temi trattati in questo libro lo fanno certamente collocare nella linea dottrinale peculiare della scuola akbariana, che ha come punto centrale la wahdat al-wujûd (unicità dell’esistenza).
In questo senso, allora, risulta del tutto inutile giudicare il linguaggio come segno di appartenenza a qualsiasi corrente spirituale sia essa akbariana piuttosto che di altro tipo. Di questo stesso avviso è, infatti, lo stesso traduttore dell’opera, Giorgio Giurini, per il quale il linguaggio è significante in funzione di ambienti e di prospettive mutevoli. Il pericolo accessorio è, infatti, dato dalla scolastica, che la stessa scuola akbariana ammette come critica. Non poteva, pertanto, non seguire questo monito soteriologico anche il traduttore italiano stesso, che ha presentato l’opera di Qaysarî conformemente alla natura dello stesso testo, un testo non comune all’interno della produzione del Tasawwuf proprio per il diverso pubblico a cui si rivolge.
La presentazione e l’apparato critico delle note riflettono, quindi, il possibilismo di Qaysarî, accompagnando il lettore in meditazioni talvolta tautologiche è vero, ma non per questo meno valide. Anzi, forse, risiede proprio nella tautologia il quid della scienza iniziatica, ossia quello di far giungere la mente dell’uomo – logica per natura – all’impasse logica, propedeutica al suo fine essenziale che è quello di accedere alla Verità, il Reale, Dio. È doveroso, però, rimarcare anche come questo “accedere a”, sia alla fine una rivelazione del Reale al servo. Questo comporta che la stessa impasse logica coincida con il ristabilirsi (ifâqa) del servo dopo il suo “venir meno” (sa‘iqa) (p. 63).
Per contro, la filosofia e la teologia, pur occupandosi dello stesso argomento di questa scienza, non indagano tuttavia su come effettivamente il servo possa giungere fino al suo Signore e sulla prossimità a Lui (p. 58). Ne deriva, quindi, il suo carattere di scienza applicata, in cui sono presenti sia strutture deduttive che induttive, all’insegna del et et comprensivo, che riflette la dinamica cangiante con cui la Verità sempre si manifesterà, seppure in forme diverse, fintantoché il mondo esisterà.
Essendo teoria, pratica ed applicazione ed avendo come fine diretto il Principio di ogni essere nonché di ogni verità, la scienza iniziatica è, quindi, la scienza per eccellenza ed è garante di ogni reale conoscenza, poiché da sola è in grado di dare un senso e assimilare la realtà stessa di questo senso.
Si arriva così a dimostrare – e sia Qaysarî che il traduttore italiano, nella nota 39, colgono nel segno – come solo una conoscenza “per propria essenza” (ossia basata sull’identificazione tra soggetto ed oggetto) possa essere direttamente vera, ma in questo caso essa sarà un conoscere essenzialmente se stessi. Passo ulteriore sarà, allora, quello di rendersi conto che questo tipo di conoscenza “per propria essenza” appartiene solo alla Divinità nella Sua assoluta Unità. Ma quest’ultima è anche il fine di ogni sulûk (metodo o cammino iniziatico).
Concedendo poco spazio all’apologetica e alla critica, Qaysarî fa, così, prevalere la sintesi della dottrina akbariana, proprio come fa lo stesso traduttore italiano, impegnato a trovare nuovi modi espressivi ma non per questo interpretabili alla stregua di tentativi artificiali di riformulazione della Verità.
I desiderata di Qaysarî per questo libro furono, pertanto, due, ambedue ampiamente raggiunti: la difesa e lo sviluppo della scuola akbariana in Oriente ed una “meta-teologia”, possibile solo su una base akbariana, capace di integrare filosofia e tradizione in chiave metafisica.
Un disegno, soprattutto il secondo, quindi, di estremo bisogno attuale.
Per quanto riguarda la struttura del libro, esso si compone di tre parti a sua volta tripartite. Nell’introduzione trova spazio il tentativo, riuscito secondo chi scrive, di dare sostanzialità a ciò che è l’esoterismo, ovverosia la conoscenza di Dio ed il ritorno a Lui. Per fare questo, bisognava però superare la tentazione di dare vita ad un’esposizione nozionistica, che quasi sempre risulta slegata e pertanto instabile. Tanto più che l’intento era quello di rivendicare pari dignità per la scienza iniziatica, rivolgendosi ad un pubblico certamente erudito.
Nei tre capitoli successivi vengono, invece, trattati nell’ordine: i principi ontologici e cosmologici in relazione alla metafisica, il metodo (tarîq) del ritorno al Principio e i più elevati gradi di realizzazione spirituale. La fine del libro, invece, è riservata alla ricapitolazione della dottrina sul Sigillo della Santità a chiusura del ciclo profetico e della Santità stessa.
Un libro dunque importante sul tasawwuf, che con altro lessico e per altro pubblico, fa intendere come il cercatore giunto alla fine del suo sentiero (sulûk), nella stazione dell’Unione, vedrà che soltanto il Reale è l’esistenza: a quel punto non v’è più cercatore, né meta e neppure sentiero. Piuttosto, il cercatore, la sua meta ed il sentiero stesso sono identici all’Ipseità (huwiyya) divina, che si manifesta nei diversi gradi con diverse forme.
Del resto, già il traduttore italiano avvertiva che l’idea d’esistenza coincide con l’idea di ente attuale: separate, infatti, non sussisterebbero.
Solo Dio è, quindi. All’uomo spetta quindi il riconoscimento e la realizzazione dell’ecceità divina. Come il pellegrino che giunge davanti al tempio della Mecca, è tempo per lui di esclamare: LabbayKa Allahumma labbayk, “Eccomi tutto a Te, Mio Dio, eccomi tutto a Te”!


Ibn ‘Arabî, IL MISTERO DEI CUSTODI DEL MONDO (Kitâb manzil al-qutb wa maqâmu-hu wa hâlu-hu)

A cura di Chiara Casseler, edizioni Il Leone Verde, Torino, 2001, pp.102, 11.50 euro
Nel tasawwuf (Sufismo) si parla spesso di santi misteriosi, santi apotropaici, figure di uomini le cui funzioni spirituali sono celate a tutti, salvo a coloro che popolano il cosiddetto “Consiglio dei santi”, che è presieduto dal Polo e dai suoi due Ausiliari. Proprio di queste ultime figure si occupa l’intenso testo che molto sapientemente è stato tradotto da Chiara Casseler. Si tratta di una gerarchia esoterica di santi protettori, veri e propri guardiani della luce e custodi della saggezza e della religione immutabile, la cui azione si svolge in modo puramente spirituale e la cui sede inaccessibile si situa nel cosiddetto “mondo immaginale” (âlam al-mithâl) di corbiniana memoria, il luogo dove i corpi si spiritualizzano e gli spiriti assumono forme corporee.
L’autrice con padronanza lessicale riesce a non far perdere il filo al lettore: di fronte alla complessità misterica della gerarchia iniziatica, il suo stile piano e sicuro prende sottobraccio gli occhi di chi legge e gli fa assaporare le parole di Ibn ‘Arabî, quasi fosse lui a pronunciarle.
Un invito esplicito a considerare la gerarchia spirituale come imperante su quella temporale è del resto già stato annunciato da altri autori di questo secolo, ma se in questi l’invito può risultare, forse, astratto, qui invece, ci si trova di fronte ad un Maestro ed alle sue “aperture”.


Ibn ‘Arabî, IL LIBRO DEL SÉ DIVINO, (Kitâb al-Yâ’ wa huwa kitâb al-Huwa)

A cura di Chiara Casseler, edizioni Il Leone Verde, Torino, 2004, p.178, 19 euro.
A differenza del precedente testo, questo certamente è più tecnico, ma ciò non deve far disperare. Il tema trattato è metafisico per eccellenza: l’unicità, l’esclusività, l’assolutezza e l’onnipervasione del Sé dino, il Huwa. Alla base del trattato sta la Scienza delle Lettere, le quali hanno una capacità evocativa incontestata e peraltro ravvisabile anche nella tradizione ebraica. Discorso a parte meriterebbe l’alfabeto latino e la valenza simbolica stessa, cosa che del resto non è oggetto presente di trattazione.
Il lettore potrà trovarsi d’incanto immerso in quell’orizzonte amplissimo della dottrina akbariana che va dalla Scienza alchemica, passando per la Scienza dei Nomi, per finire nella Scienza dei numeri.
Tutte le dualità concettuali ed esistenziali, prima tra tutte quella dell’“io” (il soggetto cosciente) e del “tu” (il mondo, oggetto dell’esperienza) non possono essere superate che grazie alla dottrina del Sé e la sua diretta realizzazione. Questo è il vero elemento trascendente di ogni sintesi metafisica che è il riferimento ultimo di ogni teoria tradizionale della conoscenza.
L’autrice palesa quindi la sua maturazione, sancita proprio dalla scelta di cimentarsi in questa traduzione, difficile e severa, ma che alla fine ha superato brillantemente.

Alberto De Luca

Articolo pubblicato su EST OVEST il 29 Ottobre 2005

Lo Yemen, gli amici e il pacco



Pubblicato il 31 ottobre 2010 da Stefano

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?              
Ciá vá, non ho meglio da fare e provo qui con un riassunto breve.       
il pacco
Questa la prima notizia così come riportata dal Corriere:
“A far scattare l’allerta era stata la scoperta, avvenuta la notte tra giovedì e venerdì, di un toner apparentemente trasformato in ordigno a bordo di un velivolo della Ups, una compagnia di spedizioni, durante uno scalo a Londra. Il velivolo era partito dallo Yemen ed era diretto a Chicago. L’Fbi ha poi fatto sapere che il toner manipolato è risultato negativo ai controlli per l’esplosivo, ma nel frattempo sono scattati controlli su altri due aerei della Ups in arrivo negli Usa, a Newark e a Philadelphia”.
Ripetiamo al rallentatore: a Londra, su un cargo UPS la polizia non trova niente, tranne una cartuccia d’inchiostro per una stampante e nel mondo intero scatta l’allarme anti-terrorismo-al-kaida-al-qaida-al-qaeda.
Lo Yemen Post scrive che Mohammed al-Shaibah, direttore del settore cargo della Yemenia Airwais ha dichiarato che “nessun cargo UPS o DHL ha lasciato il Paese nelle ultime quarantotto ore. Tutte le accuse sono false e prive di fondamento. Nessun cargo UPS o DHL è partito nelle ultime quarantotto ore con direzione Chicago. Tutti i pacchi in transito dallo Yemen sono controllati accuratamente e non esiste nessuna prova che i pacchi in questione siano passati da qui”.
Mentre gli Stati Uniti annunciano che la minaccia dell’al-kaida-al-qaida-al-qaeda yemenita è superiore alla minaccia dell’al-kaida- …. pakistana, gli analisti locali sono stupiti da queste dichiarazioni. Gli attivisti yemeniti sono stimati a meno di un centinaio (sempre non si tratti di doppi agenti), meno del 5% dei militanti pakistani o sauditi. Perché allora a Washington pensano che questi costituiscano un pericolo mentre le autorità yemenite sono allibite di fronte all’improvvisa escalazione della situazione?
Napoleone (o Churchill?) diceva: “Guardate la carta geografica e saprete se c’è da aspettarsi una guerra in una determinata nazione”.
Ecco, guardiamo la carta geografica per capire che dallo Yemen si controlla l’accesso al mar Rosso e del Golfo di Aden. Si è accesa la prima lampadina? Proviamo adesso a guardare le notizie degli ultimi mesi riguardanti lo Yemen.
“Il primo ministro britannico Gordon Brown ha invitato i suoi principali partner internazionali ad una conferenza per discutere delle strategie con cui contrastare la radicalizzazione in Yemen, dopo il fallito attentato della scorsa settimana su un aereo diretto negli Usa. Lo ha detto oggi il suo ufficio.
Brown ospiterà l’evento a Londra il 28 gennaio. L’incontro ad alto livello si svolgerà in parallelo alla conferenza internazionale sull’Afghanistan, in calendario nello stesso giorno.
Umar Farouk Abdulmutallab, il nigeriano di 23 anni che ha detto di essere stato addestrato da al Qaeda in Yemen, è accusato di avere cercato di far esplodere un aereo passeggeri diretto a Detroit nel giorno di Natale”.
Umar Farouk è quello che si è fatto esplodere 80 grammi di tetra nitrato di penta eritrite fra le gambe e che fino ad oggi continua a proclamarsi innocente.
Bene, dopo questo fatto è nata, per iniziativa di Franco Frattini, l’associazione “Friends of Yemen” con lo scopo di aiutare il Paese nella “lotta al terrorismo”. La Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia hanno versato diversi milioni di dollari per potenziare controlli e addestramento di polizia. L’Italia in particolare ha inviato motovedette e istruttori.
Nonostante ciò, sembra che il presidente Ali Abdullah Saleh non prenda le cose troppo sul serio. Vuoi perché i kaidisti yemeniti assomigliano più all’armata Brancaleone, vuoi perché la sua permanenza al potere è condizionata dal volere dell’ala conservativa del suo Paese, più vicina all’islam che agli U.S.A.
Non da trascurare le prossime elezioni negli Stati Uniti dove, secondo gli esperti, la paura di al-kaida-alqaida- … porta voti ai repubblicani che accusano Obama di essere troppo vicino all’Islam.
Insomma, poco di nuovo sotto il cielo.
Forse non era nemmeno il caso di raccontarlo, ma così, tanto per aver messo un appunto che non si sa mai.

Pubblicato il 31 Ottobre 2010, su il Derviscio


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