mercoledì 10 marzo 2010

E MAIL RICEVUTA DA AISHA FARINA

بسم الله الرحمان الرحيم

E in tutta risposta il suo popolo disse: « Cacciateli dalla vostra città! Sono persone che vogliono esser pure! » (Corano VII. Al’A’râf, 82)
In verità coloro che desiderano che si diffonda lo scandalo tra i credenti, avranno un doloroso castigo in questa vita e nell’altra. Allah sa e voi non sapete (Corano XXIV. An-Nûr, 19)

Care sorelle e fratelli fillah,
Assalamu ‘alaykum waRahmatullahi Ta’ala waBarakatuHu.

Ieri è cominciato a Bruxelles il processo contro la nostra amatissima sorella Oum Obeyda, che insieme ad altri fratelli è accusata di fantomatici preparativi di attentati, ma che, come tutti sapete, è colpevole solo di aver dichiarato ad alta voce il suo “no” alla guerra di sterminio condotta in Afghanistan, Iraq, e in tutte le nostre terre occupate.
Non avendo alcuna prova contro di lei, essendo il delitto d’opinione teoricamente non condannabile, questi vigliacchi l’hanno costretta a presentarsi in tribunale senza il suo velo, per poi trasmettere al telegiornale della sera la sua immagine, tutti fieri della loro ingiustizia, del tipo “Malika El Aroud si è presentata vestita con abiti occidentali”!!…

Evito perciò di indicare i links relativi alla diffusione di queste immagini, invitandovi semplicemente a non dimenticarla nei vostri du’a, che Allah l’Altissimo la liberi, la riunisca alla sua famiglia e al suo amatissimo sposo, le renda giustizia e la ricompensi grandemente in questo dunya e nell’Akhira, âmîn…

Che Allah l’Altissimo umilii gli ingiusti come essi avrebbero voluto umiliare la nostra sorella benedetta, âmîn,
Yâ Mu’tasima!!…
Che Allah l’Altissimo liberi tutti i prigionieri fisabilillah, colpevoli solo di essere musulmani… âmîn…

Wa-s-salâm,

Umm Yahya

Pubblicato su AmatAllah (il Blog Biblioteca di Ummusama) il 9 Marzo 2010

I RISCHI DELLE BIOTECNOLOGIE



Scritto di Giovanni Monastra.

Con il termine "biotecnologie" si intende una serie di attività, procedure, sperimentazioni scientifiche, ecc., inseribili per lo più all'interno di un progetto teorico, diremmo quasi ideologico, di tipo faustiano, prometeico, secondo il quale la natura, al pari di una macchina, può essere manipolata a piacere, senza particolari vincoli, salvo quelli "tecnici", di fattibilità, vincoli per altro considerati da molti ricercatori sempre superabili in un'ottica progressista e ottimista («la scienza non si ferma mai!»). È quindi una progettualità di tipo ingegneristico-fabbricativo applicata non più alla materia inerte, anche se sofisticata, ma alla vita in sé, ridotta ormai a "distillato" di laboratorio, spesso pura somma di astrazioni e di modelli teorico-matematici.

I vari aspetti delle biotecnologie

Esistono biotecnologie a vari livelli e gradi di invasività: infatti alcune si limitano a "riparare" le lesioni o i difetti dell'organismo "esternamente", usando tecniche d'avanguardia, altre invece vogliono operare in profondità, giungendo spesso a modificare il patrimonio genetico di batteri, piante, animali e anche esseri umani, naturalmente sempre e solo in nome di altissimi e nobilissimi propositi… Vengono così creati microrganismi geneticamente modificati (MOGM) e organismi (piante o animali) geneticamente modificati (OGM), il cui DNA è stato manipolato per lo più mediante l'introduzione di geni provenienti da altre specie.
Le biotecnologie presentano due volti. Il primo, il più reclamizzato, è quello seducente, affascinante, pieno di promesse giudicate realizzabili in tempi relativamente brevi: la vittoria su tutte le malattie che affliggono l'umanità, la sconfitta della fame nel mondo, il prolungamento oltre ogni immaginazione della durata della nostra vita, il soddisfacimento di un desiderio fondamentale come quello della procreazione anche nei casi in cui la natura lo renderebbe impossibile o sconsigliabile, ecc. Il secondo volto, tenuto sempre nascosto dai più accaniti sostenitori delle biotecnologie, è quello oscuro, potenzialmente minaccioso per il nostro pianeta, legato alle conseguenze a medio e lungo termine di alcune tra queste attività manipolative (non certo di tutte!), su cui hanno avanzato forti riserve sia diversi biologi di fama mondiale, tra cui Joe Cummins, Brian Goodwin, Mae-Wan Ho, sia personaggi ben noti come l'inventore del linguaggio Java Bill Joy, l'epistemologo Ervin Laszlo o il filosofo Jeremy Rifkin.

Il paradigma dello sfruttamento

Utopismo materialista, arroganza scientista, frenesia attivistica, incosciente ottimismo a priori, insofferenza per i controlli e le verifiche sul lungo periodo, il tutto spesso unito, anzi perversamente commisto, con giganteschi interessi economico-finanziari, costituiscono il retroterra di molti aspetti delle biotecnologie e le rendono un fenomeno del tutto nuovo, privo di qualsiasi raffronto con quanto avvenuto in passato.
Secondo i sostenitori dell'ingegneria genetica, anche la bioingegneria, come qualsiasi altra scienza, non è né buona né cattiva. Dipende dall’uso che ne fa l’uomo. Se controllata e utilizzata in modo etico può contribuire a risolvere grandi problemi.
Si tratta delle solite affermazioni di apparente buon senso incontestabile, che però peccano di superficialità e astrattezza. Per nutrire dubbi sarebbero già sufficienti le non poche esperienze negative di questi anni, di cui hanno parlato anche di recente i giornali. Abbiamo, inoltre, informazioni e mezzi sufficienti per prefigurare gli scenari futuri. Conosciamo già alcuni problemi che potrebbero sorgere, anche di grave entità e non risolvibili, come l'inquinamento genetico, la perdita della biodiversità, ecc. Ciò va detto senza allarmismi "regressisti", ma anche senza illusioni scientiste. E naturalmente ci limitiamo all'ambito della biologia, tralasciando gli aspetti di ordine etico e spirituale, di enorme importanza (vedi la clonazione umana).

Qui vanno brevemente accennate le responsabilità del darwinismo e del neo-darwinismo, che hanno generato una pseudoscienza impregnata di utilitarismo, oltre che di superbia faustiana. In questa cornice la natura non viene più vista, secondo i parametri tradizionali, come una totalità armonica, come un insieme globale ordinato, come una realtà interattiva ricca e complessa da rispettare nel suo delicato equilibrio dinamico. Secondo tale "scienza", invece, la natura costituisce una semplice somma casuale di parti, di fatto pensate tra loro indipendenti, parti che nel corso della evoluzione si sarebbero meccanicamente connesse a formare una realtà priva di senso e significato, non regolata già dalla sua origine da leggi interne e da vincoli formali e sostanziali. La natura per Darwin e per i suoi epigoni è solo opaca e densa materia in perenne cieca evoluzione, caos mascherato da ordine effimero. Lo stesso significato profondo di "organismo vivente" viene perduto, in quanto ne viene negata la struttura olistica, cioè unitaria e altamente complessa, ricchissima di interazioni tra tutti i livelli. E l'uomo, ridotto a evento frutto di pure contingenze, non è più il centro, il culmine qualitativo della realtà naturale.
È ampiamente dimostrato che la concezione tradizionale del mondo fosse portatrice di elementi culturali di "contenimento" della spinta prometeica, cioè di certi impulsi verso il dominio incontrollato e rapace sulla natura, impulsi latenti nell'uomo in quanto tale: questi fattori "limitanti", oggi demonizzati nella logica banale della "emancipazione" degli esseri umani da ogni costrizione, sono stati elementi essenziali nel periodo premoderno, almeno fino a quando le religioni hanno esercitato un reale peso sociale.
Diversamente da quanto afferma il pensiero laico-progressista, il darwinismo non ha sepolto per sempre l'antropocentrismo --invece, nella sua ottica materialista, ha dato vita a una forma nuova e radicale di antropocentrismo: faustiano, egoista, ribelle a qualsiasi vero vincolo, limite, tabù. Esso si fonda sui "bisogni", in sé inesauribili, come sappiamo, bisogni da soddisfare a tutti i costi, quasi fossero un diritto/dovere sociale, mentre il cosiddetto antropocentrismo religioso, del passato, si basava sul concetto di responsabilità, almeno in linea di principio.
E se le specie viventi, uomo compreso, sono frutto dell'arbitrio del caso, poi selezionate da una meccanica necessità, cosa impedisce che oggi esse diventino il frutto dell'arbitrio della scienza, in una cornice di umanismo orizzontalista? Tutto sommato --pensa il biologo neo-darwinista-- sono eventi instabili, immersi in un divenire senza "salti" (secondo alcuni, addirittura le specie sono solo nomi, pure convenzioni, poiché la natura sarebbe una realtà "continua" e non discontinua). Per tale motivo, in questo grande minestrone dove tutti i componenti possono essere mischiati, si ritiene normale infrangere ogni confine, inserendo geni "estranei", trasportandoli da una specie all'altra, addirittura dal mondo animale a quello vegetale. In passato l'uomo aveva come limite invalicabile le costrizioni imposte dalla natura, che oggi vengono ignorate e stravolte da una tecnologia onnipotente. Così giunge a compimento la trasmutazione della scienza in tecnica, cioè il passaggio epocale di una disciplina tesa alla pura conoscenza del mondo in un'altra disciplina, qualitativamente diversa, il cui fine diviene la trasformazione del mondo, sempre meno in armonia con i suoi ritmi e i suoi caratteri precipui.

Controllare le applicazioni e contenere i danni

Dopo questo breve esame, viene spontaneo chiedersi: «Che fare?». A parere di chi scrive la posizione più corretta da tenersi di fronte alle biotecnologie dovrebbe essere di tipo fondamentalmente conservativo rispetto a quello che viene definito l'ordine naturale, con un certo scetticismo nei confronti del "paese della cuccagna" che ci vorrebbero far credere a portata di mano. Al contempo andrebbe evitata qualsiasi posizione aprioristica, di tipo ideologico, contraria alla biotecnologie in quanto tali, cioè prese in modo qualunquistico e superficiale come un tutto da accettare o rifiutare in blocco. Non servono guerre totalizzanti, ma una razionale e paziente opera di "demitizzazione", che separi il desiderio legittimo (e antico quanto l'uomo, che ha sempre operato cambiando la natura circostante per adattarla ai suoi bisogni e fini) di intervenire in certi ambiti, specie in quello della salute, con strumenti altamente sofisticati e innovativi, da una serie di mistificazioni strumentali.
Di fronte alla odierna hybris biotecnologica non si possono porre limiti interni alla ricerca scientifica, se non quelli puramente "tecnici", "operativi", in quanto in tale ambito mancano i presupposti teorici, cioè lo stesso concetto di "limite" come valore di per sé. Ma nemmeno, realisticamente, è possibile ipotizzare un limite esterno di carattere stabile e duraturo, considerando lo spirito del nostro tempo: ci si dovrà adattare, in questo periodo, a una strategia di contenimento e di controllo, di confronto anche pragmatico, quasi giorno per giorno, in una situazione di tensione continua, analizzando singoli progetti e singoli casi (le leggi in vigore, che regolano il settore, sono certo utili, ma insufficienti). La popolazione dovrà essere informata in modo pluralista, senza però scadere in demonizzazioni isteriche, che, per la loro improponibilità e inattendibilità scientifica, farebbero il gioco dei sostenitori a oltranza delle biotecnologie: serve infatti anche una forte compartecipazione popolare ai meccanismi di controllo (ad esempio, si dovrebbe pretendere, in nome della trasparenza, che gli OGM negli alimenti siano etichettati come tali anche quando presenti in percentuali minime, pure al di sotto dell'1%).
Siamo all'inizio di una lunga battaglia di civiltà, dove trasparenza negli atti di rilevanza pubblica e rispetto della persona devono essere fondamentali. Al di là dei pericoli per la salute di tutti, è in gioco la stessa esistenza della nostra specie e delle altre, di cui l'uomo dovrebbe essere il custode e il protettore, non il carnefice e il becchino, comportandosi, tra l'altro, con la stessa intelligenza e lungimiranza di chi sega il ramo sui cui si trova! E questa battaglia avrà qualche possibilità di successo solo se tutti capiremo che l'indispensabile premessa risiede nella tutela delle specificità e delle identità a tutti i livelli.

Giovanni Monastra


PUBBLICAZIONI SU ARGOMENTI DI CARATTERE SCIENTIFICO

Libri
                                                                                                                                      
La Révolution organiciste, Ed. Livre-Club du Labyrinthe, Parigi 1986.
Libro - intervista al prof. Roberto Fondi, dedicato alle nuove correnti scientifiche in Fisica e in biologia.

Le origini della vita, Ed. Il Cerchio, Rimini 2000.
Contiene una sintetica critica al moderno pensiero riduzionista sulla natura: Vengono esaminati i più recenti dati scientifici sull'origine, la diversità, la Specificità e la Complessità degli Organismi viventi e Viene sviluppata Un'analisi critica delle concezioni utilitariste meccaniciste e in biologia.

"Maschera e volto "degli OGM, Ed. Settimo Sigillo, Roma 2002.
Vengono analizzati vari aspetti concernenti gli Organismi Geneticamente Modificati, con riferimento al retroterra storico-filosofico, alle profonde trasformazioni avvenute nel campo della genetica, all'impatto sulla salute, sull'ambiente e sull'economia.

Curatore e coautore del libro di AA.VV.
Le Agrobiotecnologie nel contesto italiano, INRAN, Roma 2006.
Il volume fornisce un Approccio globale e complessivo al tema degli OGM in agricoltura ed è costituito da NUMEROSI contributi di ricercatori e studiosi, Specialisti in varie discipline (biologia, medicina, biotecnologie, economia, comunicazione, giurisprudenza, ecc.).

 Prefazioni e saggi su argomenti scientifici e filosofico-scientifici di varia tematica
(selezione di Alcuni titoli): 
Prefazione uno La festa di San Giovanni e le Acque in Italia di Franco Cardini (Padova, 1990).
Prefazione uno Progresso e civiltà di Alfredo Niceforo (Roma, 2002)
Per una ontologia della Tecnica, Diorama letterario, 72 (1984)
Itinerari del Sacro Attraverso le Scienze Naturali (Adolf Portmann), in Atti del Convegno su "La cultura contemporanea e il Sacro", il Cerchio (1985)
Goethe, un'idea della Natura, I Quaderni di Avallon, 7 (1985)
La biologia Verso il 2000: interrogativi, analisi, proposte, I Quaderni di Avallon, 8 (1985)
Contributo per una storia della biologia: la critica al materialismo e al meccanicismo Tra il XIX e il XX secolo, I Quaderni di Avallon, 15 (1987)
La nuova fisica: una rivoluzione nella natura della Concezione, Abstracta, 22 (1988)
Gli "eretici" di Princeton, Abstracta, 29 (1988)
L'anthropologie philosophique d'Arnold Gehlen, Nouvelle Ecole, 45 (1988 - 89)
Etnologia e diritti dei popoli, Diorama letterario, 127 (1989)
Contre Darwin e réponse à Yves Christen, Krisis, 2 (1989)
I "Mondi in collisione" del dottor Velikovsky, Abstracta, 35 (1989)
Natura della astuzie e richiami etnici, Diorama letterario, 166 (1993)
Darwinismo: teoria scientifica o storica Illusion?, Sophia, 3,1 (1997)
I nemici dell'Identità, Percorsi, 10, II, (1998)
Una sapienza atemporale, nel libro di AA.VV., Verso Casa (Arianna, Bologna 1998)
Oltre la tirannia dello Scientismo, Letteratura-Tradizione, III, 13, 2000.
Più ricerca e sviluppo per il "sistema italiano" (in collaborazione con F. Romano, I. Rauti e T. Staniscia), la rivista del Parlamento, 152, 13/1/2003.
Ripensare Konrad Lorenz, Percorsi, 1, III, 2004.
Konrad Lorenz, un etologo Ambientalista al di fuori degli schemi ", Silvae, II (4), 163-179 2006.
L'idea di natura Nelle cultura dell'Uomo, L'Ecologist italiano, 6, gennaio 2007.
Natura archetipica: vincoli morfologici e gerarchici in biologia, Avallon, 56, 2007.
Il darwinismo e la "Sinistra Darwiniana" di Peter Singer, Atrium, 1, 2007.
"Il rapporto tra uomo e animali", Silvae, in stampa

Ha inoltre scritto uno studio sulla Concezione della Natura di SH Nasr, dal titolo "Seyyed Hossein Nasr: Religione, Natura e Scienza", inserito nell'opera di AA.VV., La Filosofia di Seyyed Hossein Nasr, A cura di Lewis E. Hahn et al., Sponsorizzata Dalla Southern Illinois University (Open Court Publishing Company, Peru, Illinois 2001), Contenente contributi di studiosi di tutto il mondo.
Ha pubblicato due voci ( "Natura" e "Darwin") nel Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede di AA.VV, a cura di Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia, (Editori: Pontificia Università Urbaniana di Roma e da Città Nuova, Roma 2002).
Link alle due voci:
Natura (in inglese)
Darwin, Charles Robert (in italiano)

Ha steso la Prefazione al libro "Scienza e il mito del progresso", Curato da MM Zarandi, contenente interventi di Autori vari, come Schuon Guénon, Nasr, Sermonti, ecc., (World Wisdom, Bloomington Indiana USA 2003).Ha curato la voce "Nasr SH" per l'Enciclopedia filosofica Bompiani, Milano 2006. Articoli specifici di Antropologia fisicaCorrain C. e Monastra G.: Ricerche antropologiche a S. Vito di Cadore (Belluno), Quaderni di Scienze antropologiche, 1, 157-187 (1978).
Corrain C., Colombo M. e Monastra G.: Resti scheletrici di tombe romane (III-IV sec. DC) di Riva del Garda (TN),
Atti dell'Accademia Roveretana, XXIII, 49-68 (1983).
Corrain C., Erspamer G., Colombo M. e Monastra G.: Alcuni scheletri medievali di Bergamo,
Quaderni di Scienze antropologiche, 9, 35-58 (1983)
Monastra G.: Tre crani rinvenuti a S. Pietro Polesine (Rovigo),
Quaderni di Scienze antropologiche, 10, 62-68 (1984)Articoli di farmacologia e biologia Bruni A., Monastra G., Bellini F. e Toffano G.: Autacoid proprietà di lysophosphatidylserine. In: membrane biologiche: aberrazioni nella membrana struttura e funzione. A cura di M. Karnowsky, A. Foglia, L. Bolis. Alan R. Liss, Inc., New York, pp.165-179 (1988).
Bruni A., Bellini F., Mietto L., Monastra G., Viola e G. Toffano G.: Cellule bersaglio per serina fosfolipidi. In: Aspetti neurochimici di Fosfolipide metabolismo. A cura di L. Freysz, J. N. Hawthorne e G. Toffano. Fidia Research Series, Vol.20. Liviana Press, Padova, pp.211-217 (1989).
Monastra G., Pege G., Zanoni R., Toffano G., Bruni A.: Lysophosphatidylserine indotta da attivazione dei mastociti in mice. J. Lipid mediatori, 3, 39-50 (1991).
Monastra G. e Bruni A.: Diminuzione dei livelli sierici del fattore di necrosi tumorale negli animali trattati con lipopolisaccaride e liposomi contenenti phosphatidyserine. Linfochine e Cytokine Research, 11, 39-43 (1992).
Bruni A., Bellini F., Caselli E., Monastra G. e Ponzin D.: Immunomodulatisu da fosfolipidi serina. In: fosfolipidi e Signal Trasmission, Massarelli R., Horrocks LA, Kanfer JN e Löffelholz K. (eds). NATO ASI Series, vol. H 70, Hmbh Springer-Verlag, Heidelberg, pp.235-247 (1993).
Monastra G., Cross A.H., Bruni A e Raine č.s.: Fosfatidilserina, un inibitore putativo del fattore di necrosi tumorale, previene la demielinizzazione autoimmune. Neurology, 43, 153-163 (1993).
Monastra G. e Secchi F.: Beta-adrenergici mediare in vivo l'inibizione del lipopolisaccaride adrenalina-indotta fattore di necrosi tumorale release. Lettere Immunology, 38, 127-130 (1993).
Secchi F., Monastra G., Bruni A. e C. Chizzolini: Surrenectomia abolisce l'inibizione fosfatidilserina di lipopolisaccaride indotta fattore di necrosi tumorale release. European Cytokine Network, 4, 371-375 (1993).
Panerai A.E., Radulovic J., Monastra G., Manfredi B., Locatelli L., Sacerdote P.: Concentrazioni di beta-endorfine in aree cerebrali e macrofagi peritoneali nei ratti sensibili e resistenti alla encefalomielite allergica sperimentale: una possibile relazione tra il fattore di necrosi tumorale alfa e oppiacei nella malattia J. Neuroimmunol., 51, 169-76 (1994).
Bruni A., Mietto L., Secchi F., Ponzin D., Monastra G., G. Kirschner, Cusinato F. e C. Chizzolini: Cholesterylphosphorylserine inibizione da parte di cellule T-mediata risposte immunitarie nei topi International Journal of Immunofarmacologia, 17, 517-521, (1995).
Monastra G., Rosato A., Zambon A., Mosele A., Collavo D. e P. Zanovello: Sotto forma di membrana del TNF-alfa induce sia la lisi cellulare e apoptosi nelle cellule bersaglio sensibili Cellular Immunology, 171, 102-110 (1996)
Biasi G., Facchinetti A., Monastra G., Mezzalira S., Sivieri S., Tavolato B. e P. Gallo: Protezione da Encefalomielite autoimmune sperimentale (EAE): non riducono lo strato anti-CD4 mAb trattamento induce T periferico tolleranza cella per MBP in PL / mice J Journal of Neuroimmunology, 73, 117-123 (1997)
Baron P., Costantin G., Meda L., Scarpini E., Scarlato G., Trinchieri G., Monastra G., Rossi F. e Cassatella M.A.: Colta monociti umani rilascio citochine proinfiammatorie in risposta alla proteina basica della mielina Neuroscience Letters, 21, 151-154 (1998)
Facci L., Cusinato F., Negro A., Monastra G., Signorelli A., Bruni A.: L'immunosoppressore cholesterylphosphoserine steroide inibisce il fattore di necrosi tumorale alfa-secrezione in vitro e in vivo Citochine, 12 (6), 770-3 (2000)
Corsini E., Lucchi L., Binaglia M., Viviani B., C. Bevilacqua, Monastra G., Marinovich M., Galli C.L.. : Cloricromene, un semi-sintetica derivata Coumarine, inibisce la produzione di TNF-alfa a livello pre-trascrizionale, Eur.J.Pharmacol., 418 (3), 231-7 (2001).
Monastra G. e Rossi L., Cibi transgenici come strumento per l'eliminazione malnutrizione e il loro impatto sui sistemi agrari , Riv Biol., 96 (4), 363-384 (2003)
Monastra G., Organismi geneticamente MODIFICHE (OGM): analisi di un progetto faustiano, Etrurianatura, 1, I, 8-21 (2004)
Manzoli L., Di Giovanni P., Del Duca L., De Aloysio D., D. Festi, Capodicasa S., Monastra G., Romano F., Staniscia T.: L'uso della terapia ormonale sostitutiva nelle donne italiane di età compresa tra 50-70 anni, Maturitas, 49 (3), 241-251 (2004)
Carboni R., Monastra G., Biotecnologie in agricoltura, Economia Agro-Alimentare, 1, 87-108 (2004)
Monastra G., Necessità di un Approccio globale per Valutare gli OGM, Silvae, I (1), 63-75 (2005)
Staniscia T, Manzoli L, Matarrese D, Di Giovanni P, Cataudo S, P, Testa, Schioppa F, Vitullo F, Monastra G., Romano F., Epidemiologia dei carichi ospedalieri nei pazienti con ricoveri più dovuta al diabete, Ann.Ig,, 17 (5), 413-8 (2005)
Pazzi F., Lener M., Colombo L., Monastra G., Il mais Bt e micotossine: lo stato attuale della ricerca, Annals of Microbiology, 56 (3), 223-230 (2006)
Lombardo M., Carboni R., Monastra G., Etichettatura dei prodotti OGM: analisi normativa, Sicurezza Sanitaria, 87, 50-55 (2006)
Palozza P., Serini S., Boninsegna A., Bellovino D., Lucarini M., Monastra G., Gaetani S., La crescita-effetti inibitori di Pomodori digerito in vitro in Colon Adenocarcinoma celle avvenire attraverso il down-regulation della ciclina D1, Bcl-2 e Bcl-XL, Fr. J. Nutr., 98 (4), 789-795 (2007)
Venneria E., S. Fanasca, Monastra G., Finotti E., Ambra R., Azzini E., Durazzo A., Foddai MS, Maiani G., Valutazione dei the valori nutrizionali del Genetically Modified grano, mais, pomodoro e colture, J. Agric. Food Chem., 56, 9206-9214 (2008)
Finamore A., Roselli M., Britti M.S., Monastra G., Ambra R., Turrini A., Mengheri E., Intestinale e periferico risposta immunitaria all'ingestione di mais MON810 nei topi svezzamento e vecchi, J. Agric. Food Chem., 56, 11.533-11.539 (2008)
Palozza P., Bellovino D., Simone R., Boninsegna A., Cellini F., Monastra G., Gaetani S., Effetto del beta-carotene tlcy ricca di pomodori-b su inibizione della crescita delle cellule in cellule HT-29 adenocarcinoma del colon, Fr. J. Nutr., 24 dic. (2008) [Epub ahead of print]
Egidi M.G., Timperio A.M., S. Rinalducci, Monastra G., L. Zolla,Proteomica come strumento complementare per l'identificazione di effetti collaterali indesiderati che si verificano in semi di mais transgenico come risultato di modificazioni genetiche, Proteomica, 2, 63 (2008)
Monastra G., Fame nel mondo e opzione OGM, Silvae, IV (10), 17-40 (2008)
Monastra G., La crisi alimentare mondiale: cause, proposte e inganni, Etrurianatura, VI, 98-112 (2009)


Giovanni Monastra


Giovanni Monastra is the Managing Director of INRAN which is the National Research Institute for Food and Nutrition in Italy. Prior to this, he did research work in the laboratories of a pharmaceutical company, carrying out scientific studies mainly in the field of immunological drugs. He is the author of many articles and two books, one on the origin of life (Le origini della vita, 2000), with several criticisms of Darwinism, and the second on transgenic food, in which he presents arguments against genetic engineering (Maschera e volto degli OGM, 2002).




Giovanni Monastra is the author of the foreword to Science and the Myth of Progress , edited by Merhahd Zarandi .

Articolo inserito in data: martedì, 12 febbraio 2002, su EST- OVEST

martedì 9 marzo 2010

L' EUROPA MUSULMANA







A Dio appartengono l'Oriente e l'Occidente;
in qualunque direzione vi volgiate, ivi è il Volto di Dio;
in verità Iddio tutto abbraccia e tutto sa.
Corano, II, 115
                                                                                                   


Gottes ist der Orient!
Gottes ist der Okzident!
Nord- und südliches Gelände
Ruht im Frieden seiner Hände.
J. W. Goethe





Europa cristiana ed Europa musulmana

"Erano tempi belli, splendidi, quelli dell'Europa cristiana, quando un'unica cristianità abitava questo continente di forma umana, e un grande e comune disegno univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale". Così esordisce quel celebre frammento che Novalis scrisse nel 1799 e intitolò Die Christenheit oder Europa, enunciando una sinonimia che già allora appariva poco fondata.
Nella realtà, l'"unica cristianità" idealizzata dal poeta romantico non è mai esistita; tanto meno è esistita una cristianità coincidente con l'umanità europea. Nel cristianesimo, infatti, gli scismi sono stati numerosi, fin dai tempi apostolici: già San Paolo, nella prima Lettera ai Corinzi, lamentava le divisioni della Chiesa. Ma il primo grande scisma, lo scisma d'Oriente, avvenne nel 1054, quando Leone IX scomunicò il Patriarca Michele Cerulario e tutta la Chiesa d'Oriente: questa rottura fu il risultato di oltre mezzo millennio di attriti, di gelosie e divisioni che avevano scavato un fossato tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente. Compito della Chiesa greca era stato di formulare i dogmi relativi a Dio e al Cristo, mentre la Chiesa romana aveva definito la dottrina concernente la natura e i bisogni dell'uomo. La prima, erede della filosofia e della retorica dei Greci, aveva esteso la sua giurisdizione agli Slavi e ai Latini d'Oriente; la seconda, erede della sapienza giuridica romana, era diventata la religione dei popoli latini d'Occidente e dei popoli germanici. I motivi immediati dello scisma furono alcune innovazioni occidentali, come l'aggiunta del "filioque" al testo del Credo e le norme sul celibato del clero.
Lo scisma d'Occidente ebbe luogo nel 1378, in seguito all'elezione di due diversi papi: Urbano VI e Clemente VII. Quest'ultimo, che venne riconosciuto da una parte degli Stati cattolici, si stabilì ad Avignone e usò le armi per tentare di togliere al rivale lo Stato pontificio. Tale divisione turbò la Chiesa occidentale, finché l'unità venne ricomposta nel 1447 sotto Nicolò V.
Nel secolo successivo, però, la Riforma protestante provocò il distacco della maggior parte delle popolazioni germaniche - e non solo germaniche - dalla Chiesa di Roma, nonché la nascita di tutta una serie di chiese nazionali.
In questo panorama europeo, caratterizzato dalla frantumazione della cristianità e dalla presenza di due, poi di tre grandi confessioni cristiane ostili e in lotta fra loro, si era inserito, fin dall'VIII secolo d. C., l'Islam. Accanto all'Europa ortodossa, a quella cattolica e a quella protestante prese dunque forma, su un'area territoriale più ridotta, un'Europa musulmana.

La Spagna musulmana

L'Islam europeo si manifestò inizialmente nella penisola iberica. Su un preesistente fondo germanico (visigotico) e romanzo (ibero-latino) ebbe luogo l'"unico trapianto in grande stile della civiltà arabo-musulmana su suolo europeo" (1). Si trattò di un trapianto più culturale che etnico, perché "i musulmani di Spagna, se discendenti di convertiti alla religione dei conquistatori, erano Spagnoli puri; altrimenti, per via dei frequenti incroci, prevaleva nelle loro vene l'antico sangue ispanico" (2).
Veicoli dell'Islam in Spagna furono inizialmente i Berberi, i quali, dopo che gli Arabi di Mu'awiya ebbero fallito nel tentativo di forzare la porta orientale dell'Europa, riuscirono ad entrarvi dal versante opposto. Nel 711 un luogotenente del governatore dell'Ifriqiyya immortalò il proprio nome, Târiq, nella montagna che da lui prese il nome: Gibilterra (Gebel Târiq = "Monte di Târiq"). La spedizione contro il regno dei Visigoti, che in Ispagna avevano preso stanza nel V secolo, nel giro di sei anni diede luogo a un'occupazione stabile del territorio. Al-Andalus - questo il nuovo nome del paese - nel 756 si sottrasse alla sovranità del califfo omayyade di Damasco e diventò indipendente.
Nel 752 truppe arabe e berbere, che si erano concentrate a Pamplona per varcare i Pirenei attraverso il passo di Roncisvalle, furono bloccate tra Poitiers e Tours. Gli storici occidentali hanno spesso attribuito un'importanza eccessiva a questa battaglia e hanno voluto vedere in essa l'evento decisivo da cui dipese nei secoli avvenire la civiltà cristiana. Per i cronisti musulmani, si trattò semplicemente di un episodio sfortunato, che però non impedì ulteriori incursioni in territorio cristiano. Fatto sta che nel giro di pochi anni Carlo Martello e Pipino il breve riuscirono a strappare ai musulmani la Settimania, sicché l'Europa musulmana dovette fissare i propri confini settentrionali in corrispondenza dei Pirenei.
Sotto la dinastia degli Omayyadi (755-1031) la Spagna conobbe un periodo di grande splendore: il sovrano più importante fu l'emiro 'Abd ar-Rahmân III (912-961), che consolidò il suo potere e assume il titolo di califfo (929); ma dopo al-Mansûr (Ibn Abî Amir, 977-1002), che ristabilì la signoria araba su tutta la Spagna, scoppiò una serie di contese dinastiche (1008-1031), sicché l'Andalusia si frazionò in piccoli regni autonomi (i reinos de taifas, 1031-1086). Contro Alfonso VII di Castiglia, che riprese l'offensiva cristiana, vennero chiamati in Spagna gli Almoravidi berberi (1086-1147), ai quali succedettero gli Almohadi (1150-1250). L'emirato di Granada (1246-1492), ultimo baluardo dell'Islam nell'Europa occidentale, cadde con la conquista della città da parte di Ferdinando e Isabella di Castiglia.
Per un bilancio della presenza dell'Islam in Spagna, possono valere queste poche parole di Sigrid Hunke: "L'esempio della Spagna mostra che duecento anni di sovranità musulmana furono sufficienti perché un paese impoverito, desolato e asservito venisse a trovarsi alla testa dell'Europa e del mondo occidentale, e ciò grazie ad una cultura diffusa in tutti i ceti della popolazione e grazie al fiorire delle scienze e delle arti. Questo primato, la Spagna lo conservò per cinque secoli, finché l'Islam non venne estromesso" (3).

L'Italia musulmana

L'Italia cominciò ad attrarre l'interesse dei Saraceni (si trattava soprattutto di Berberi) verso la metà del VII secolo, cioè in un periodo in cui la penisola era politicamente divisa tra i Longobardi, i Bizantini e il Papa. La prima incursione ebbe luogo in Sicilia nel 652, durante il califfato di 'Othmân, che ne affidò l'esecuzione a Mu'awiya ibn Hudaig. La Sardegna e la Corsica furono assalite nel primo decennio dell'VIII secolo, nel contesto di quella grande ondata espansiva che, a cavallo dei secoli VII e VIII, sottomise all'impero omayyade l'Egitto, il Nordafrica e la penisola iberica. Anche se non ci è dato di sapere con precisione quando le due isole siano cadute in potere dei musulmani, pare che questi si siano impadroniti totalmente della Corsica verso la metà del secolo IX e della Sardegna cinquant'anni più tardi. In seguito, all'inizio del secolo XI, un condottiero di nome Mujâhid (Mugetto per le cronache italiane), proveniente dalla Spagna o dalle Baleari, sbarcò in Sardegna e riconquistò Cagliari, che i Saraceni avevano perduta. Ripresa la Sardegna e aspirando a più ampie conquiste, Mujâhid occupò la Lunigiana, restaurò Luni e vi si insediò. Perduta e quindi ripresa la Sardegna, i musulmani dovettero abbandonarla definitivamente nel 1050, dopo averla occupata, tutta o in parte, per più di tre secoli. Quanto alla Corsica, su di essa avrebbero regnato sei sovrani mori, finché il patrizio romano Ugo Colonna la conquistò verso l'anno 800 per conto del Papa.
Più lunga fu la presenza dell'Islam in Sicilia, e più gloriosa: "non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò" (4), scriveva nell'Ottocento Michele Amari, insuperato storico della Sicilia musulmana. La conquista dell'isola, cui parteciparono Arabi, Berberi e Andalusi guidati dal settantenne Asad ibn al-Furât, fu iniziata nell'827 da quella dinastia aghlabide che, insediatasi nell'Ifriqiya e acquisito il controllo del Mediterraneo centro-orientale, nell'813 aveva organizzato una scorreria in Calabria e aveva sbarcato un contingente di armati a Civitavecchia. Nell'831 fu espugnata Palermo, che diventò la capitale della nuova provincia aghlabide; nell'843 fu la volta di Messina; poi toccò a Castrogiovanni e a Siracusa, finché nel 902 la presa di Taormina completò la conquista dell'isola, che diventò la base per ulteriori spedizioni, sia verso le coste calabresi sia verso quelle adriatiche. Rimasta legata agli Aghlabidi fino al tramonto della loro fortuna politica, nel 910 la Sicilia passò nell'orbita dei Fatimidi sciiti, che si erano insediati nel Nordafrica. Su mandato fatimide i Kalbidi assunsero il governo dell'isola, che sotto di loro conobbe un periodo di grande prosperità. "L'agricoltura e il commercio ridiventarono fiorenti; le conversioni si moltiplicarono, non per costrizione, ma per il desiderio spontaneo suscitato dagli uomini pii e per l'ammirazione destata dal superiore livello di civiltà degli occupanti. La prosperità e le raffinatezze dell'Oriente, la vita culturale di Baghdad, di Cordova e del Cairo si riflettevano anche a Palermo" (5). Tra autoctoni, berberi e persiani (numerosi questi ultimi nell'esercito e nella burocrazia), la popolazione palermitana superava i 300.000 abitanti; col suo mezzo migliaio di moschee, nella più grande delle quali venivano custoditi i presunti resti mortali di Aristotele, la metropoli siciliana poteva benissimo reggere il confronto con Cordova.
I musulmani di Sicilia si inserirono ben presto nella politica italiana, stringendo frequenti alleanze coi signori longobardi. Nell'835 la repubblica di Napoli fece ricorso all'aiuto dei Saraceni contro i Beneventani; nell'842 i Napoletani restituirono il favore aiutando i musulmani che attaccavano Messina. Nell'agosto dell'846 un gruppo di Berberi, forse proveniente da una base sarda, sbarcò ad Ostia e arrivò a Roma, dove penetrò in San Pietro e ne saccheggiò i tesori. Nel secolo IX il basso Tirreno era così entrato nella sfera d'azione dei musulmani, che nell'848 occuparono anche Cuma; rimasta in loro possesso per un paio di secoli, questa città fu un importante scalo commerciale che godette della protezione delle vicine repubbliche di Napoli, Amalfi e Gaeta.
Quanto al litorale adriatico, nell'847 il berbero Khalfûn conquistò Bari. Sei anni più tardi il suo successore chiese al califfo di Bagdad di legittimare il suo potere, ma l'investitura arrivò solo a Sawdân, che fu titolare dell'emirato di Bari fino all'871 (6). Non solo Bari, ma anche Taranto si trovò in quel periodo sotto il dominio musulmano e diventò anch'essa un fiorente centro commerciale; d'altronde, "le vie di comunicazione fra il Mediterraneo occidentale e quello orientale sia pure controllate dai musulmani non furono mai interrotte completamente, almeno per quello che interessava le città costiere italiane" (7).
Con la caduta dei Kalbidi, la controversia tra i due signorotti rivali di Catania e di Girgenti favorì l'ingresso dei Normanni in Sicilia, sicché alla fine del secolo XI l'egemonia musulmana sull'isola era terminata. Nel regno normanno i musulmani non assommavano a più di 100.000 persone, alle quali fu concessa la possibilità di autogovernarsi; tuttavia l'esodo verso l'Africa ridusse ulteriormente il loro numero. In ogni caso, l'impronta culturale che l'Islam aveva impressa alla Sicilia caratterizzò anche l'epoca normanna: "i Ruggeri e i Guglielmi, a differenza degli Asburgo in Spagna, seppero raccogliere ogni positivo elemento dell'eredità musulmana, e incorporarla alla composita cultura del loro Stato: onde proprio quell'età normanna ci ha serbato i più vivi ricordi della presenza degli Arabi in Sicilia, in istituzioni, titoli, documenti, iscrizioni, monete, opere di scienza come la Geografia di Edrisi, e versi di poeti di corte" (8). Parafrasando il poeta latino, si potrebbe dire: Sicilia capta ferum victorem cepit.
Ma l'impronta islamica non scomparve nemmeno nel periodo successivo; anzi, fu proprio nel periodo svevo che essa acquisì un ulteriore risalto.
Con Federico II di Svevia il baricentro del Sacro Romano Impero si spostò nel Mediterraneo; nel 1229, in seguito all'intesa col Sultano, l'Imperatore estese la sua autorità a Gerusalemme e ad altri luoghi della Palestina, sicché l'impero federiciano sembrò recuperare, anche se in misura poco più che simbolica, quella dimensione mediterranea ed eurasiatica che aveva caratterizzato le grandi sintesi imperiali a partire dal tentativo di Alessandro Magno (al quale d'altronde Federico II venne paragonato dai musulmani; e si tenga presente l'importanza che ha per l'Islam Alessandro Magno, il "Bicorne" di cui parla la coranica Sura della Caverna). In quanto sovrano dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, in un'epoca in cui l'impero bizantino era crollato sotto i colpi della IV Crociata e i poli geopolitici del Mediterraneo erano il Califfato di Bagdad e il Sultanato d'Egitto, il grande Svevo fu costruttore di una politica di pace e di convivenza, mediatore fra culture e fedi religiose diverse. Se il panorama germanico era un'immagine dell'imperium ideale, in quanto comprendeva una comunità di stirpi diverse (Sassoni, Franchi, Svevi), il versante mediterraneo dell'impero federiciano presentava un quadro di differenze molto più profonde. Per quanto concerne l'aspetto etnico, nell'Italia meridionale e insulare troviamo infatti popolazioni di origine latina, greca, longobarda, araba e berbera, normanna, sveva, ebraica. La situazione linguistica è ben rappresentata non solo dal trilinguismo della cancelleria imperiale, coi suoi notarii greci, saraceni, latini, ma anche dal poliglottismo di Federico II, il quale, oltre a parlare latino, tedesco, greco, arabo e provenzale, scrisse poesie nel volgare siciliano, recando un contributo anche personale alla nascita della letteratura italiana. Dal punto di vista religioso, nell'impero federiciano convivevano cattolici, ortodossi, musulmani e anche ebrei. Federico II volle che i musulmani vivessero in maniera conforme alla loro tradizione, in comunità cittadine governate da organismi autonomi: a Lucera, Aderenza, Girifalco ed altrove.


L'Islam nei Balcani

Nel 1492, quando Granada cadde nelle mani dei Re cattolicissimi, il numero dei musulmani spagnoli si aggirava intorno ai due milioni. Centoventi anni più tardi, Filippo III espulse dalla Spagna gli ultimi moriscos, mezzo milione all'incirca. I loro discendenti abitano oggi nel Maghreb e talvolta recano cognomi che rivelano l'origine spagnola: Ibn Qûtî ("Figlio della Visigota"), Ibn Qûtiyyah ("Figlio della Visigota") ecc.
Ma il medesimo secolo che vedeva tramontare la stella dell'Islam all'estremità occidentale dell'Europa, assisteva al sorgere della Mezzaluna sull'Est europeo.
Nell'Europa balcanica, l'Impero ottomano ereditò i territori che erano stati precedentemente soggetti a Roma e a Bisanzio. Il limes danubiano, che aveva separato i territori dell'Impero romano dallo spazio abitato dai barbari, costituì per tutto il XV secolo la linea di demarcazione tra il dâr al-islâm e il dâr al-kufr. Poi, come Traiano si era spinto a nord del Danubio e aveva acquisito all'Impero di Roma la Dacia, così Solimano I conquistò la regione danubiana tra Belgrado e Buda, rinsaldando l'influenza della Sublime Porta su Valacchia, Moldavia e Transilvania. Come ai tempi di Roma, così pure allora rientravano in un unico spazio imperiale, oltre alla regione balcanico-danubiana, anche il Mar Nero e le sponde circostanti, l'Armenia e la Mesopotamia, l'Anatolia, la Siria e la Palestina, l'Egitto e tutto il Nordafrica fino ai confini del Marocco. Conquistata Rodi nel 1522, Cipro nel 1571 e Creta fra il 1645 e il 1669, l'egemonia della Porta si estendeva sulla metà orientale del Mar Mediterraneo; nell'altra metà, le acque a sud della Sicilia e di Malta, della Sardegna e delle Baleari erano anch'esse sotto il controllo ottomano.
La sconfitta subita a Lepanto nel 1571 non fu quell'evento epocale che ancor oggi molti tendono a vedervi, tant'è vero gli Ottomani, oltre a conservare Cipro, passarono al contrattacco e tre anni più tardi riconquistarono Tunisi. Più che non Lepanto, fu la sconfitta subita nel 1683 dal gran visir Qara Mustafa a Kahlenberg, nei pressi di Vienna, il fatto d'armi decisivo che segnò l'espansione massima della potenza ottomana. In seguito, la perdita di Buda nel 1686 e la sconfitta subita a Zenta nel 1697 determinarono la situazione che venne sancita nel 1699 con la pace di Karlowitz: la regione del Temes, compresa tra la Transilvania, il Maros, il Tibisco e il Danubio, rimaneva sotto la sovranità ottomana, come pure la parte meridionale del Sirmio, tra Belgrado e il fiume Bosut, ma la Porta doveva rinunciare ai territori ungheresi conquistati da Solimano un secolo e mezzo prima. Ciononostante l'Impero ottomano sarà un fattore di stabilità nell'Europa balcanico-danubiana anche nel secolo XVIII.
Nicolae Iorga, autore di una monumentale Geschichte des osmanischen Reiches, ha visto nell'Impero ottomano la "Roma musulmana dei Turchi" (9), ovvero "l'ultima ipostasi di Roma" (10), in quanto "il dominio ottomano non significava altro che una nuova Bisanzio, con un altro carattere religioso per la dinastia e per l'esercito" (11); analogamente, Arnold Toynbee ha parlato di "Impero Romano turco-musulmano" (12), mentre Franz Babinger ha potuto scrivere: "Pareva veramente che al tempo del Conquistatore fosse tornata la sicurezza bizantina del glorioso passato, la pax Romana, e che tutti potessero goderne" (13). D'altronde lo storico tedesco ha fatto notare come nell'Impero ottomano fossero presenti istituzioni molto simili ad analoghe realtà della Roma antica (14).


L'Islam in Russia

Alla morte di Gengis Khan, nel 1227, gli eredi si divisero il compito di proseguire l'espansione dell'impero mongolo. La conquista dell'occidente toccò a Batu, il quale, varcato l'Ural e abbattuto il regno dei Bulgari bianchi della Volga (islamizzati fin dal sec. X), attaccò i principati della Rus' nordorientale. Prese e distrutte numerose città, nel 1240 Batu espugnò la capitale stessa, Kiev. Quindi i Tartari (così venivano chiamati i conquistatori, ché tatara era la truppa agli ordini dei Mongoli) investirono la Polonia meridionale, la Germania e l'Ungheria: l'impero dell'Orda d'Oro venne così ad estendersi dall'Irtysh al Danubio e dal nord della Rus' al Caucaso. Al di qua degli Urali, i Tartari si insediarono nella regione della media Volga e della Kama, nella penisola di Crimea e nella soprastante steppa dei Qipciaq, compresa tra l'Ural e il Dnestr. Successivamente l'Orda d'Oro si sarebbe divisa a causa dei contrasti interni e nel XV secolo avrebbe dato nascita a nuovi canati: quello di Kazan', quello di Astrakan e quello di Crimea. Su quest'ultimo regnò la famiglia gengiskhanide dei Ghiray, la quale, per quanto nominalmente vassalla della Sublime Porta, agì spesso in maniera autonoma, volgendosi verso la Polonia o verso Mosca. Nel 1571 Mosca fu saccheggiata e Ivan il Terribile fu costretto a versare un tributo che sarebbe rimasto in vigore fino a Pietro il Grande. Nel 1577 i Tartari assediarono Tallinn, che allora era svedese come tutta l'Estonia: risale a quel periodo la presenza di gruppi tartari in Scandinavia e in Finlandia (15), oltre che in Polonia. Ma i rapporti fra i Tartari e il nord dell'Europa non furono improntati esclusivamente all'ostilità. Una volta costituito il loro stato, i Tartari avevano imposto il vassallaggio ad alcuni principi cristiani e quindi avevano permesso alla Chiesa ortodossa di mantenere la cultura locale tra le popolazioni slave a loro assoggettate. In relazione alla dinastia dei Ghiray, va detto a questo proposito che il suo fondatore era nato in Lituania e che a Vilna furono educati molti esponenti dell'aristocrazia tartara. Nel XVIII secolo i Tartari di Crimea si allearono coi Polacchi e coi Cosacchi del Dnepr, finché nel 1783 diventarono sudditi di Caterina II. Deportati in Kazachistan e in Usbechistan dopo la seconda guerra mondiale, oggi i Tartari di Crimea ritornano a casa.
Attualmente i Tartari (circa tre milioni) sono il più numeroso dei popoli di lingua turco-tatara insediati tra la Volga, la Kama e la Belaja; dopo di loro vengono i Ciuvasci, che però sono quasi tutti cristiani ortodossi, e i Baschiri (un milione e quattrocentomila). Anche se l'etnogenesi dei Baschiri costituisce tuttora un problema, pare certo che si tratti di un popolo ugrico rimasto nell'area originaria, mentre nel IX secolo un popolo a loro affine, i Magiari, si spostava verso occidente. Nel XIII secolo i Baschiri erano comunque già turchizzati e nel XVIII secolo erano ormai praticamente islamizzati.
L'altra grande area di diffusione dell'Islam russo al di qua degli Urali è quella caucasica. In tale area, la prima regione che abbracciò l'Islam fu quella sudorientale, corrispondente all'Azerbaigian persiano: essa venne conquistata dagli Arabi nel 643 assieme al resto della Transcaucasia, dove però Armeni e Georgiani rimasero cristiani. Nel sec. XI l'Azerbaigian fu turchizzato dai Selgiuchidi; nel sec. XVI optò per l'Islam sciita. Nel 651 gli Arabi introdussero l'Islam anche nella parte meridionale del Daghestan, mentre la parte settentrionale si convertì verso il XIII secolo. In Cecenia, l'Islam si diffuse a partire dal XVII secolo, ma l'islamizzazione del paese fu portata a termine nell'Ottocento, da alcune confraternite sufiche. La parte occidentale della Cecenia, che assunse il nome di Inguscezia, aderì all'Islam intorno al 1870, sempre per effetto dell'azione delle confraternite. Nel settore nordoccidentale del Caucaso (Caraciaia-Circassia e Ossezia) l'Islam cominciò a diffondersi verso la fine del XVI secolo, per influenza del canato di Crimea; oggi però la maggioranza degli Osseti, anche nell'Ossezia meridionale, si dichiara atea. Armenia e Georgia, come si è detto, sono rimaste cristiane, con minoranze musulmane di Azeri e di Curdi; invece l'Agiaria (ex Gurelia) diventò musulmana nel XVI secolo e l'Abcasia a partire dal XVII. In totale, nel Caucaso del nord e nella Transcaucasia vivono attualmente oltre nove milioni di musulmani. Il gruppo maggioritario è quello turco e sciita degli Azeri, che assomma a cinque milioni e mezzo di anime; seguono tre milioni di sunniti appartenenti a vari gruppi della famiglia ibero-caucasica (Daghestani, Ceceni, Cabardi, Ingusci, Abcasi ecc.), un mezzo milione di sunniti appartenenti a varie etnie turche, qualche centinaio di migliaia di iranici sia sunniti (Osseti e Curdi) sia sciiti (Talisci e Tati).
L'URSS, coi suoi cinquanta milioni di cittadini musulmani, era la quinta potenza musulmana del mondo, dopo l'Indonesia, il Pakistan, il Bangladesh e l'India. C'erano più musulmani nell'Unione Sovietica che in Egitto o in tutta la penisola arabica. Gli osservatori più attenti avevano cominciato ad avvertire il peso politico dell'Islam "sovietico" già una decina d'anni prima del crollo dell'URSS, quando Hélène Carrère d'Encausse dava alle stampe L'empire éclaté (10) e scriveva su "Le Monde" che la rinascita islamica nel Caucaso e nell'Asia centrale avrebbe determinato in maniera decisiva le scelte del Cremlino (16). Nello stesso periodo, di fronte alle fortune politiche di Aliev, Kunaev e Rashidov, sembrava lecito ai corrispondenti da Mosca domandarsi se l'elemento musulmano, così fortemente rappresentato fra le massime gerarchie sovietiche, sarebbe riuscito un giorno "ad affermarsi al vertice, come riuscì in passato un'altra minoranza, quella georgiana" (17), con Stalin. Non è inverosimile che il progetto di distruzione dell'URSS abbia tratto origine anche dalla volontà politica di impedire che si realizzasse una eventualità di questo genere: lo scenario di un impero eurasiatico imperniato su quasi settanta milioni di musulmani (tanti ne prevedevano le indagini demografiche per l'inizio del XXI secolo) avrebbe impresso una ben diversa direzione alla storia del mondo. Non sono fantasie: fu un personaggio come Sergej Kurginian (consigliere dell'ex premier Pavlov e dell'ex segretario moscovita del PCUS Prokofiev) a dichiarare esplicitamente che l'obiettivo di Eltsin era "la liquidazione di questo Stato russo-turco (…) in cui ben presto i popoli di stirpe turca cominceranno a prevalere" (18).
L'eventualità temuta da Eltsin è stata scongiurata. Tuttavia l'Islam continua ad essere una componente fondamentale della realtà socioculturale russa. "I musulmani censiti nel 2003 sono 14 milioni e mezzo, ma stime ufficiose, talvolta echeggiate dallo stesso presidente Vladimir Putin, optano per un totale di 20 milioni. Alla fine del 2000, nella Federazione Russa si contavano 4.658 moschee. (Si intendono qui solo gli edifici di culto registrati. In effetti, le moschee in Russia sono alcune centinaia di più. N.d.A.). Il sistema di istruzione religiosa musulmana è basato su oltre cento tra istituti e madrase. Solidi contatti sono stati stabiliti con i correligionari degli altri paesi, e nella coscienza dei musulmani russi la componente religiosa si è ormai notevolmente rafforzata" (19).
Anche se la Federazione Russa non è più la quinta potenza musulmana del mondo, è pur sempre uno Stato in cui i cittadini di appartenenza islamica superano per numero quelli della Tunisia, della Libia, della Giordania o della Siria. Era quindi logico che la Russia chiedesse di aderire alla Conferenza Islamica.


La mezzaluna euroislamica

Nella storia europea, l'Islam si è manifestato secondo tre modalità diverse, alle quali corrispondono tre diverse tipologie geopolitiche.
Tra i secoli VII e IX prese forma quello che potrebbe essere definito un "Islam del mare", un Islam che interessò isole e penisole dell'Europa mediterranea: soprattutto la Spagna e la Francia meridionale, le Baleari, la Corsica, la Sardegna, la Sicilia, alcune zone della penisola italiana, ma anche Creta (che per circa un secolo e mezzo fu sede di un emirato), l'Attica e l'Eubea. La sostanza etnica di questo Islam fu germanica, latina, greca, berbera, araba e anche persiana. Le sue lingue, accanto alla lingua di cultura rappresentata dall'arabo, furono i volgari latini regionali che si avviavano a dare origine alle rispettive parlate romanze. Sarà lo spagnolo, in particolare, a ereditare dall'arabo quella grande quantità di prestiti linguistici che esso ha integrato nel proprio vocabolario.
Fu invece un "Islam della terra" quello che, sorto nel XIII secolo sui territori della Russia compresi tra gli Urali, il Caucaso e il Mar Nero, si sviluppò nei secoli successivi e completò la sua formazione addirittura nel corso del XIX secolo. Sotto il profilo etnico, l'Islam delle pianure russe e delle montagne caucasiche ha presentato una certa varietà. Nei territori del canato di Crimea e nella zona compresa tra la Volga, la Kama e la Belaja, l'Islam animò una sostanza etnica di matrice turanica (popolazioni turche, tartare, ugriche); nel Caucaso, i musulmani (iranici, caucasici, turchi ecc.) composero un mosaico razziale e linguistico corrispondente alla grande diversificazione antropologica caratteristica di tutta quanta la regione.
A una sintesi imperiale di terra e di mare corrispose invece l'Islam ottomano, che ebbe il suo epicentro nella capitale dell'antico Impero Romano d'Oriente. Qui l'Islam impresse la sua forma a popolazioni d'origine illirica e greca, slava e turca. La lingua ufficiale dell'Islam ottomano fu ovviamente il turco; ma furono anche usate, come lingue di cultura, il persiano, l'arabo e il greco, mentre i popoli dell'Impero parlavano parecchi altri idiomi, tra i quali spiccavano il serbo, l'albanese, il bulgaro.
Dopo la scomparsa dell'"Islam del mare" e dopo il crollo dell'edificio imperiale ottomano, l'Europa musulmana si presenta geograficamente secondo una forma emblematica: quella di una mezzaluna che attraversa regioni popolate da genti slave, turche, caucasiche e tatare, inarcandosi tra Sarajevo e Ufa e passando per il Bosforo, il Caucaso e l'Ural. All'estremità occidentale di questa mezzaluna, in corrispondenza di Sarajevo, abbiamo un punto cruciale, verso il quale convergono tre grandi aree culturali: quella cattolica, quella ortodossa e quella musulmana; sul Bosforo si incontrano il nord slavo e il sud mediterraneo, i Balcani e l'Anatolia; nel Caucaso vengono a contatto l'Iran e il Turan; a Ufa, presso l'estremità orientale della mezzaluna, l'Europa si tocca con l'Asia.
La mezzaluna euroislamica (21) ci presenta dunque l'Islam europeo come un contrafforte meridionale dell'Europa, un elemento di continuità culturale che attraversa l'Europa saldando in una fascia ininterrotta una serie di regioni comprese tra la penisola balcanica e gli Urali. Vi è poi un'ulteriore continuità geografica ed etnico-linguistica, che lega indissolubilmente l'Islam delle zone al di qua degli Urali con l'Islam del Bassopiano Turanico e delle steppe transuraliche. Considerata in tale prospettiva, la mezzaluna euroislamica non è che la porzione europea di un Islam eurasiatico che si estende fino all'Indonesia.





NOTE
1. Francesco Gabrieli, Gli Arabi, Sansoni, Firenze 1963, p. 142.
2. Claudio Sánchez-Albornoz, La España musulmana según los autores islamitas y cristianos medievales, Espasa-Calpe, Madrid 1978, p. 82. Per esemplificare questo fatto, lo studioso spagnolo riporta un brano dall'opera Iftitâh al-Andalus (La conquista della Spagna) di Ibn al-Qûtiyyah, uno storico cordovano discendente del penultimo re visigoto, Vitiza. Da un'antenata di Ibn al-Qûtiyyah ebbero origine alcune delle più cospicue famiglie dell'aristocrazia ispano-musulmana; ma, prosegue Sánchez-Albornoz, "non diverso fu il caso dei più illustri magnati della Spagna islamica. Gli antenati di sesso maschile erano arabi o siriani, le antenate erano spagnole" (ibidem).
3. Sigrid Hunke, Allah Sonne über dem Abendland, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1960, p. 348.
4. Michele Amari, I Musulmani in Sicilia, Bompiani, Milano 1942, p. 136. Il bilancio positivo dell'Amari è stato confermato dagli studiosi successivi. Valga per tutti Francesco Gabrieli, che giudica il governo islamico in Sicilia "positivo e benefico per il rinsanguamento che operò sulla depressa compagine etnica della Sicilia bizantina, e soprattutto per i mutamenti introdotti nelle condizioni economiche e sociali dell'isola, dove spezzò il latifondo, promosse la piccola proprietà rurale, rinnovò e arricchì di nuove tecniche e culture l'agricoltura siciliana" (F. Gabrieli, Gli Arabi nel Mediterraneo, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1970, p. 15.
5. Gabriele Crespi, L'Europe musulmane, Zodiaque, Saint-Dié 1982, pp. 76-77.
6. Giosuè Musca, L'emirato di Bari 847-871, Dedalo Libri, Bari 1978.
7. Maria Giovanna Stasolla, Gli Arabi nella penisola italiana, in: AA. VV., Testimonianze degli Arabi in Italia, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1988, p. 87.
8. Francesco Gabrieli, op. cit., p. 145.
9. Nicholas Iorga, The Background of Romanian History, Cleveland, 17 febbraio 1930; cit. in: Ioan Buga, Calea Regelui, Sfântul Gheorghe-Vechi, Bucarest 1998, p. 38.
10. Ibidem.
11. Nicolae Iorga, Byzance après Byzance, Balland, Paris 1992, p. 48.
12. Arnold Toynbee, A Study of History, 2a ed., London - New York - Toronto 1948, vol. XII, p. 158.
13. Franz Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, Torino 1967, p. 470.
14. Franz Babinger, op. cit., p. 478.
15. Giorgio Pieretto, Islàm in Finlandia: i Tatari, "Islàm. Storia e civiltà", 21, a. VI, n. 4, ottobre-dicembre 1987, pp. 247-251.
16. Hélène Carrère d'Encausse, Esplosione di un impero?, Edizioni e/o, Roma, s. d. (ma:1980).
17. Hélène Carrère d'Encausse, Le renouveau de l'Islam en URSS, "Le Monde", 4 gennaio 1980. Dalla successiva bibliografia concernente l'Islam "sovietico" citiamo: Alexandre Bennigsen e Chantal Lemercier Quelquejay, L'Islam parallelo, Marietti, Genova 1990, Sergio Salvi, La mezzaluna con la stella rossa, Marietti, Genova 1993, Gejdar Džemal', Tawhid. Prospettive dell'Islam nell'ex URSS, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1993.
18. Fabio Galvano, L'Islam alla conquista delle Russie, "La Stampa", 19 dicembre 1982.
19. Marcello Villari, Mosca-Tokyo-Berlino, l'asse del Duemila?, "Micromega", 3, 1992.
20. Aleksej Malašenko, La Russia terra di conquista, "Limes", 1, 2004, p. 229.
21. Nel XIX secolo, Russia e Gran Bretagna elaborarono il concetto geopolitico della "Mezzaluna islamica", indicando con tale termine quella fascia territoriale che dall'Asia centrale arriva fino al Caucaso. La cosiddetta "Mezzaluna islamica" era in sostanza una zona cuscinetto, suddivisa in due aree: un'area settentrionale sottoposta all'influenza russa (e successivamente sovietica) e un'area meridionale egemonizzata dagl'Inglesi (e poi dagli USA). A disintegrare questa "Mezzaluna" furono la Rivoluzione islamica iraniana e l'intervento sovietico in Afghanistan.

Inserita il 09/10/2005 alle 02:43:01 in Claudio Mutti.com

sabato 6 marzo 2010

IL NIQAB ED I SUOI NEMICI

IL NIQAB TRA APPARENZA E VISIBILITA’


marzo 6, 2010 di ummusama











E’ una corsa all’apparenza, alla mascheratura, al cercare di sembrare quello che non si è. Trovo che sia lacerante non poter o non voler essere se stessi. Chi si rifà il corpo, chi cambia il sesso, chi si maschera a Carnevale, a Natale, ad Halloween, per rubare 1.000 euro al supermercato. E’ triste. Eppure, davanti a questo oceano di transessuali e gay, ai quali vengono riconosciuti tutti i diritti, persino di rappresentare il popolo al parlamento, di feste mascherate che spopolano sempre più, di Babbi Natale che invadono le città e le scuole per un mese, dove scoppia la polemica? Sulle donne musulmane che si coprono il viso.
Tra le ragioni più assurde, ce ne sono tre: 1) chissà che pericoloso terrorista si trova dietro 2) sono oppresse, dobbiamo liberarle 3) non si puo’ parlare con qualcuno che non riesci a vedere.

Dunque, vediamo un po’:                                          
1) i peggiori criminali non si nascondono dietro abbigliamenti particolari. I serial killer, i pedofili, gli assassini incalliti, sono quasi sempre persone per bene: il vicino di casa che ti apre il portone con il sorriso, il medico o l’infermiere che era tanto gentile, lo zio che ti portava i dolci per il compleanno e oggi sono il compagno di classe che ti chiede la sigaretta, l’amica che ti invita a una festa, tuo figlio perchè non hai giocato con lui alla playstation…la lista sarebbe ben più lunga, ma mi fermo qui.
E per quanto riguarda i terroristi “islamici”, non avevano il niqab, né erano barbuti quelli che si sono schiantati sulle torri gemelle, ma degli ordinari signori che la sera prima erano al bar a bere la birra (a quanto dicono i servizi americani).

2) le donne musulmane che si coprono in Occidente (specifico in Occidente perchè non sono al corrente della situazione altrove) lo fanno per loro scelta. Se ci sono sorelle che sono costrette con la violenza a portare il foulard o il niqab, la legge contro l’abuso e la violenza fisica c’è già, è sufficiente rivolgersi alle autorità competenti che non vedono l’ora di applicarla o ai servizi sociali: se ci sono serviranno pure a qualcosa, no?
La maggior parte delle sorelle europee che portano il niqab (erroneamente ma volutamente identificato con il termine “burqa” che solleva reminiscenze talebane negli ascoltatori e quindi una sorta di legittimazione della sua interdizione) sono nate e cresciute in famiglie cristiane, cattoliche, protestanti o atee, sono andate a scuola in classi miste e sono di cultura occidentale, pienamente consapevoli dei loro diritti e doveri, con un livello culturale mediamente alto (quasi tutte siamo laureate) e purtroppo per certe persone non siamo deficienti. Ora, in una società che legittima la comparsa sia per strada che in televisione di donne seminude, in barba ai comuni canoni di pudore che per legge dovrebbero essere rispettati ma che per ragioni economiche non lo sono, capisco che una donna che si copre “non è normale”, sicuramente qualcuno la obbliga a coprirsi, come se si desse per scontato che la condizione naturale dell’uomo fosse quella di starsene comodamente in mutande in pubblico. Non perchè si nasce nudi, si devo continuare ad esserlo tutta la vita. Il senso del pudore che negli esseri umani è innato, è una delle caratteristiche che ci distingue dagli animali e da sempre l’abbigliamento è stato considerato un segno di civiltà. Quando pensiamo ai popoli “primitivi” dell’Africa o agli aborigeni australiani la prima immagine che ci viene davanti è il modo in cui non sono vestiti. D’altronde è anche vero che le battaglie per la “libertà” (questa parola abusata e snaturata del suo vero significato) sono sempre state condotte contro-corrente, contro il sistema, contro quello che tutti fanno. Insomma per essere “liberi” bisogna essere anticonformisti. Benissimo: in una società dove la norma è spogliarsi, noi musulmane ci copriamo e riaffermiamo LA NOSTRA LIBERTA’ DI ESSERE E DI NON APPARIRE. Ringrazio quindi l’associazione delle musulmane moderate o come si chiama per il loro intento di liberarmi dall’oppressione di chi fantomaticamente mi obbligherebbe a coprirmi, ma non ne ho bisogno: alhamdulillah, sono abbastanza consapevole della mia libertà e sono in grado di lottare per la mia libertà da sola, e come me un sacco di altre sorelle. So che l’istinto di lottare per il bene in voi è molto forte, ed è ammirevole l’ardore che mettete nel portare avanti le vostre battaglie, e siccome c’è tanto bisogno di persone come voi nel mondo, potreste sfruttare il vostro fervore per altre ben più nobili cause. Potreste andare in Somalia a prendervi cura degli orfani, in Cile a fare le crocerossine, in Bangladesh a salvare i bimbi dallo sfruttamento delle grandi multinazionali: insomma, da fare ce n’è, non è proprio il caso che sprecate il vostro tempo per liberarci, noi siamo già libere, alhamdulillah, abbiamo tutte una casa e mangiamo tutti i giorni, abbiamo di che vestirci, abbiamo persino internet, andiamo a fare la spesa con i nostri mariti e organizziamo delle feste con le sorelle, ci si diverte pure, pensa un po’, non si direbbe, vero?
                                                                                                      
3) il figlio della mia vicina qualche anno fa ha avuto un incidente e dopo essere rimasto tra la vita e la morte per diversi mesi quando si è finalmente ristabilito è rimasto non vedente e con la funzionalità degli arti inferiori ridotta. Oggi ha circa 26 anni, è sposato e ha un figlio. Lui, sua moglie non l’ha mai vista, e nemmeno suo figlio. Eppure si vogliono bene, si amano davvero.
Mi chiedo: ma per amarsi, per rispettarsi, per comunicare, c’è davvero bisogno di guardarsi negli occhi? E quando parliamo al telefono, quando chattiamo su internet, quando scriviamo, non comunichiamo?

Non c’è bisogno di psicologi o scienziati per capire che dietro questo bisogno frenetico di apparire e di trasgredire c’è un enorme vuoto esistenziale. Ci si inventa costantemente qualcosa per poter credere di essere qualcuno che non siamo. Ma è un’illusione dalle conseguenze catastrofiche. E’ come costruire una casa senza fondamenta, prima o poi crolla.
Allora, costruitevi pure tutte le illusioni che volete, nessuno ve lo impedisce: io musulmana niqaba o no non ho bisogno di voi, nè delle vostre illusioni, non ho bisogno di qualcuno che lotta per me, lo faccio benissimo da sola, non ho bisogno del vostro aiuto perchè conto su quello dell’Onnipotente che puo’ fare quello che voi non potete fare, e non ho bisogno di apparire per coprire il vuoto, perchè alhamdulillah la mia vita è già piena cosi’ com’è.

Umm Zakaria

La questione armena e la Turchia moderna

IL  DILEMMA  DI  ERDOGAN                                                          Sigillo Ottomano

Non è certo nelle ambizioni di questo blog fare un’esaustiva analisi storica della questione armena.
Non ho gli strumenti né dello storico, né dell’analista, né dell’esperto geopolitico. Ho peró sufficienti legami con la Turchia e una personale curiosità che mi hanno spinto, negli anni, ad un approfondimento delle vicende storiche di quel paese. Questa che segue quindi è la mia modesta opinione dell’intera vicenda supportata da qualche accenno storico anche se sono consapevole essere del tutto insufficiente e certamente incompleto.
Nel pieno della rivoluzione industriale e memori dell’assedio di Vienna, agli Stati europei doveva essere chiaro che la potenza dell’Impero Ottomano costituiva un ostacolo al proprio sviluppo commerciale e politico. Il balzello pagato ai porti dell’Impero e il fatto che tutti i giacimenti di petrolio allora conosciuti fossero nel territorio Ottomano erano motivo di preoccupazione. Lo sviluppo europeo sarebbe stato proporzionale ai dazi e alle royalty pagate nelle casse del Sultano. Una visione spaventosa. Nel corso degli anni le potenze europee agirono su diverse direttive con l’unico scopo di destabilizzare l’Impero. Da una parte, con la scusa di supportare le riforme in corso, lo pilotarono nella trappola del debito, dall’altra, a piú riprese, istigarono diversi gruppi etnici alla “rivoluzione” nazionalista. Gli inglesi pilotarono le ribellioni delle tribú beduine. Thomas Edward Lawrence detto Lawrence d’Arabia consegnó l’attuale Arabia nelle mani della famiglia Saud, legata alla setta dei wahabiti, dopo aver personalmente guidato le bande beduine in agguati sanguinosi. I greci parteciparono attivamente al sollevamento di Smirne (Izmir) e i russi fomentarono la ribellione delle popolazioni armene. (Kreiser und Neumann: Kleine Geschichte der Türkei. Stuttgart 2003). All’interno dell’apparato militare, con la partecipazione della massoneria, nacquero gruppi clandestini di tendenza nazionalista turca e profondamente avversi al sultanato. Fra tutti il İttihat ve Terakki Cemiyeti (Comitato per l’Unitá e il Progresso), conosciuto anche sotto il nome di Yeni Türk (I nuovi Turchi) organizzato sul modello della carboneria. Di questa organizzazione faceva parte anche Kemal Pascha (Atatürk) con la tessera N° 322. Fu questo gruppo di giovani ufficiali, sotto la diretta responsabilitá del Ministro degli Interni Talat Bey (tessera N° 3) ad eseguire gli ordini del massacro e della deportazione delle popolazioni armene. Alla fine della prima guerra mondiale, sconvolto dagli scandali e da gravi sconfitte militari in Iraq e Siria, il Governo del Comitato per L’unità e il Progresso diede le dimissioni e l’eroe di Gallipoli e della resistenza contro gli alleati europei, Kemal Pascha, arrivó gradualmente al potere. I responsabili dei massacri vennero nascosti o ripararono all’estero. La notte del 2 novembre 1918, i generali Enver, Talat e Cemal, i maggiori responsabili del terrore, lasciarono Istambul a bordo del sottomarino tedesco SM U 17. Talat venne assassinato il 15 marzo 1921 a Berlino davanti alla sua abitazione sulla Kurfürstendamm N° 4 da un sopravissuto all’eccidio, tale Soghomon Tehliria. Cemal morì in un attentato di un gruppo armeno il 22 luglio 1922 a Tiflis. Enver morì in battaglia contro l’armata rossa il 4 agosto 1922, colpito da soldati armeni. Il Governo ribelle di Ankara di Mustafa Kemal Atatürk, il primo novembre 1922 abolí il sultanato. Tre giorni piú tardi il Governo di Istambul fedele al Sultano diede le dimissioni. Cosí, il 4 novembre 1922 finí ufficialmente l’Impero Ottomano.
Quale è ora la posizione di Erdogan e del suo Governo?
Erdogan non è sicuramente un simpatizzante dell’apparato militare turco erede del laicismo di Atatürk e che ben due volte, in collaborazione con l’apparato giuridico e con la malcelata approvazione di Angela Merkel e del marito di Carla Bruni, ha tentato di allontanarlo dal potere. In tutta onestá Erdogan potrebbe dichiarare che la “sua” Turchia non ha nulla a che vedere con le canaglie dell’apparato militare del passato e del presente. Di fatto il suo Governo, per la prima volta nella storia della Turchia, ha aperto una tavola rotonda con le autoritá armene per discutere e risolvere il problema e forse è proprio questo che indispettisce i suoi rivali nazionali e internazionali. Erdogan, l’amico dell’Islam, dopo aver fermato la piaga dell’inflazione galoppante, aver stabilizzato l’economia turca, aver aperto il dialogo con la minoranza curda e con il clero cristiano, sembra deciso a risolvere anche il problema armeno. Tutte cose che lo Stato laico, controllato dai militari e dal potere giudiziario, non è mai riuscito a gestire. La sentenza di una Commissione del Congresso americano (23 voti contro 22 e un astenuto) che definisce “genocidio” il massacro degli armeni avvenuto tra il 1915 e il 1919 è quindi interpretata come un bastone fra le ruote nel processo di avvicinamento fra i due Stati interessati e nella lunga strada in salita del Governo di Erdogan che preferisce invece il confronto diretto e bilaterale con l’Armenia.
C’è da chiedersi, infatti, perché altri Stati sono improvvisamente interessati a dare una definizione storica del problema intervenendo, senza essere stati chiamati, in un dialogo che è giá avviato e che ha giá dato i suoi primi risultati.
Sarebbe come se l’Uganda pretendesse dagli USA di definire genocidio i reiterati massacri di Sioux, Comanche e Apache.

Pubblicato su Il Derviscio, il 06.03.2010, da Stefano
Powered By Blogger