sabato 6 marzo 2010

IL NIQAB ED I SUOI NEMICI

IL NIQAB TRA APPARENZA E VISIBILITA’


marzo 6, 2010 di ummusama











E’ una corsa all’apparenza, alla mascheratura, al cercare di sembrare quello che non si è. Trovo che sia lacerante non poter o non voler essere se stessi. Chi si rifà il corpo, chi cambia il sesso, chi si maschera a Carnevale, a Natale, ad Halloween, per rubare 1.000 euro al supermercato. E’ triste. Eppure, davanti a questo oceano di transessuali e gay, ai quali vengono riconosciuti tutti i diritti, persino di rappresentare il popolo al parlamento, di feste mascherate che spopolano sempre più, di Babbi Natale che invadono le città e le scuole per un mese, dove scoppia la polemica? Sulle donne musulmane che si coprono il viso.
Tra le ragioni più assurde, ce ne sono tre: 1) chissà che pericoloso terrorista si trova dietro 2) sono oppresse, dobbiamo liberarle 3) non si puo’ parlare con qualcuno che non riesci a vedere.

Dunque, vediamo un po’:                                          
1) i peggiori criminali non si nascondono dietro abbigliamenti particolari. I serial killer, i pedofili, gli assassini incalliti, sono quasi sempre persone per bene: il vicino di casa che ti apre il portone con il sorriso, il medico o l’infermiere che era tanto gentile, lo zio che ti portava i dolci per il compleanno e oggi sono il compagno di classe che ti chiede la sigaretta, l’amica che ti invita a una festa, tuo figlio perchè non hai giocato con lui alla playstation…la lista sarebbe ben più lunga, ma mi fermo qui.
E per quanto riguarda i terroristi “islamici”, non avevano il niqab, né erano barbuti quelli che si sono schiantati sulle torri gemelle, ma degli ordinari signori che la sera prima erano al bar a bere la birra (a quanto dicono i servizi americani).

2) le donne musulmane che si coprono in Occidente (specifico in Occidente perchè non sono al corrente della situazione altrove) lo fanno per loro scelta. Se ci sono sorelle che sono costrette con la violenza a portare il foulard o il niqab, la legge contro l’abuso e la violenza fisica c’è già, è sufficiente rivolgersi alle autorità competenti che non vedono l’ora di applicarla o ai servizi sociali: se ci sono serviranno pure a qualcosa, no?
La maggior parte delle sorelle europee che portano il niqab (erroneamente ma volutamente identificato con il termine “burqa” che solleva reminiscenze talebane negli ascoltatori e quindi una sorta di legittimazione della sua interdizione) sono nate e cresciute in famiglie cristiane, cattoliche, protestanti o atee, sono andate a scuola in classi miste e sono di cultura occidentale, pienamente consapevoli dei loro diritti e doveri, con un livello culturale mediamente alto (quasi tutte siamo laureate) e purtroppo per certe persone non siamo deficienti. Ora, in una società che legittima la comparsa sia per strada che in televisione di donne seminude, in barba ai comuni canoni di pudore che per legge dovrebbero essere rispettati ma che per ragioni economiche non lo sono, capisco che una donna che si copre “non è normale”, sicuramente qualcuno la obbliga a coprirsi, come se si desse per scontato che la condizione naturale dell’uomo fosse quella di starsene comodamente in mutande in pubblico. Non perchè si nasce nudi, si devo continuare ad esserlo tutta la vita. Il senso del pudore che negli esseri umani è innato, è una delle caratteristiche che ci distingue dagli animali e da sempre l’abbigliamento è stato considerato un segno di civiltà. Quando pensiamo ai popoli “primitivi” dell’Africa o agli aborigeni australiani la prima immagine che ci viene davanti è il modo in cui non sono vestiti. D’altronde è anche vero che le battaglie per la “libertà” (questa parola abusata e snaturata del suo vero significato) sono sempre state condotte contro-corrente, contro il sistema, contro quello che tutti fanno. Insomma per essere “liberi” bisogna essere anticonformisti. Benissimo: in una società dove la norma è spogliarsi, noi musulmane ci copriamo e riaffermiamo LA NOSTRA LIBERTA’ DI ESSERE E DI NON APPARIRE. Ringrazio quindi l’associazione delle musulmane moderate o come si chiama per il loro intento di liberarmi dall’oppressione di chi fantomaticamente mi obbligherebbe a coprirmi, ma non ne ho bisogno: alhamdulillah, sono abbastanza consapevole della mia libertà e sono in grado di lottare per la mia libertà da sola, e come me un sacco di altre sorelle. So che l’istinto di lottare per il bene in voi è molto forte, ed è ammirevole l’ardore che mettete nel portare avanti le vostre battaglie, e siccome c’è tanto bisogno di persone come voi nel mondo, potreste sfruttare il vostro fervore per altre ben più nobili cause. Potreste andare in Somalia a prendervi cura degli orfani, in Cile a fare le crocerossine, in Bangladesh a salvare i bimbi dallo sfruttamento delle grandi multinazionali: insomma, da fare ce n’è, non è proprio il caso che sprecate il vostro tempo per liberarci, noi siamo già libere, alhamdulillah, abbiamo tutte una casa e mangiamo tutti i giorni, abbiamo di che vestirci, abbiamo persino internet, andiamo a fare la spesa con i nostri mariti e organizziamo delle feste con le sorelle, ci si diverte pure, pensa un po’, non si direbbe, vero?
                                                                                                      
3) il figlio della mia vicina qualche anno fa ha avuto un incidente e dopo essere rimasto tra la vita e la morte per diversi mesi quando si è finalmente ristabilito è rimasto non vedente e con la funzionalità degli arti inferiori ridotta. Oggi ha circa 26 anni, è sposato e ha un figlio. Lui, sua moglie non l’ha mai vista, e nemmeno suo figlio. Eppure si vogliono bene, si amano davvero.
Mi chiedo: ma per amarsi, per rispettarsi, per comunicare, c’è davvero bisogno di guardarsi negli occhi? E quando parliamo al telefono, quando chattiamo su internet, quando scriviamo, non comunichiamo?

Non c’è bisogno di psicologi o scienziati per capire che dietro questo bisogno frenetico di apparire e di trasgredire c’è un enorme vuoto esistenziale. Ci si inventa costantemente qualcosa per poter credere di essere qualcuno che non siamo. Ma è un’illusione dalle conseguenze catastrofiche. E’ come costruire una casa senza fondamenta, prima o poi crolla.
Allora, costruitevi pure tutte le illusioni che volete, nessuno ve lo impedisce: io musulmana niqaba o no non ho bisogno di voi, nè delle vostre illusioni, non ho bisogno di qualcuno che lotta per me, lo faccio benissimo da sola, non ho bisogno del vostro aiuto perchè conto su quello dell’Onnipotente che puo’ fare quello che voi non potete fare, e non ho bisogno di apparire per coprire il vuoto, perchè alhamdulillah la mia vita è già piena cosi’ com’è.

Umm Zakaria

La questione armena e la Turchia moderna

IL  DILEMMA  DI  ERDOGAN                                                          Sigillo Ottomano

Non è certo nelle ambizioni di questo blog fare un’esaustiva analisi storica della questione armena.
Non ho gli strumenti né dello storico, né dell’analista, né dell’esperto geopolitico. Ho peró sufficienti legami con la Turchia e una personale curiosità che mi hanno spinto, negli anni, ad un approfondimento delle vicende storiche di quel paese. Questa che segue quindi è la mia modesta opinione dell’intera vicenda supportata da qualche accenno storico anche se sono consapevole essere del tutto insufficiente e certamente incompleto.
Nel pieno della rivoluzione industriale e memori dell’assedio di Vienna, agli Stati europei doveva essere chiaro che la potenza dell’Impero Ottomano costituiva un ostacolo al proprio sviluppo commerciale e politico. Il balzello pagato ai porti dell’Impero e il fatto che tutti i giacimenti di petrolio allora conosciuti fossero nel territorio Ottomano erano motivo di preoccupazione. Lo sviluppo europeo sarebbe stato proporzionale ai dazi e alle royalty pagate nelle casse del Sultano. Una visione spaventosa. Nel corso degli anni le potenze europee agirono su diverse direttive con l’unico scopo di destabilizzare l’Impero. Da una parte, con la scusa di supportare le riforme in corso, lo pilotarono nella trappola del debito, dall’altra, a piú riprese, istigarono diversi gruppi etnici alla “rivoluzione” nazionalista. Gli inglesi pilotarono le ribellioni delle tribú beduine. Thomas Edward Lawrence detto Lawrence d’Arabia consegnó l’attuale Arabia nelle mani della famiglia Saud, legata alla setta dei wahabiti, dopo aver personalmente guidato le bande beduine in agguati sanguinosi. I greci parteciparono attivamente al sollevamento di Smirne (Izmir) e i russi fomentarono la ribellione delle popolazioni armene. (Kreiser und Neumann: Kleine Geschichte der Türkei. Stuttgart 2003). All’interno dell’apparato militare, con la partecipazione della massoneria, nacquero gruppi clandestini di tendenza nazionalista turca e profondamente avversi al sultanato. Fra tutti il İttihat ve Terakki Cemiyeti (Comitato per l’Unitá e il Progresso), conosciuto anche sotto il nome di Yeni Türk (I nuovi Turchi) organizzato sul modello della carboneria. Di questa organizzazione faceva parte anche Kemal Pascha (Atatürk) con la tessera N° 322. Fu questo gruppo di giovani ufficiali, sotto la diretta responsabilitá del Ministro degli Interni Talat Bey (tessera N° 3) ad eseguire gli ordini del massacro e della deportazione delle popolazioni armene. Alla fine della prima guerra mondiale, sconvolto dagli scandali e da gravi sconfitte militari in Iraq e Siria, il Governo del Comitato per L’unità e il Progresso diede le dimissioni e l’eroe di Gallipoli e della resistenza contro gli alleati europei, Kemal Pascha, arrivó gradualmente al potere. I responsabili dei massacri vennero nascosti o ripararono all’estero. La notte del 2 novembre 1918, i generali Enver, Talat e Cemal, i maggiori responsabili del terrore, lasciarono Istambul a bordo del sottomarino tedesco SM U 17. Talat venne assassinato il 15 marzo 1921 a Berlino davanti alla sua abitazione sulla Kurfürstendamm N° 4 da un sopravissuto all’eccidio, tale Soghomon Tehliria. Cemal morì in un attentato di un gruppo armeno il 22 luglio 1922 a Tiflis. Enver morì in battaglia contro l’armata rossa il 4 agosto 1922, colpito da soldati armeni. Il Governo ribelle di Ankara di Mustafa Kemal Atatürk, il primo novembre 1922 abolí il sultanato. Tre giorni piú tardi il Governo di Istambul fedele al Sultano diede le dimissioni. Cosí, il 4 novembre 1922 finí ufficialmente l’Impero Ottomano.
Quale è ora la posizione di Erdogan e del suo Governo?
Erdogan non è sicuramente un simpatizzante dell’apparato militare turco erede del laicismo di Atatürk e che ben due volte, in collaborazione con l’apparato giuridico e con la malcelata approvazione di Angela Merkel e del marito di Carla Bruni, ha tentato di allontanarlo dal potere. In tutta onestá Erdogan potrebbe dichiarare che la “sua” Turchia non ha nulla a che vedere con le canaglie dell’apparato militare del passato e del presente. Di fatto il suo Governo, per la prima volta nella storia della Turchia, ha aperto una tavola rotonda con le autoritá armene per discutere e risolvere il problema e forse è proprio questo che indispettisce i suoi rivali nazionali e internazionali. Erdogan, l’amico dell’Islam, dopo aver fermato la piaga dell’inflazione galoppante, aver stabilizzato l’economia turca, aver aperto il dialogo con la minoranza curda e con il clero cristiano, sembra deciso a risolvere anche il problema armeno. Tutte cose che lo Stato laico, controllato dai militari e dal potere giudiziario, non è mai riuscito a gestire. La sentenza di una Commissione del Congresso americano (23 voti contro 22 e un astenuto) che definisce “genocidio” il massacro degli armeni avvenuto tra il 1915 e il 1919 è quindi interpretata come un bastone fra le ruote nel processo di avvicinamento fra i due Stati interessati e nella lunga strada in salita del Governo di Erdogan che preferisce invece il confronto diretto e bilaterale con l’Armenia.
C’è da chiedersi, infatti, perché altri Stati sono improvvisamente interessati a dare una definizione storica del problema intervenendo, senza essere stati chiamati, in un dialogo che è giá avviato e che ha giá dato i suoi primi risultati.
Sarebbe come se l’Uganda pretendesse dagli USA di definire genocidio i reiterati massacri di Sioux, Comanche e Apache.

Pubblicato su Il Derviscio, il 06.03.2010, da Stefano

venerdì 5 marzo 2010

PETRU CULIANU - IL ROTOLO DIAFANO


Che cos'è realmente il rotolo diafano, il cui mistero è a lungo inseguito dal protagonista senza nome del libro? Ci sono verità nascoste, o semplicemente dimenticate, che attraversano il tempo rimanendo celate alla coscienza dei più, ma vengono comunque tramandate per vie occulte.

Una di queste riguarda l'origine del linguaggio umano e il linguaggio della stessa Creazione. Attraverso una serie di episodi collegati tra loro, in cui ritornano un misterioso smeraldo e l'ombra di una figura femminile salvifica e insieme inquietante, Ioan Petru Culianu (1950-1991) disegna un ritratto enigmatico e affascinante di alcuni passaggi segreti della storia dell'umanità fino a oggi. Pubblicato originariamente da Jaca Book con il titolo "La collezione di smeraldi" e qui presentato in una nuova traduzione e con testi narrativi pressoché sconosciuti come il profetico e bellissimo "Sul linguaggio della creazione", "Il rotolo diafano" è un libro che combina la forza coinvolgente propria della forma narrativa con le suggestioni dotte e arcane di un sapere iniziatico e magico che continua a vivere attraverso i secoli e arriva a noi suscitando interrogativi spiazzanti e mostrando vie di conoscenza segrete e inaspettate.


Culianu Ioan P., Il rotolo diafano, Ed. Elliot, pg. 238, 14 euro.
Pubblicato da Aldous a 18.23 - 02.03.2010.

giovedì 4 marzo 2010

LETTERA AL MINISTRO CARFAGNA


Egregio Ministro Carfagna,


Le scrivo in risposta all’appello contro il burqa a Lei indirizzato scritto dalla Signora Samira Chabib, Portavoce delle Donne del Movimento dei Musulmani Moderati.
Essendo una risposta alla lettera che io Le ho scritto e contenendo informazioni inesatte è un dovere per me rispondere.
Sono dispiaciuta non tanto per il tono offensivo e sprezzante di questa lettera, quanto poiché vi si nega un elemento sacro e lo si ridicolizza e questo non è giusto.
Prima di tutto ribadisco le mie dichiarazioni, confermando che sono scevre da ogni faziosità o estremismo.
Mi ritengo una donna libera e non immischiata in questioni politiche o posizioni fanatiche, io credo nell’incontro, non nello scontro di civiltà e non amo abbassarmi al livello di polemiche sterili, oltretutto basate su elementi inesatti e infondati, come quelli presenti in questa lettera, spero quindi con questo scritto di fare definitivamente chiarezza in shā’Allāh.
Il fatto di essere nati musulmani o di essere convertiti non comporta di per sé competenza maggiore o minore in questioni religiose.
Personalmente ho iniziato a studiare sei anni fa, non mi sarei mai permessa di pronunciarmi su una questione così delicata senza averla profondamente appurata e quello che dichiaro è frutto di ricerche con docenti universitari e sapienti autorevoli.
Quindi in piena tranquillità davanti a Dio e agli uomini posso attestare che ritenere il niqab islamicamente legittimo non è fazioso, ma dire semplicemente la verità, e per me sarebbe, in quanto credente, un dovere farlo anche se io non lo indossassi.
Tutto quello che ho dichiarato in merito al niqab è risultato di studio e ricerca ed è accreditato e accertabile, inoltre la legittimità islamica del niqab è supportata da dichiarazioni di centri islamici italiani, esponenti istituzionali e persone autorevoli in Egitto e in Arabia Saudita.
Alcuni nomi che la Signora Chabib ha citato come testimoni della non legittimità islamica del niqab non rappresentano autorità istituzionali islamiche, ma opinioni personali non condivise da persone più autorevoli di loro nel diritto islamico.
Anche quanto affermato da Shirin Ebadi (che non è certo un’autorità in materia di religione) cioè il divieto di indossare il niqab e i guanti durante lo stato di sacralizzazione nel Pellegrinaggio alla Mecca indica che al di fuori da questo era invece utilizzato (e a titolo informativo secondo le fonti islamiche anche in questo frangente al passaggio di uomini estranei era permesso alla donna coprirsi il volto).
Quanto sostenuto in Egitto dallo shaykh di al-Azhar Tantawi, (l’unico tra i citati più legittimato ad esprimersi in merito), oltre ad essere dallo stesso ritrattato in seguito, è stato subito smentito dalla dichiarazione del fronte degli ulama di al Azhar.

Eccone una parte:

Nessun Imam o ricercatore può contestare la legittimità del Niqab […]anche se i sapienti musulmani si sono divisi sulla sua giusta definizione e sul giudizio da dare in merito, tutti convinti però del suo significato e della sua legittimità.[…]
Pertanto diciamo: quel che è successo sul Niqab e alla ragazza, per mano dello Shaykh e di altri, con termini fuori luogo e indegni del rango della persona e dell’argomento stesso, è dovuto, a quanto ci sembra, all’ignoranza della scienza a favore della quale ci si schiera, e del Fiqh in nome del quale si argomenta.

[ Fiqh (DA CUI deriva il nome dei giurisperiti fuqaha ʾ) PUÒ Essere tradotto con il Termine di giurisprudenza coranica.Diciamo “ci sembra” perché diversamente avremmo espresso giudizi senza lume e senza libro guida. Quel che è successo non è altro che la reazione di un’anima irritata, ingiustamente, e per una causa non giusta, anche se è stata successivamente giustificata con decreti e decisioni amministrativi, ingiusti a loro volta, di compiacimento e di ostinazione. […]
Il diritto musulmano nasce dal prolungamento del lavoro di costruzione della Legge Coranica. Nel corso della storia l 'Islam ha costituito una disciplina autonoma di autoregolazione Che Possiamo paragonare uno Quello che noi chiamiamo diritto positivo, Che Viene APPLICATO uno Comportamenti Contemporaneamente religiosi e sociali.
Lo storico Ibn Khaldun definisce il fiqh Come la "Conoscenza dei Comandamenti di Dio Che concernono le azioni, qualificate come wajib (obbligatorie), Haram (vietate), manduh (raccomandate), makruh (disapprovate) o mubāḥ (indifferenti) ".[1] (Tratto da Wikipedia)


Definire il velo integrale: ‘ un retaggio medioevale di tradizioni tribali che trovano il fondamento in Afghanistan, retaggio che è lo specchio di un atteggiamento misogino che intende relegare la donna, considerata inferiore, dietro una cappa nera che la annulla fisicamente e psicologicamente’
(Queste affermazioni le commenteremo come Janua Coeli alla fine di questa lettera)
è smentito da ogni organizzazione islamica accreditata e universalmente riconosciuta, anche perché le stesse mogli del Profeta Muhammad sallallahu aleyhi wa sallam, come altre credenti, portavano dopo il precetto sancito dal Corano, il velo integrale e vivevano in Arabia (non in Afganistan), lo facevano per Dio e non perché la donna fosse inferiore ma semplicemente per sottomettersi a una norma stabilita da Dio nel Corano.
La donna credente sotto il velo integrale è fisicamente e psicologicamente libera e serena perché ha scelto di esprimersi in tal modo autonomamente e così si sente forte, sicura, felice e indipendente perché sottomessa a Dio e non agli uomini, in pieno possesso delle sue facoltà mentali e fisiche e può, nel caso lo desideri, anche o nonostante questo abbigliamento rivestire ruoli socialmente importanti.
Fa un gioco molto sporco chi parla di fantomatiche donne che indossando il niqab sarebbero violate nei loro diritti, quali diritti? Se donne in piena consapevolezza e libertà desiderano, scelgono e decidono di indossare il niqab è perché credono in Dio e vogliono sottomettersi solo a Lui, amano il velo e questo le fa sentire libere e appagate in una loro esigenza fondamentale senza subire costrizione alcuna. Perché dunque il privarle di tale diritto?
Chiedo a tutti di non permettere che venga leso questo diritto attraverso la manipolazione della realtà, basata su giudizi infondati.
La signora mi accusa di avere una visione ‘miope’, (veda questa Signora il travaglio della Chiesa Cattolica dalle Decapitazioni, 18.000, in Place de la Concorde, sino al giorno d'oggi e si documenti sulle reazioni dei suoi "amici" ogni volta che Essa (la Chiesa) ribadisce l'esistenza di Satana) le rispondo invitandola a comprendere, leggendo attentamente ciò che ho scritto:

Ho parlato di 2 correnti (nel senso di 2 posizioni) principali riguardo alla questione del niqab

Tra le autorità islamiche preposte e universalmente riconosciute nell’Islām (al di là delle correnti, scuole o gruppi all’interno del mondo islamico o correnti fuori dall’Islam da lei citate) nessuno ha mai negato il niqab, hanno tutti concordato sulla sua legittimità dividendosi in 2 correnti (nel senso di posizioni principali) per cui per una esso è obbligatorio per l’altra facoltativo ma raccomandato. Due posizioni che io ho ricordato (entrambe) al contrario delle mie interlocutrici che fingono di ignorarne una.

Che tipo di moderato è una persona che afferma che la sua posizione è l’unica esistente ignorando le altre? (Janua Coeli l'ha sempre chiamata dittatura del Laicismo!!)

Cito parte della risposta dello Shaykh Ibrahim Ibn Muhammad al Hakil Imam della moschea di Riad – Membro del ministero saudita degli affari islamici:

Tantissimi dotti, nel passato, avevano sancito l’obbligo del Niqab, e coloro che non lo considerarono obbligatorio, affermavano comunque che è preferibile portarlo. […]Come fa questo signore a rovesciare la questione rendendo doveroso lo scoprirsi allorché nessun dotto musulmano lo ha mai affermato? Sappiate fratelli che se il Niqab, obbligatorio o Sunna che sia, fosse contestato da qualcuno, questi contesta qualcosa alla Legge di Allah l’Altissimo, e in ciò vi è un palese pericolo per la sua fede.

La signora mi accusa di essere furba, che Dio la perdoni e la guidi, considerando che dovremmo essere sorelle nella fede, e non ci conosciamo, non capisco cos’abbia a che fare la furbizia con un appello in merito a una situazione grave che lederebbe in modo drammatico i diritti di donne innocenti: per difenderle da una presunta discriminazione s’intende emanare una legge che le discriminerebbe realmente.
Alcune di esse non avrebbero la forza di reagire e rischierebbero di rinchiudersi in se stesse isolandosi per volontà di una legge pericolosa: io non posso restare inerte davanti al pericolo di rendere drammatica la vita di donne indifese, la nostra vita è serena e riservata, non abbiamo mai incitato nessuno a portare il niqab né giudicato le credenti che non lo indossano, per noi l’obbligo è davanti a Dio e mai davanti agli uomini.
Cercano di far credere che il niqab sia un retaggio afgano misogino questo indica la loro ignoranza o malafede in materia dato che era indossato dalle stesse mogli del Profeta sallalahu aleyhi wa sallam, oltre che da altre credenti e dalle mogli dei Compagni: come lo si può quindi definire estraneo all’Islām?
Se qualche governo nega dei diritti o non si comporta secondo le regole islamiche non per questo il niqab (che tra l’altro è molto diverso dal burqa) deve essere penalizzato, non ha nulla a che fare con queste persone.
Se esistesse qualche donna costretta a indossare il velo sarei io la prima ad aiutarla a liberarsene ma in Italia mi sembra pressoché impossibile dati i controlli strettissimi che ci sono e il numero così esiguo di donne che indossano il niqab. Ribadisco che tutte quelle che conosco lo amano, noi desideriamo portarlo per Dio e non come simbolo politico.

Il nostro appello a Lei gentile Ministro è autentico e ritengo aberrante che una donna che dice di essere musulmana possa chiedere che altre donne musulmane siano discriminate.
Non conosco donne obbligate a portare il niqab, conosco donne obbligate a toglierlo a volte consigliate dagli stessi mariti, o perché minacciate da un clima intimidatorio che persone come loro o come chi propone leggi discriminatorie crea e alcune anche se libere di uscire per il timore e il rispetto verso il loro credo non lo fanno, dov’è la giustizia? Si continua a citare ipotetiche donne costrette quando noi che siamo le dirette interessate lo portiamo e chiediamo e dichiariamo di amarlo e volerlo indossare.
Definire una ‘zoppa’ equazione quella tra monaca di clausura e donna che indossa il niqab significa, oltre che essere poco eleganti, non comprenderla: Il mio paragone è nel senso della sacralità di indossare un velo.
Asserire invece che mettendo sullo stesso piano le credenti velate e le monache, si tratterebbero alla stessa stregua civili e religiose significa non conoscere l’Islam perché mentre una donna cristiana prende i voti per consacrarsi a Dio la donna musulmana è sempre consacrata e sottomessa a Dio, non esiste la donna musulmana civile, in quanto musulmana è sempre religiosa.
Obbligare qualcuno a scoprirsi il volto, contro la sua volontà (salvo nel caso sia necessario essere identificati dalle autorità preposte) non significa renderlo autonomo come persona ma ledere e violare la sua libertà.
Per concludere, portare il niqab non ha nulla a che vedere con la discriminazione nei confronti delle donne e del loro ruolo nella società, indossando il niqab potrei anche occuparmi di ruoli socialmente importanti se lo volessi o ne avessi le competenze, e ci sono in altri stati donne che lo fanno, avendo un grado superiore a quello di vari uomini.
Quindi le due opinini (obbligatorio o facoltativo, ma comunque legittimo) sono presenti da molti secoli e nessuno ha il diritto di renderne assoluta una a discapito di un’altra.

Esorto tutti, donne o uomini, prima di scrivere cose così insensate e lontane dall’essenza dell’argomento trattato, di riflettere.
Ed esorto in shā’Allāh tutti a occuparsi di questioni più importanti voltando pagina e non perseguitando, minacciando o offendendo le poche donne che indossano il niqab.
Io e le altre credenti che rappresento crediamo ancora, fino a prova contraria, nella buona fede del Ministro e le chiediamo di difenderci e di consentire a tutte le donne che indossano il niqab per scelta libera e convinzione profonda che lo possano fare e vengano rispettate.

Cordiali saluti

Viviana D’Alò Bulić


Apparso su Amathulla il 4 Marzo 2010


Un retaggio medioevale di tradizioni tribali che trovano il fondamento in Afghanistan, retaggio che è lo specchio di un atteggiamento misogino che intende relegare la donna, considerata inferiore, dietro una cappa nera che la annulla fisicamente e psicologicamente’.

Tutte le critiche che vengono volte contro l'Islam sono le stesse che venivano volte contro la Chiesa Cattolica,prima durante e dopo la Rivoluzione Francese.Con 18.000 teste decapitate di uomini colpevoli solo di essere aristocratici, clericali o loro difensori, il popolo venne privato della sua classe dirigente, lasciando in vita le giovanissime eredi delle famiglie più nobili, i loro assassini non solo si impossessavano dei loro beni ma anche dei titoli così tanto odiati quando erano in possesso di altri.L'attacco alle Donne fu portato avanti con i varii movimenti delle suffragette ed il mondo sovratutto quello femminile sopravvissuto alle varie rivoluzioni, guerre e persecuzioni venne di fatto spazzato via dall'Europa subito dopo gli anni cinquanta.Ma la dittatura del laicismo agisce ed opera nel mondo già dalla fine del XIX secolo!E non solo sui popoli europei e sulla Chiesa che non osarono abolire,ma anche sui popoli colonizzati, dalla Francia e dall'Inghilterra: il tentativo di rendere tutto il popolo cinese schiavo dell'Oppio per impossessarsi delle sue ricchezze ed abbattere la sua "civiltà medioevale e misogina"!La distruzione dello stato giuridico nei paesi islamici, che più volte ovunque nel mondo si rivoltarono con sanguinose ribellioni!Il furto dei bambini dei popoli Apache e Lakota in Nord Amerika cui furono tolti gli abiti tradizionali, tagliati i capelli all'Occidentale, forzati ad indossare divise che li rendevano tutti eguali, costretti a parlare solo l'inglese e non la loro lingua tradizionale, costretti ad abbracciare forme religiose che già erano in rivolta contro il Cattolicesimo, hanno scatenato una terribile guerra mondiale per scardinare dall'Europa la sua civiltà: l'austro-ungarica, la russa e la ottomana ed hanno messo le mogli contro i mariti, i figli contro i genitori, gli alunni contro i maestri solo loro possono influenzare le genti: con giornali, televisioni etc.La Donna per loro è una consumatrice, una produttrice di figli in provetta. Questa è una fotografia di Shaitan!
Sorelle siate grate ad Allah che vi ha dato la forza di dire NO a questa Civiltà, poichè Voi siete InchAllah la speranza del futuro!

Janua Coeli
Scritto il 4 Marzo 2010, da Harun Abdul Nûr

lunedì 1 marzo 2010

Claudio Mutti, Gentes,Popoli, territori,miti.


Di Tiberio Graziani. Presentazione del nuovo libro di Claudio Mutti

                                                                     **********
ClaudioMutti, Gentes.Popoli,territori,miti                                          
Effepi, Genova 2010
pp. 112 € 15,00

"Possa questo modo di vedere i popoli superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro"

Karl Ernst Haushofer

                                                                           *****

Uno dei temi che contraddistinguono il dibattito contemporaneo è certamente quello riguardante l’identità dei popoli e delle nazioni. Se ne discute a vario titolo, ad esempio nell’ambito delle indagini sociologiche ed economiche in riferimento ai processi migratori ed ai loro effetti sulle relazioni interculturali, intraculturali e, ovviamente, socio-economiche; oppure nei settori degli studi storici e politici, in relazione alla costruzione delle odierne nazionalità europee o all’analisi dei vari “comunitarismi” di nuova formazione; o ancora, nel campo delle guerre interetniche e interreligiose che si svolgono in gran parte del pianeta.
L’argomento dell’identità dei popoli non è nuovo. È noto, infatti, che ogni popolo, fin dall’antichità, nelle sue manifestazioni culturali e religiose, in particolare in quelle espresse attraverso la narrazione dei miti di fondazione, ha sempre evidenziato una propria specificità e ascendenza al fine anche di differenziarsi dalle popolazioni con cui veniva a contatto. Per alcuni versi ed in via del tutto generale, si può affermare che tali tipi di narrazioni costituiscono non soltanto un elemento per l’affermazione dei caratteri di un dato gruppo culturale o etnoculturale, ma anche uno dei molteplici fattori che concorrono alla sua stessa “creazione” come popolo. La narrazione mitica, infatti, fissa, in un “tempo astorico” (in illo tempore) una particolare fase dell’etnogenesi, ritenuta pertanto caratteristica per quel particolare gruppo umano. In termini pratici la narrazione opera una scelta di tradizioni cui dovrebbe ispirarsi “quel” popolo nel corso della sua storia successiva.
In connessione con le ricerche sull’origine dei popoli e in conseguenza dell’utilizzo dei nuovi apparati analitici messi a disposizione dalle indagini filologiche, archeologiche ed etnografiche, il tema dell’identità e del carattere dei differenti gruppi umani ha avuto uno straordinario sviluppo nel corso dei secoli XVIII e XIX. L’interesse per l’origine e la fisionomia dei popoli, protrattosi fino agli anni Quaranta del XX secolo, è da mettere in relazione anche ai peculiari scopi politici e culturali perseguiti dai movimenti nazionalisti sorti in varie parti dell’Europa e sviluppatesi, sul piano ideologico, a partire dagli ideali della Grande Rivoluzione francese.
Come noto, la propagazione nel corso dell’Ottocento dell’ideologia della ”liberazione nazionale”, promossa e sostenuta principalmente, a livello locale, dai ceti borghesi e, a livello continentale, dall’Inghilterra, contribuì alla distruzione delle unità imperiali dell’Europa centro orientale e dell’Impero ottomano, ed alla coeva edificazione di gran parte delle attuali nazioni europee.
Il particolarismo nazionale non fu, però, soltanto una delle leve che determinarono lo smembramento delle precedenti entità multirazziali e pluriculturali e la costruzione della nuova Europa, lungo linee artificiali tracciate sulle fragili fondamenta di opinabili rivendicazioni storiche o su quelle di più certi e quantificabili gradi di omogeneità etnica e linguistica, ma, in sinergia con lo sviluppo industriale, tecnologico e commerciale, esso costituì uno degli elementi essenziali per l’affermazione e l’evoluzione dell’imperialismo europeo ottocentesco.
Nondimeno, l’esaltazione del principio dell’autodeterminazione nazionale, cioè, del particolarismo nazionale, ha condizionato le classi dirigenti europee al punto di farle concorrere – attraverso le esiziali alleanze con la Gran Bretagna e gli USA – alla disintegrazione dell’Europa ed alla sua eliminazione quale attore mondiale nel volgere di appena tre decenni, dal 1914 al 1945, ciò a dimostrazione del fatto che la naturale vocazione geopolitica dell’Europa è continentale e non nazionale. Oggi, l’Europa sconta ancora quella pesante eredità; infatti, invece di svolgere un’autonoma e naturale funzione geopolitica in quanto penisola della massa continentale euroafroasiatica, costituisce un tassello della strategia anglostatunitense per il controllo dell’Asia e dell’Africa.
Le cause che hanno dato avvio all’attuale riproposizione della questione identitaria risalgono, con ragionevole certezza, ad almeno due processi, tuttora in corso di svolgimento: a quello che va sotto il nome di globalizzazione (o mondializzazione) ed a quello connesso alla riconfigurazione degli spazi geopolitici dopo la destrutturazione della ex-URSS. I due fenomeni, pur distinti e procedenti da origini diverse – l’accelerato sviluppo tecnologico degli ultimi due decenni e l’evoluzione neoliberale dei processi economici determinata (e, per alcuni versi, guidata) dalle nazioni e dai centri di potere finanziario ed economico, per quanto riguarda la globalizzazione; i nuovi rapporti di forza tra gli attori globali, per quanto concerne il quadro geopolitico contemporaneo – incidono nelle dinamiche sottese ai mutamenti del costume, alle trasformazioni socio-economiche, nonché alla riformulazione e riclassificazione delle ideologie del secolo scorso.
Considerando il processo di globalizzazione da un punto di vista geopolitico, notiamo che esso rappresenta una specifica manifestazione dell’ espansionismo economico e finanziario degli USA. Tale espansionismo è assicurato dalla particolare prassi statunitense per il controllo del pianeta che, esplicandosi tramite l’azione di frammentazione degli spazi geopolitici oggetto delle mire di Washington, utilizza ad arte le tensioni causate dalle differenze culturali, etniche e religiose delle popolazioni che vi risiedono.
Accanto al wilsoniano principio di autodeterminazione nazionale quale potente strumento ideologico per indebolire le unità geopolitiche da soggiogare, gli USA hanno sviluppato, sul finire del secolo scorso, la dottrina dello scontro di civiltà e riattivato con vigore, allo stesso scopo, la religione dei Diritti Umani.
Il trittico dell’armamentario politico-culturale sopra menzionato agisce sinergicamente su tre distinti livelli. Un primo livello è quello pertinente alla sovranità politica di società complesse (multietniche e pluriculturali) che gli USA e con essi l’intero sistema geopolitico occidentale mirano a depotenziare e frammentare, mediante l’esaltazione delle ideologie nazionaliste autonomiste ed emancipatrici e, dunque, la contrapposizione frontale dei diversi gruppi nazionali ed etnici. Un secondo livello riguarda l’incremento delle tensioni all’interno di gruppi etnici omogenei con la pratica dello scontro di civiltà. Infine, il terzo livello che attiene all’individuo in quanto tale, facendo strame di ogni contesto e sensibilità culturale non in ordine con i principi etici e le norme di stampo occidentale, mediante la diffusione della retorica dei “diritti umani”. Gli esempi certo non mancano a proposito. Si pensi alla ex Jugoslavia, ove i nazionalismi tribali, le religioni prima e la mistica dei “diritti umani” alla Otpor in seguito hanno contribuito – nel quadro delle guerra d’aggressione anglo americana – alla disintegrazione geopolitica della penisola balcanica. Oppure alla campagna diffamatoria portata avanti dai mezzi di informazione occidentali rispetto alla presunta mancanza dei “diritti umani” nella Russia di Medvedev e Putin; od anche, alla continua demonizzazione del governo cinese riguardo alle minoranze nazionali uigure, mongole e tibetane e a quella del governo del Myanmar per la questione karen.
L’evidente nesso tra le pratiche destabilizzatrici (la geopolitica del caos) degli USA per la supremazia mondiale e la strumentalizzazione delle tensioni endogene tra le differenti popolazioni impone una riflessione a tutto campo sul divenire e l’essenza dei popoli dell’intero pianeta. La conoscenza approfondita della propria rappresentazione culturale psicologica (nel senso esplicitato dal geopolitico francese Yves Lacoste) infatti costituisce uno dei principali fattori di cui ogni popolo dispone al fine di trovare la propria funzione nel contesto mondiale, e pertanto il perimetro entro cui coltivare le proprie vocazioni ed ambizioni.
Un tentativo volto a far chiarezza sui caratteri che definiscono gli agglomerati umani nei termini etnoculturali è a nostro parere intrapreso proprio dalla raccolta di saggi che compongono Gentes.
Dopo aver trattato della sovranità e dello spazio in due precedenti raccolte, rispettivamente in Imperium. Epifanie dell’idea di Impero (Effepi, Genova 2005) e ne L’unità dell’Eurasia (Effepi, Genova 2008), Claudio Mutti ci offre ora, con metodologie varie, da quelle proprie all’antichista (vedi i saggi Hyperborea, Aethiopia, Bachofen e il popolo licio, Traci ed Etruschi nell’epica antica), a quelle più tipiche dell’antropologo culturale o dell’analista geopolitico (vedi Un blocco militare nella Grecia del V secolo, Gli uiguri tra l’impero e il separatismo, I letterati e l’indio americano, Il nomos dei senza terra, Chi sono gli antenati degli ebrei?), un’ampia rosa di temi che si ricollegano a ciò che determinano la forma e dunque la coscienza dei gruppi umani che solitamente qualifichiamo col termine generico ed onnicomprensivo di popoli.
Nei brevi ma densi saggi che qui presentiamo tutto ruota infatti, direttamente o indirettamente, attorno al popolo, inteso quale entità ad un tempo creatrice di nuove forme di civiltà e depositaria storica di precedenti stratificazioni culturali, psicologiche ed etniche.
Una particolare attenzione è rivolta alla riflessione metastorica presente sia nella letteratura classica, riguardo allo spazio recepito in senso mitico, sacrale, come nel caso delle pagine dedicate agli Iperborei e agli Etiopi, sia in quella letteratura moderna e contemporanea (rappresentata ad es. da romanzi come L’uomo a cavallo di Pierre Drieu La Rochelle, cui l’Autore fa riferimento nel saggio I letterati e l’indio americano) che sembra concepire lo spazio al pari del paesaggio spengleriano con un suo proprio genius loci, quale fattore codeterminante una particolare etnogenesi. A tal proposito, molto opportunamente Mutti osserva che “a determinare il senso di identità non è tanto l’origine razziale, quanto l’appartenenza ad un ambiente dominato dal genius loci”.
Il rapporto tra lo spazio, l’autorappresentazione come specifico gruppo etnoculturale e la relativa origine ai fini della forma che goethianamente caratterizza una data comunità è ripreso ed analizzato nel caso di altri, come gli Zingari e gli Ebrei. Per quanto riguarda gli Zingari – un popolo itinerante e non nomade, secondo l’originale interpretazione avanzata da Mutti sulla scorta di considerazioni filologiche, sociologiche e storiche – due sono gli elementi che sembrano costituire la cifra che meglio li definirebbe: la mobilità, vissuta come una sorta di peregrinazione sacrale, e il particolare tipo di coesistenza con i sedentari, che l’Autore ritiene approssimarsi al concetto di chimera così come definito dall’etnologo ed eurasiatista sovietico Lev Gumilev.
Nel saggio Chi sono gli antenati degli ebrei?, dopo aver enunciate le varie difficoltà relative allo studio delle origini del popolo ebraico, che solo in parte può ritenersi appartenente alla famiglia semitica, viene ricordato che all’etnogenesi della componente sefardita avrebbero contribuito, nell’antichità, come testimoniato dalla Bibbia e da riscontri storici (Mutti cita in proposito l’importante opera di Maurice Fishberg, The Jews: A Study of Race and Environment) elementi etnici di varia provenienza, cui in epoche successive, a causa della diaspora, se ne aggiunsero altri, mentre riguardo alla componente aschenazita – che costituisce i nove decimi dell’ebraismo mondiale -, si fa riferimento all’origine cazara, sostenuta con dotte argomentazioni da autorevoli studiosi, tra cui Arthur Koestler, Peter Golden, Kevin Alan Brook.
La complessità dei gruppi etnoculturali che hanno concorso alla formazione di un dato popolo è presentata in rapporto all’antico popolo romano nello scritto intitolato Traci ed Etruschi nell’epica antica. Qui Mutti ci fornisce elementi utili per meglio comprendere come il popolo romano abbia potuto costituire, nel suo sviluppo storico, una sintesi etnoculturale (il tipo romano) operata mediante una scelta di tradizioni i cui tratti caratterizzanti paiono essere il costante richiamo alla religiosità delle origini ed il culto dello Stato. Scelta di tradizioni e riferimenti ad ascendenze culturali diverse vengono esposti anche nelle schematiche pagine dedicate al popolo licio, nella cultura politica del quale, osserva l’Autore, l’elemento etnolinguistico indeuropeo corrisponde all’istituto, tipicamente indoeuropeo, senatoriale, “mentre dal sostrato preindoeuropeo proviene quell’aspetto matriarcale che non era sfuggito all’osservazione di Erodoto”.
Oltre la scelta di tradizione attualizzata dai popoli presi in considerazione, nella presente raccolta di studi l’Autore non manca di esaminare i diversi orientamenti ideologici che emergono anche in ambiti etnoculturali sufficientemente omogenei. Nel saggio Un blocco militare nella Grecia del V secolo, ad esempio, viene ripercorsa la contrapposizione ideologica tra gli Spartani, “garant(i) della libertà delle pòleis” e gli Ateniesi, sostenitori della democrazia, cioè del “predominio (kràtos) violento e liberticida della massa del volgo (dêmos)”, in rapporto alle alleanze egemoniche ed alla luce degli specifici interessi geopolitici delle due città greche. Nello studio dedicato agli Uiguri viene posta in evidenza, invece, la strumentalizzazione – recentemente orchestrata da Washington – del particolarismo religioso (l’Islam) ai fini del ridimensionamento della sovranità che Pechino esercita legittimamente sul territorio della Repubblica Popolare.
Il valore di questa rassegna di saggi risiede, a nostro avviso, non soltanto negli elementi che Claudio Mutti porta alla nostra attenzione ai fini di una maggior comprensione dell’essenza e del divenire dei popoli, ma anche nel metodo e nei criteri analitici adottati. Essi saranno sicuramente utili a chiunque voglia cimentarsi sullo stesso argomento.


Pubblicato su Janua Coeli il 1 Marzo 2010

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